HOME Articoli

Lo sai che? Bolletta salata: che fare se il contatore non funziona?

Lo sai che? Pubblicato il 9 febbraio 2018

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 9 febbraio 2018

Se la fattura della società della luce o del gas è spropositata e sproporzionata rispetto a quelle precedenti e ai consumi presunti, l’azienda deve dimostrare il corretto funzionamento del contatore.

Ti è arrivata la bolletta della luce o del gas ma hai notato che questo mese l’importo è quasi il doppio rispetto a quello precedente. A memoria, non hai variato le tue abitudini di vita negli ultimi 30 giorni, non hai lasciato alcun impianto acceso in tua assenza, non hai fatto consumi eccessivi, hai usato insomma la solita parsimonia. Il che ti porta a un’unica conclusione: o il contatore non funziona o l’azienda fornitrice si è sbagliata. Provi a telefonare al call center e lì ti dico che “a loro risulta quel consumo” e che pertanto devi pagare la fattura. Un importo spropositato che, se anche potrebbe non essere sufficiente a giustificare una casa, ti fa temere per il futuro: pagando, potresti ammettere il debito e chi ti garantisce che, con le successive bollette, non subirai di nuovo lo stesso trattamento? È tua ferma intenzione, quindi, contestare la richiesta di pagamento. Ma a questo punto, ti chiedi come comportarti e come agire. In altre parole, in caso di bolletta salata, che fare se il contatore non funziona? Una interessante risposta proviene dalla Corte di Appello di Roma che, con una recente sentenza [1], ha chiarito come smontare le risultanze del contatore e contestare i consumi eccessivi.

La bolletta è sempre corretta?

Prima di entrare nel merito, facciamo una panoramica di ciò che è stato detto, sino ad oggi, dalla giurisprudenza in merito alle bollette gas, acqua luce stimate e salate.

Di norma, quando firmiamo un contratto per un’utenza, aderiamo alle condizioni che ci vengono imposte dal fornitore e non abbiamo alcun potere di modificarle. Queste ci impongono di accettare la bolletta così come ci viene inviata, la quale «si presume vera e attendibile». In altre parole, la bolletta si considera corretta salvo prova contraria che deve fornire l’utente. Detta così potrebbe sembrare una forte penalizzazione: come dimostrare che una fattura del gas o della luce è il frutto di un errore di calcolo sui consumi? Per fortuna ci assiste la giurisprudenza, secondo cui la prova dell’errore non deve necessariamente consistere nelle ragioni tecniche che hanno fatto “impazzire” il contatore o la bolletta, ma ben può essere fornita con indizi (per dirla in termini giuridici, «presunzioni»). Ad esempio, per quanto ciò non costituisca una vera e propria «prova» in termini processali, la circostanza che una casa della villeggiatura, inabitata durante l’inverno, presenti una bolletta della luce salata per il mese di dicembre è inverosimile. Questa considerazione potrebbe indurre il giudice ad annullare la bolletta. Alla società fornitrice non resta che difendersi dimostrando o le ragioni per cui il contatore ha segnato consumi più elevati e apparentemente irragionevoli o che è stata fatta una lettura del contatore e l’utente non ha contestato il suo funzionamento.

In ogni caso, per facilitare l’emissione delle bollette, tutte le volte in cui non è possibile effettuare una verifica del contatore sul luogo o i consumi non vengono comunicati dall’utente tramite autovettura, è lecito rifarsi al criterio dei consumi stimati ossia quelli presunti, sulla base degli importi fatturati nelle mensilità precedenti. In ogni caso resta onere della società fornitrice procedere, almeno una volta all’anno, alla lettura del contatore. La lettura del contatore è un adempimento necessario cui la compagnia della luce, del gas o dell’acqua non può sottrarsi laddove l’utente abbia un proprio contatore e, quindi, un impianto autonomo rispetto a quello del condominio. Non si può quindi procedere all’emissione delle bollette sempre rifacendosi al calcolo di consumi stimati se, almeno una volta all’anno, non si fa il conguaglio con i consumi effettivi.

Se il contatore non funziona

Se, dalla lettura della bolletta, abbiamo il sospetto che il contatore non funziona, ma non abbiamo possibilità di dimostrarlo, come facciamo a contestare gli importi che ci vengono richiesti? Qui sta il chiarimento della sentenza in commento: qualora l’utente contesti l’ammontare della fattura del gas rispetto a quanto effettivamente consumato, la società somministrante ha il dovere di provare il corretto funzionamento del contatore e la corrispondenza tra i dati forniti e quelli riportati in bolletta, pena il mancato riconoscimento della somma fatturata.

All’utente quindi basta far rilevare come il consumo fatturato non sia coerente con gli standard relativi al periodo di erogazione del servizio, basandosi sulle precedenti bollette, sull’uso che viene fatto dell’immobile e sulle persone che lo abitano. Come detto, è poco credibile che, laddove un appartamento abbia sempre tenuto un consumo entro una certa soglia, segni un mese un importo di oltre il doppio la media dei precedenti.

Secondo la Corte d’Appello, in caso di contestazione dell’effettivo consumo effettuato, in relazione alle risultanze dei contatori, tali risultanze possono essere contestate, «restando in tal caso onere della società fornitrice dimostrare il corretto funzionamento del contatore e la corrispondenza tra il dato fornito e quello trascritto nella bolletta».

Nel caso di specie l’appellante, non solo è venuto meno a tale onere, ma non si era nemmeno curato di avanzare argomentazioni sul corretto funzionamento del contatore, il quale nell’arco della vicenda veniva sostituito poiché «funzionava su quattro cifre mentre avrebbe dovuto funzionare su cinque».

In questo modo l’utente può ottenere l’annullamento della bolletta.

La tutela dell’utente dalla bolletta salata

Qual è l’aspetto più importante di questa sentenza? Non è il consumatore a dover dimostrare che il contatore non funziona, ma – come già ribadito dalla Cassazione – è onere della società fornitrice offrire la prova del corretto funzionamento del contatore medesimo e dell’affidabilità dei valori registrati [2]. Se tale onere viene assolto, spetta all’utente dimostrare le circostanze che lo portano a presumere che è avvenuta un’utilizzazione esterna della linea nel periodo al quale gli addebiti si riferiscono.

Una sentenza del Giudice di Pace di Roma [3] ha definito ingannevole il comportamento della società erogatrice nel fornire al consumatore informazioni inesatte, incomplete o non veritiere, con particolare riferimento alle caratteristiche e alle modalità di fatturazione. È altresì una pratica aggressiva, poiché mediante fatturazione eccessivamente dilatata nel tempo e fondata su un calcolo presuntivo, viene richiesto al consumatore il pagamento di consumi non effettuati, a nulla valendo l’eventuale contestazione della stima avanzata dall’utente.

note

[1] C. App. Roma, sent. n. 569/18 del 29.01.2018.

[2] Cass. sent. n. 18231/2008 e n. 10313/2004.

[3] G.d.P. Roma, sent. 18.08.2016.

Corte d’Appello di Roma, sez. II Civile, sentenza 8 gennaio – 29 gennaio 2018, n. 569
Presidente/Relatore Thellung de Courtelary

Svolgimento del processo

1. – Con. sentenza del 19 settembre 2016 del Tribunale di Roma ha accolto la domanda spiegata da Lu. So. nei confronti di ENI S.p.A., con la chiamata in causa di Italgas S.p.A., dichiarando non dovuta da parte dell’attore la somma di Euro 5485,91 portata da una fattura emessa nei suoi confronti dalla società convenuta a titolo di corrispettivo per consumi di gas ed in particolare per conguaglio relativo al periodo dal 1 luglio 2009 al 12 maggio 2010.
Ha in breve rilevato il Tribunale che, come risultante dalle letture reali svolte nei vari periodi di durata del rapporto, il So. effettuava un consumo a circa 250 m3 sicché il consumo fatturato per Euro 5485,91 non era in linea con gli standard in relazione al periodo indicato e che, d’altro canto, la società convenuta non aveva offerto nessun elemento concreto a sostegno della domanda proposta.
2. – Contro la sentenza ha proposto appello ENI S.p.A..
So. Lu. e Italgas S.p.A. hanno resistito all’impugnazione.

Motivi della decisione

3. – L’appello contiene due motivi.
3.1. – Il primo motivo è rubricato: “Sulla carenza e/o comunque contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata”.
Si sostiene per un verso che la decisione non sarebbe sorretta da motivazione alcuna e, per altro verso, che il tribunale avrebbe arbitrariamente individuato una media di consumo pari a 250 m3. Si aggiunge che il calcolo del consumo, riferito al periodo di conguaglio di cui si è detto, sarebbe stato del tutto esatto, e si lamenta altresì che il Tribunale abbia dichiarato non dovuta l’intera somma portata dalla fattura a conguaglio, pur essendo incontestato che un consumo che fosse stato.
3.2. – Il secondo motivo è rubricato: “Sull’omessa pronuncia circa la domanda di mordeva svolta da ENI S.p.A. nei confronti di Italgas S.p.A.”.
Lamenta l’appellante che il Tribunale non abbia pronunciato sulla domanda di manleva spiegata nei confronti di Italgas S.p.A., cui competeva la verifica dei consumi.
4. – L’appello va respinto.
4.1. – E’ infondato il primo motivo.
Va in generale detto che, a seguito della stipulazione del contratto di somministrazione di gas, il somministrante è abilitato a fornire la prova dell’erogazione effettuata mediante le risultanze dei contatori appositamente installati e, tuttavia, dette risultanze ben possono essere contestate, come è accaduto nel caso in esame, restando in tal caso onere del somministrante dimostrare il corretto funzionamento del contatore e la corrispondenza tra il dato fornito e quello trascritto nella bolletta (v. per le utenze telefoniche Cass. 28 maggio 2004, n. 10313).
Nel caso in esame non solo detta prova non è stata neppure dedotta, ma risulta semmai il contrario, pacifico essendo se non altro che il contatore funzionava su quattro cifre mentre avrebbe dovuto funzionare su cinque e che esso, nella vicenda in discorso, ha dovuto essere sostituito.
Da ciò deriva che l’odierna appellante, a fronte della contestazione spiegata da un So., a seguito della ricezione di una bolletta evidentemente anomala alla luce di nozioni di comune esperienza, quantunque riferita ad un arco temporale di 10 mesi circa, non ha fornito la prova di cui era gravata in primo grado, e tanto meno la ha fornita in questa sede, avuto riguardo al fondamentale regola due volte ribadita dalle Sezioni Unite, secondo cui l’appellante – indipendentemente dal riparto dell’onere probatorio nel primo grado del giudizio – è onerato della prova dei motivi posti a sostegno dell’impugnazione (Cass., Sez. Un., 23 dicembre 2005, n. 28498; Cass., Sez. Un., 8 febbraio 2013, n. 3033).
Va da sé che del tutto correttamente il primo giudice ha ritenuto non provato il credito fatto valere da ENI S.p.A., nessun rilievo potendosi peraltro attribuire alla circostanza che il Tribunale abbia dichiarato per intero non dovuta la somma in discorso, pur essendo pacifico che un consumo di gas vi fosse stato, dal momento che la somma era stata richiesta a conguaglio e che, dunque, il So. aveva pagato quanto richiesto con le bollette inoltrate nell’arco temporale oggetto del contendere.
Dopo di che resta soltanto da aggiungere che l’appellante ha svolto in atto d’appello calcoli perlopiù incomprensibili diretti a dimostrare l’entità del consumo sostenuto dal So., e comunque privi di qualsiasi concreto sostegno, una volta constatata la mancanza di prova della regolare funzionalità del contatore.
4.2. – E’ infondato anche il secondo motivo.
Ed infatti, non si tratta qui di stabilire a chi competesse la verifica del consumo da parte del So., essendo assorbenti le considerazioni già svolte, dalle quali si trae la totale assenza di prova ohe un consumo corrispondente all’importo di Euro 5485,91 vi sia effettivamente stato e che, conseguentemente, ENI S.p.A. abbia ragione di addossare detto consumo ad Italgas S.p.A..
5. – Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

rigetta l’appello e condanna l’appellante al rimborso, in favore di Italgas S.p.A. e di So. Lu., delle spese sostenute per questo grado del giudizio, liquidate per ciascuno nella misura di Euro 1080 per la fase di studio, Euro 877 per la fase introduttiva e Euro 1820 per la fase decisionale, oltre le spese generali nella misura del 15% IVA e CPA.
-Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.p.r. n. 115 del 2002 inserito dall’art. 1, comma 17 della Legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, a carico della parte appellante, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’appello, a norma dell’art. 1 bis dello stesso art. 13.

Acquista un abbonamento annuale a tutte le sentenze di merito. Clicca qui


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI