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Lo sai che? Cosa prova la busta paga

Lo sai che? Pubblicato il 16 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 marzo 2018

La busta paga è un documento che può essere una forte prova nel processo:  vediamo la sua efficacia probatoria verso il datore e verso il lavoratore.

La busta paga è un documento che il datore di lavoro deve consegnare ai lavoratori al momento del pagamento dello stipendio [1]. La busta paga deve indicare il nome completo o la ragione sociale del datore di lavoro ed il nome completo con i dati anagrafici del lavoratore. La busta paga costituisce un riassunto mensile della rata di stipendio che il lavoratore ha maturato. Importante è chiarire il cosa prova la busta paga, cioè cosa la busta paga può dimostrare in un processo tra il lavoratore e il datore di lavoro. Il valore probatorio della busta paga è diverso a seconda che sia utilizzata in giudizio dal lavoratore o dal datore.

Valore di prova della busta paga verso il datore di lavoro

Immaginiamo innanzitutto che il lavoratore agisca in giudizio dicendo che il datore non ha pagato lo stipendio indicato nella busta paga.

In questo caso la busta paga usata in giudizio dal lavoratore può essere considerata una confessione resa dal datore di lavoro.

Infatti,  la legge dice che quanto annotato dal datore nella busta paga deve corrispondere a quanto scritto nei libri contabili: dunque, data l’obbligatoria corrispondenza del contenuto della busta paga a quello dei libri contabili, la busta paga fa piena prova contro il datore di lavoro di quanto in essa è attestato [2]. Si ritiene, cioè, che il datore abbia confessato di dover pagare al lavoratore le somme indicate nella busta.

Dunque, in questi casi la busta paga prova in modo assoluto la verità di quanto attesta: perciò nel processo il lavoratore che dispone della busta paga conforme alle scritture contabili del datore non necessita di altre prove per dimostrare il proprio diritto a percepire le somme che sono indicate nella busta.

Tale soluzione si applica anche alle buste paga consegnate ai pubblici dipendenti, visto che il loro rapporto di lavoro  è ormai parificato a quello dei dipendenti privati [3].

In tali casi, allora, la busta paga può certamente essere una prova documentale a tutela delle ragioni del lavoratore: ad esempio, la busta paga completa, scritta in modo chiaro e non contraddittorio, è una prova documentale utile per l’emissione di un decreto ingiuntivo che condanni il datore a pagare al lavoratore le somme indicate come stipendio e trattamento di fine rapporto.

Quando invece la busta paga non è conforme alle scritture contabili, oppure non è chiara o è contraddittoria (perché ad esempio accanto ad un credito del lavoratore attesta anche un credito del datore) non può essere considerata piena prova e deve essere liberamente valutata dal giudice [4].

Valore della busta paga verso il lavoratore

Per quanto riguarda l’efficacia probatoria della busta paga verso il lavoratore, il problema si è posto per le buste paga che il datore fa sottoscrivere al lavoratore.

La sottoscrizione apposta per quietanza non pregiudica il lavoratore: la busta paga sottoscritta per quietanza non è considerabile una confessione e quindi, anche se il lavoratore ha firmato la busta paga, può comunque agire per il pagamento dello stipendio se non gli è stato versato. Infatti, la sottoscrizione che il lavoratore pone sulla busta paga non è considerata il frutto di una sua volontà di rinunciare ai propri diritti [5]. In tali casi, però, il lavoratore deve fornire al giudice la prova del mancato pagamento dello stipendio.

Lo stesso principio si applica se la busta paga è sottoscritta per ricevuta: anche in questi casi la busta paga non è considerabile una confessione, ed il giudice può, in base ad altre prove o ad altre circostanze che ritiene utili, ritenere che malgrado la sottoscrizione comunque la busta paga non dimostri l’avvenuto pagamento dello stipendio [6].

note

[1] Art. 1 L. 4/1953.

[2]  Cass. sent. n. 2239/2017 del 30.01.2017.

[3] Cass. sent. n. 991/2016 del 20.01.2016; D. Lgs. n. 29/1993.

[4] Cass. sent.  n. 12769/2003 del 02.09.2003.

[5] Cass. sent. n. 1411/2011 del 30.06.2011; Cass. sent. n. 9588/2001 del 14.07.2001.

[6] Cass. sent. n. 17413/2015 del 01.09.2015.

Autore imagine: Pixabay


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