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Alla moglie separata spetta il Tfr del marito?

11 febbraio 2018


Alla moglie separata spetta il Tfr del marito?

> Donna e famiglia Pubblicato il 11 febbraio 2018



Che succede se il marito percepisce la liquidazione dopo la separazione ma prima del divorzio.

Ti sei appena separata da tuo marito e ora questo si è fatto licenziare dall’azienda. Il tuo sospetto è che si tratti di una manovra studiata appositamente per non pagarti l’assegno di mantenimento. Di fatto, però, con il licenziamento, l’uomo ha preso anche la liquidazione: l’azienda gli ha versato una somma cospicua a titolo di Tfr (trattamento di fine rapporto) che gli consentirà di vivere serenamente per qualche anno, magari lavorando anche in nero. Il tutto a tuo danno. Così ti chiedi se alla moglie separata spetta il Tfr del marito. Se così fosse potresti avvantaggiarti anche tu delle somme che l’ex ha accumulato durante gli anni in cui eravate sposati e che solo ora riceverà.

Vediamo dunque se è possibile ottenere, dopo la separazione, una parte della liquidazione dell’ex marito.

Il TFR: cos’è e quando spetta?

La parola TFR è l’acronimo (ossia la sigla) delle parole Trattamento di Fine Rapporto. In molti lo chiamano ancora liquidazione.

La funzione del Tfr è quella di assicurare una piccola rendita al dipendente una volta cessato il rapporto di lavoro. Pertanto esso spetta sia in caso di dimissioni volontarie, sia nel caso di licenziamento anche se determinato per una giusta causa, ossia per una condotta colpevole del dipendente. Viene fatto salvo il caso di integrale destinazione alla previdenza complementare o di cessione del credito a terzi, oppure di richiesta da parte del lavoratore di liquidazione diretta in busta paga.

In termini più tecnici, il Tfr è un elemento della retribuzione il cui pagamento viene differito ad un momento successivo rispetto a quello di prestazione dell’attività lavorativa, ossia come detto alla cessazione del rapporto di lavoro. In buona sostanza, il datore di lavoro effettua annualmente degli accantonamenti di una quota della retribuzione che vengono rivalutati periodicamente.

Il TFR non è assoggettato a contributi previdenziali.

A quanto ammonta il Tfr?

Il Tfr è tanto maggiore quanto più si è lavorato presso lo stesso datore di lavoro. È infatti proporzionato alla durata del contratto. In soldoni, esso ammonta a una mensilità per ogni anno di servizio. Più nel tecnico, l’ammontare del Tfr spettante al lavoratore è uguale alla somma, per ciascun anno di servizio, della retribuzione utile divisa per 13,5.

Si tratta di una disposizione inderogabile da parte di qualsiasi fonte, sia in senso migliorativo che peggiorativo per il lavoratore.

La quota di retribuzione annuale così determinata deve essere accantonata e rivalutata al 31 dicembre di ciascun anno.

Alla ex moglie spetta il Tfr dell’ex marito?

La legge stabilisce che, in caso di divorzio, all’ex moglie spetta una quota del Tfr percepito dal marito. Si tratta di una sorta di ricompensa per aver consentito al marito di dedicarsi alla carriera. In realtà la disposizione è frutto di una impostazione tradizionale della famiglia, dove la moglie non lavorava e badava alla casa; grazie a questa sua dedizione al ménage domestico l’uomo poteva concentrarsi sul  lavoro. Per cui, essendo il Tfr il risultato di tale lavoro, alla moglie che vi aveva contribuito indirettamente le era dovuta una quota. Nonostante il mutamento della famiglia e la partecipazione diretta della moglie alla vita lavorativa, questa legge non è mutata e tutt’oggi l’ex moglie ha diritto a una quota del Tfr dell’ex marito. Ma solo a determinate condizioni. In particolare:

  • la coppia deve aver divorziato;
  • alla moglie deve essere stato riconosciuto l’assegno divorzile dal giudice
  • la moglie non deve aver accettato un assegno divorzile in un’unica soluzione (cosiddetto una tantum) ma deve percepire l’assegno mensile;
  • la moglie non deve essersi risposata;
  • il rapporto di lavoro deve essersi svolto prima del divorzio e non dopo.

A quanto ammonta il Tfr all’ex moglie?

Alla ex moglie viene riconosciuto solo una parte del Tfr dell’ex marito e non tutto. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Nella determinazione della durata del matrimonio, si tiene conto anche dell’eventuale periodo di separazione legale, mentre nessuna rilevanza è riconosciuta alla cessazione della convivenza tra i coniugi [2].

Se il marito percepisce il Tfr dopo la separazione che diritti ha la moglie?

Potrà sembrare paradossale, ma la legge consente all’ex moglie di ottenere una quota del Tfr dell’ex marito solo a condizione che tra i due sia intervenuto il divorzio. Invece, nel caso di separazione l’ex moglie non potrà rivendicare il 40% del trattamento di fine rapporto percepito dal marito.

Tale circostanza si desume dal fatto che la previsione del Tfr all’ex coniuge che percepisce il mantenimento si riferisce testualmente alle coppie divorziate e non può essere estesa anche a quelle separate. La Cassazione ha più volte precisato che il diritto alla quota del Tfr dell’atro coniuge sorge solo quando l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio, ma non anche quando sia maturata precedentemente ad essa [3].

Conseguenza di quanto detto è che il coniuge separato potrà pretendere una quota del TFR dell’altro coniuge soltanto se, al momento della maturazione dell’indennità di fine rapporto, egli abbia già depositato ricorso per divorzio dinanzi la cancelleria del tribunale competente.

Quindi, per tornare all’esempio da cui siamo partiti, nel momento in cui l’uomo viene licenziato o si dimette dal lavoro e tuttavia ancora la coppia non abbia ancora avviato il procedimento di divorzio, l’ex moglie non potrà chiedere al giudice di ottenere una percentuale di tale Tfr.

Questa rigorosa regola subisce però delle attenuazioni. Poiché il Tfr finisce per “arricchire” l’ex marito, la donna potrà chiedere al giudice di tenere in considerazione tale maggiore disponibilità economica ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento.

A detta della giurisprudenza, se l’ex marito ottiene il pagamento del Tfr durante il periodo di separazione e prima del divorzio, l’ex coniuge, pur non potendo richiedere un quota percentuale su tale liquidazione (visto che la legge considera il periodo di separazione compreso nel matrimonio), questi potrà, tuttavia, chiedere che il giudice tenga conto dell’importo percepito:

  • nella quantificazione dell’eventuale assegno di mantenimento (se la causa di separazione è ancora in corso);
  • o, in un successiva richiesta di aumento dell’assegno di mantenimento (presentando una domanda di modifica delle condizioni della separazione successivamente alla sentenza di separazione stessa).

Cosa cambia dopo la sentenza Grilli che ha modificato le regole sul divorzio?

Come noto, la Cassazione [4] ha riscritto le regole sull’assegno di divorzio, stabilendo che tale contributi spetta solo se l’ex moglie non è in grado di mantenersi da sola, ossia non è dotata di autosufficienza economica. La sentenza (denominata “sentenza Grilli”) ha di fatto tagliato le gambe a numerose richieste di mantenimento accampate da donne che possedevano già un lavoro o che, pur potendo lavorare (per età, condizioni di salute e formazione) preferivano non farlo per farsi invece mantenere. Difatti, secondo i giudici, l’assegno di divorzio non ha – come invece quello di mantenimento – la funzione di garantire il “medesimo tenore di vita” goduto durante il matrimonio rasolo l’indipendenza economica. Ebbene, venendo meno, in tutte tali situazioni, il diritto agli alimenti, verrà meno anche la possibilità di rivendicare una quota del Tfr dell’ex marito all’esito del divorzio. Abbiamo infatti detto che, condizione per ottenere il 40% della liquidazione dell’ex coniuge, è aver ottenuto dal giudice la liquidazione all’assegno divorzile da pagare mensilmente.

note

[1] Legge sul divorzio L. n. 890/71970: «Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento e di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze, e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge, all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio».

[2] Cass. sent. n. 1348 del 31.01.2012.

[3] Cass. sent. n. 25520 del 16.12.2010.

[4] Cass. sent. n. 11504/2017 del 10.05.2017.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. Buongiorno, sinceramente quando leggo tutto questo mi sorge una domanda: ho convissuto per 25 anni con una persona che non aveva sicuramente capacità per seguire le regole dettate dalla società, cioè firme di matrimoni. Per farla breve abbiamo avuto due figli riconosciuti visto che vivevamo insieme (residenza anagrafica fino al 2007). Peggiorando la sua salute mentale, in maniera roccambolesca, sposa in un momento di confusione una sua amica d’infanzia, che conviveva da trent’anni con un vedovo (pensione reversibilità). Bene nel 2008 il mio compagno si suicida: risultato la moglie prende reversibilità per sempre non avendo mai vissuto un giorno insieme, ma continuando convivenza con il compagno di una vita che percepisce pensione di reversibilità anche lui e che non voleva sposarla per non perdere il diritto alla reversibilità!!!!

    Quindi io, convivente effettiva e moglie e compagna + figli non percepiamo pensione. La signora, si è licenziata, si gode la pensione di reversibilità + il compagno con la sua pensione di reversibilità.

    La domanda è questa rivolta anche al TFR: ma chi ha lavorato per avere quei soldi? insomma il matrimonio diventa un contratto societario? La donna perché non può lavorare? (ne va anche della dignità di donna). Chi decide di convivere parte con un altro concetto: io e te siamo due persone che lavorano, esistono… poi i figli è un capitolo a parte! Sinceramente la dignità del singolo va rispettata, le responsabilità devono essere fatte rispettare con leggi diverse. La pensione di reversibilità, come gli assegni di mantenimento per le mogli a vita!!! non funziona e siamo un paese arretrato e io sono una donna che non ha scelto di sposarsi per amore, per aiutare un compagno che aveva vissuto traumaticamente il divorzio dei suoi quando era piccolo e per lui era una firma che non valeva!!! E dopo il suicidio sono ancora senza lavoro, non ho aiuto dallo stato perché ho un ISEE che supera i 6000, già i miei figli sono in gamba con borse di studio e pensione reversibilità finché studiano… poi la perderanno, mentre la signora in questione vive e vivrà al mare a vita! di quali diritti parliamo: mogli, compagne, conviventi… o vedove di guerra! … il marito se si prende il TFR è suo è lui che ha lavorato non va al lavoro per mantenere la moglie… per le sue responsabilità ci devono essere altre leggi…

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