Controlli fiscali sui conti correnti con effetto retroattivo

12 febbraio 2018


Controlli fiscali sui conti correnti con effetto retroattivo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 febbraio 2018



Accertamenti fiscali sul rischio evasione tramite controlli eseguiti sui conti correnti in base ai dati forniti dall’Anagrafe dei rapporti finanziari.

L’Agenzia delle Entrate mira a colmare la propria assenza in materia di controlli fiscali sui conti correnti e libretti. Un’assenza stigmatizzata la scorsa estate dalla Corte dei Conti secondo cui il nostro fisco, pur avendo a disposizione uno strumento forte e incisivo quale l’Anagrafe dei rapporti finanziari, non se ne è valso sino ad oggi per stanare l’evasione fiscale. L’Anagrafe dei rapporti finanziari – meglio nota come Anagrafe dei conti correnti – è il maxi archivio, in uso all’amministrazione finanziaria, che contiene tutti i dati dei conti correnti e depositi degli italiani: dal saldo di fine anno alla movimentazione in entrata e in uscita (ossia, prelievi e versamenti), dall’apertura alla chiusura dei rapporti finanziari. Non vi rientrano solo i tradizionali conti correnti, ma anche i libretti, i conti di deposito, i rapporti fiduciari, le carte di credito e altri rapporti finanziari.

Dopo la bacchettata, l’Agenzia delle Entrate – ferita forse nell’orgoglio – ha ora promesso una nuova stagione di controlli fiscali sui conti correnti con effetto retroattivo. Che significa? Che, benché si attiverà solo da quest’anno, inizierà a mettere al setaccio i periodi passati, partendo dal 2013. Vediamo meglio come si atteggeranno i controlli e chi rischia di più.

Le indagini sui conti correnti possono essere attivate su tutti i contribuenti: non solo sugli autonomi, imprenditori e professionisti – storicamente ritenuti la classe più a rischio evasione – ma anche sui lavoratori dipendenti, i pensionati e gli stessi disoccupati. L’avvio dei controlli bancari non può originare da una semplice indagine a campione, ma deve trovare giustificazione da previ indizi di irregolarità di qualsiasi tipo: una spesa superiore rispetto alla dichiarazione dei redditi, un tenore di vita particolarmente elevato, un bonifico di diverse migliaia di euro non giustificato. Anche l’utilizzo del redditometro – che misura le spese eseguite nell’anno e le confronta con le entrate dichiarate – può far scattare il controllo.

L’avvio delle indagini sul conto corrente non necessita dell’autorizzazione del magistrato ma solo quello della Direzione Centrale o Regionale delle Entrate. L’unico limite per il fisco è quello di poter verificare le annualità per le quali è ancora nei termini per l’accertamento fiscale: termini che, con la legge di Stabilità del 2016, sono stati portati fino a sette anni per i casi di omessa dichiarazione e cinque per i casi di irregolare dichiarazione (leggi Termini per il controllo della dichiarazione dei redditi).

In verità, come suggerito dalla Corte dei Conti, non c’è più bisogno di accedere alle informazioni bancarie tramite accesso agli istituti di credito e la tradizionale “ispezione”, poiché gran parte dei dati dei conti sono già presenti nell’Anagrafe dei rapporti finanziari. Sicché i controlli potrebbero avvenire “a tavolino”. In questo modo l’Agenzia delle Entrate può sfruttare tali informazioni per predisporre le cosiddette «liste selettive», ossia una sorta di black list, di elenco dei contribuenti a maggior rischio evasione.

Il Fisco ha parlato di ultimazione del periodo di «sperimentazione» dell’Anagrafe dei conti correnti e ora promette di “fare sul serio”. In che modo? Lo abbiamo in parte già visto qualche giorno fa: è pronto al battesimo il nuovo Risparmiometro, uno strumento che analizzerà la giacenza sul conto corrente e verificherà se questa è proporzionale al reddito dichiarato. Chi risparmia in misura superiore del guadagno, detratte le spese necessarie per vivere, dimostra di avere una disponibilità di contanti non dichiarata. Tanto per fare un esempio, un contribuente (un dipendente o un professionista) che accredita i propri guadagni “ufficiali” sul conto ma che, a fine anno, ha eseguito pochi prelievi dimostra di avere disponibilità liquide sottratte a tassazione.

Nonostante l’utilizzo di questi strumenti abbia solo ora superato il test iniziale, le indagini verranno eseguite in modo più penetrante sugli anni passati per poi andare a regime per il futuro, di anno in anno. Ecco perché si parla di controlli «con effetto retroattivo». Come dire: inutile piangere ora; bisognava pensarci prima.

Il fisco promette di iniziare i controlli in relazione al periodo di imposta 2013 per quanto riguarda conti bancari, rapporti fiduciari, gestioni collettive del risparmio, gestioni patrimoniali, certificati di deposito e buoni fruttiferi. L’indagine si estenderà poi al periodo d’imposta 2014, ampliando lo spettro dei rapporti sotto controllo a carte di credito, prodotti finanziari emessi da imprese di assicurazione, acquisto e vendita di oro e metalli preziosi.

In pratica, il Fisco utilizzerà le informazioni contenute nell’archivio dei rapporti per ricostruire il patrimonio finanziario dei contribuenti, di modo da individuare eventuali incrementi non giustificati dai redditi prodotti nell’anno, al netto delle spese sostenute. Le eventuali incoerenze saranno considerate sintomo di «rischio fiscale» e potranno far partire un accertamento fiscale dell’Agenzia.

I contribuenti saranno selezionati dopo che l’algoritmo avrà incrociato i dati presenti nell’archivio rapporti con i dati della dichiarazione dei redditi.

L’Agenzia dovrà poi procedere a un controllo della qualità del dato utilizzato e delle conseguenti elaborazioni logiche effettuate e garantire che il trattamento del dato non dia esiti di errate rappresentazioni della capacità contributiva.

Sarà poi affidato alle direzioni provinciali il compito di valutare la coerenza complessiva della posizione di ciascun contribuente selezionato.

L’Agenzia ha anche garantito che sarà fornita «idonea informativa al contribuente che sarà convocato in contraddittorio con particolare riferimento alla natura obbligatoria o facoltativa del conferimento dei dati in tale sede e alle conseguenze di un’eventuale mancata presentazione o rifiuto a rispondere».


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