Diritto e Fisco | Articoli

Clausola vessatoria con caratteri minuscoli: che valore ha?

13 febbraio 2018


Clausola vessatoria con caratteri minuscoli: che valore ha?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 febbraio 2018



Le clausole più svantaggiose per il consumatore possono essere scritte anche con caratteri più piccoli rispetto alla restante parte del contratto.

Hai firmato un contratto per un abbonamento con una grossa compagnia telefonica: ti sono stati forniti, dall’agente di zona, i moduli da compilare, tutti già prestampati. Ti ha detto di mettere «una firma qua…, una qua…, una qua…, un’altra qua» senza chiarirti però quale significato avessero e perché tutte queste ripetizioni. Ti sei limitato a fare come ti diceva perché sai che tanto i contratti sono sempre a sfavore del consumatore e non c’è modo di modificarli. Dopo un po’ di tempo, in occasione di un problema di funzionamento, ti sei rivolto all’azienda per chiedere il risarcimento ma questa ti ha rifilato un rimborso simbolico, impedendoti il recesso se non a seguito del pagamento di una penale. Ti sei opposto, ma la società ti ha fatto notare che, tra le varie firme che hai messo sul contratto, ce n’è una in cui accetti una serie di clausole vessatorie, ossia condizioni particolarmente svantaggiose. È proprio così: ma la clausola – come sempre succede nei moduli standard e prestampati dalle società – è scritta con caratteri molto più piccoli rispetto al resto del contratto. Per te, questa differenza grafica ha un grosso valore perché – sostieni – è volta a truffare il cliente e a non fargli prendere visione consapevole del contenuto dei suoi diritti e obblighi. La questione finisce a un giudice al quale viene chiesto: che valore ha la clausola vessatoria con caratteri minuscoli? Sul punto si è appena espressa la Cassazione [1] la quale, nel confermare un indirizzo interpretativo già offerto in passato, ha così deciso.

Cosa sono le clausole vessatorie

Il codice civile [2] definisce clausole vessatorie tutte quelle clausole, inserite in contratti standard predisposi con moduli e formulari dalle società – e come tali immodificabili – che avvantaggiano in modo considerevole una parte, penalizzando fortemente l’altra  (per un elenco delle clausole vessatorie leggi la nota [3]). Sempre la legge stabilisce che le clausole vessatorie possono avere efficacia solo se sono state «specificamente approvate per iscritto». Tradotto in termini pratici significa che il cliente deve apporre una seconda firma, dopo quella a fine del contratto, in corrispondenza di una ulteriore clausola in cui vengono richiamati tutti i numeri degli articoli del contratto medesimo ove sono state apposte clausole vessatorie. Questo richiamo serve per garantire una maggiore attenzione del consumatore sulla presenza, all’interno della scrittura, di condizioni a lui svantaggiose, in modo da poterle individuare immediatamente.

Contratti capestri

La pratica di tutti i giorni ci ha abituato a contratti spesso scritti in una sola pagina, con caratteri stretti, che per leggerli necessiterebbero di lenti di ingrandimento. Peraltro anche lo stesso linguaggio è a volte incomprensibile. Sono poche le persone che si danno animo di studiare il contenuto di questi contratti; nella gran parte dei casi si firma spinti più che altro dal rapporto fiduciario instaurato con il brand, con il rivenditore o con il nome dell’azienda madre. Anche questa disattenzione dell’utente ha portato le società fornitrici a preoccuparsi poco di rendere appropriabili i propri moduli; tant’è che, a volte, le clausole vessatorie vengono scritte con caratteri minuscoli. Che valore hanno se la dimensione delle lettere è diversa da quella della restante parte del documento?

Clausole con caratteri molto piccoli: che valore hanno?

Secondo la Cassazione, è valido il contratto stipulato con una azienda dove le clausole vessatorie risultano poco leggibili o riprodotte in una dimensione più piccola rispetto alla restante parte del documento.

«L’eventuale illeggibilità di una o più clausole vessatorie – scrive infatti la Corte – non esonera il contraente debole dall’onere di vigilare affinché non vengono apposte firme ad “occhi chiusi”». Il codice civile «prevede l’efficacia delle clausole che il contraente avrebbe dovuto conoscere con l’ordinaria diligenza». Per cui l’utente «non può addurre a sostegno della propria tesi il fatto che la clausola non fosse chiaramente comprensibile e decifrabile».

Chi firma un contratto non può essere disattento sul contenuto del testo e qualora questo dovesse risultare illeggibile perché scritto con caratteri minuscoli è suo onere – oltreché diritto – farsi consegnare una copia stampata in modo più opportuno. Ma se non lo fa e, con imprudenza, firma ugualmente là dove gli dice il venditore senza preoccuparsi del fatto che, al posto delle lettere ci sono solo “formichine”, non può lamentarsi poi di ciò solo davanti al giudice.

Ecco dunque il principio definitivo scritto dalla Cassazione:  «In materia di contratti conclusi con la sottoscrizione di moduli o formulari predisposti per disciplinare in modo uniforme determinati rapporti (nella specie di utenza telefonica), la clausola con cui si stabilisce una deroga alla competenza territoriale ha natura vessatoria e deve essere approvata espressamente per iscritto. Qualora la medesima risulti scarsamente o per nulla leggibile, sia perché il modello è in fotocopia sia perché i caratteri grafici sono eccessivamente piccoli, il contraente debole può esigere dalla controparte che gli venga fornito un modello contrattuale pienamente leggibile; ma ove ciò non sia stato fatto non può lamentare in sede giudiziale di non aver rettamente compreso la portata della suddetta clausola derogatoria».

Contratti conclusi tramite moduli – In un contratto di telefonia, la clausola che stabilisca una deroga alla competenza è vessatoria e va approvata separatamente, se però è poco leggibile il consumatore nulla può pretendere se non ha chiesto che gli venisse fornito un modello leggibile.

note

[1] Cass. ord. n. 3307/2018.

[2] Artt. 1341 e 1342 cod. civ.

[3] Si tratta delle clausole che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria. In pratica sono ad esempio clausole vessatorie quelle che hanno l’effetto di:

escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di morte o dando alla persona del consumatore, risultante da un fatto o da un’omissione del professionista;

escludere o limitare le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista o di un’altra parte in caso di inadempimento totale o parziale o di adempimento inesatto da parte del professionista;

escludere o limitare l’opportunità da parte del consumatore della compensazione di un debito nei confronti del professionista con un credito vantato nei confronti di quest’ultimo;

prevedere un impegno definitivo del consumatore mentre l’esecuzione della prestazione del professionista è subordinata ad una condizione il cui adempimento dipende unicamente dalla sua volontà;

consentire al professionista di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore se quest’ultimo non conclude il contratto o recede da esso, senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma corrisposta se è quest’ultimo a non concludere il contratto oppure a recedere;

imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente d’importo manifestamente eccessivo;

riconoscere al solo professionista e non anche al consumatore la facoltà di recedere dal contratto, nonché consentire al professionista di trattenere anche solo in parte la somma versata dal consumatore a titolo di corrispettivo per prestazioni non ancora adempiute, quando sia il professionista a recedere dal contratto;

consentire al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa;

stabilire un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza del contratto per comunicare la disdetta al fine di evitare la tacita proroga o rinnovazione;

prevedere l’estensione dell’adesione del consumatore a clausole che non ha avuto la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto;

consentire al professionista di modificare unilateralmente le clausole del contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso;

stabilire che il prezzo dei beni o dei servizi sia determinato al momento della consegna o della prestazione;

consentire al professionista di aumentare il prezzo del bene o del servizio senza che il consumatore possa recedere se il prezzo finale è eccessivamente elevato rispetto a quello originariamente convenuto;

riservare al professionista il potere di accertare la conformità del bene venduto o del servizio prestato a quello previsto nel contratto o conferirgli il diritto esclusivo d’interpretare una clausola qualsiasi del contratto;

limitare la responsabilità del professionista rispetto alle obbligazioni derivanti dai contratti stipulati in suo nome dai mandatari o subordinare l’adempimento delle suddette obbligazioni al rispetto di particolari formalità;

limitare o escludere l’opponibilità dell’eccezione d’inadempimento da parte del consumatore;

consentire al professionista di sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti dal contratto, anche nel caso di preventivo consenso del consumatore, qualora risulti diminuita la tutela dei diritti di quest’ultimo;

sancire a carico del consumatore decadenze, limitazioni della facoltà di opporre eccezioni, deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria, limitazioni all’adduzione di prove, inversioni o modificazioni dell’onere della prova, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti con i terzi;

stabilire come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio elettivo del consumatore;

prevedere l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo come subordinati ad una condizione sospensiva dipendente dalla mera volontà del professionista a fronte di un’obbligazione immediatamente efficace del consumatore.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 4 dicembre 2017 – 12 febbraio 2018, n. 3307
Presidente Amendola – Relatore Cirillo

Fatti di causa

1. La Publi Bolgheri s.r.l. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Livorno, Sezione distaccata di Cecina, la British Telecom s.p.a. e – sulla premessa di aver sottoscritto con la medesima un contratto di utenza telefonica con passaggio da altro operatore, utenza che era rimasta non attivata per oltre otto mesi – chiese che la convenuta fosse condannata al risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti all’interruzione della linea ed alla conseguente perdita di numerose opportunità lavorative.
Si costituì in giudizio la società convenuta, eccependo in rito l’incompetenza per territorio del Tribunale adito per essere competente quello di Milano, chiedendo nel merito il rigetto della domanda ed avanzando domanda riconvenzionale per il pagamento di fatture insolute.
Svolta prova per testi e trasferita la causa alla sede centrale del Tribunale di Livorno, questo rigettò l’eccezione di incompetenza e la domanda riconvenzionale della società convenuta, accolse la domanda principale e condannò la società telefonica al pagamento della somma di Euro 70.000, oltre interessi e con il carico delle spese di lite.
2. La pronuncia è stata impugnata dalla società British Telecom e la Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 10 gennaio 2017, ha accolto il primo motivo di gravame (relativo alla competenza) e, in totale riforma della decisione del Tribunale, ha dichiarato l’incompetenza per territorio del Tribunale adito, essendo competente il Tribunale di Milano, ha condannato la Publi Bolgheri s.r.l. alla restituzione delle somme ricevute in esecuzione della prima decisione cd alla rifusione delle spese di entrambi i gradi di giudizio.
Ha osservato la Corte territoriale che la società telefonica aveva prodotto in giudizio due documenti: il doc. n. 3, contenente copia del contratto, scarsamente leggibile, identico a quello prodotto dalla società Publi Bolgheri, e il doc. 3-bis, contenente un fac simile del modulo contrattuale, chiaramente leggibile. Ha quindi rilevato) che la circostanza per cui il doc. n. 3 non era leggibile non voleva significare che fosse illeggibile anche l’originale del contratto a suo tempo sottoscritto; tale circostanza era, anzi, da escludere, perché non poteva ritenersi che la società Publi Bolgheri avesse apposto una doppia firma su di un contratto senza leggerne le clausole. 11 problema, quindi, non era quello della leggibilità del contratto originario, ma semmai delle copie del medesimo prodotte in giudizio.
Tanto premesso, la Corte di merito ha rilevato che il Tribunale avrebbe dovuto verificare quale fosse il contenuto del contratto e, in particolare, dell’art. 16, che conteneva la clausola di deroga alla competenza per territorio. Ora, dal doc. 3 suindicato, cioè quello firmato, risultava che le condizioni generali di contratto erano “scritte piccolissime e quindi effettivamente quasi illeggibili”. Tuttavia la società attrice non aveva contestato che le condizioni generali di contratto risultanti dal doc. 3-bis prodotto dalla società telefonica corrispondessero a quelle visionate dalla medesima all’atto della stipula del contratto. In sostanza, la società attrice, avendo apposto una doppia firma ai sensi dell’art. 1341 cod. civ., non aveva in effetti contestato che “il contenuto dell’art. 16 citato fosse proprio quello indicato nel fac simile del modulo contrattuale che è stato prodotto da controparte come documento 3-bis con la comparsa di risposta”. Ha perciò affermato la Corte fiorentina che il contenuto dell’art. 16 del contratto era quello leggibile nel citato documento 3-bis e che, pertanto, l’eccezione di incompetenza per territorio tempestivamente formulata dalla società telefonica era fondata.
Di qui la conclusione dell’accoglimento del primo motivo di appello e la declaratoria di incompetenza del Tribunale di Livorno.
3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Firenze propone regolamento necessario di competenza la società Publi Bolgheri con atto affidato ad un motivo.
Resiste la British Telecom Italia s.p.a. con controricorso affiancato) da memoria.
Il P.M. presso questa Corte ha rassegnato le proprie conclusioni chiedendo che il ricorso venga rigettato.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta errata interpretazione dell’art. 1341, secondo comma, cod. civ., e violazione delle norme sulla competenza.
Rileva la società ricorrente che, come aveva riconosciuto il Tribunale di Livorno, i due esemplari di contratto depositati da essa ricorrente e dalla controparte (doc. 1 dell’atto di citazione e doc. 3 della comparsa di risposta) erano, entrambi, assolutamente illeggibili; ciò nonostante, la Corte d’appello ha ritenuto di poter compensare tale carenza con la produzione, da parte della società telefonica, del documento 3-bis, perfettamente leggibile. Simile ricostruzione, però, sarebbe in contrasto con l’invocato art. 1341 cod. civ.; ed infatti la sottoscrizione specifica che il gomma secondo di tale norma richiede per le clausole vessatorie è stata intesa nel senso che il contenuto delle medesime deve essere indicato in modo tale che esse risultino comprensibili. Da tanto conseguirebbe che la piena leggibilità del contratto nel fac simile prodotto non assume alcun rilievo se il contratto concretamente sottoscritto dalle parti non ha posto il contraente debole nella condizione di comprenderne il contenuto; la incomprensibilità del documento firmato non potrebbe essere superata, infatti, dalla produzione di un facsimile. Non si vede, osserva la ricorrente, come si sarebbe potuto contestare la clausola dell’art. 16 posto che il contratto prodotto in copia in corso di causa era illeggibile. Ne consegue che, non essendo stato sottoscritto un contratto leggibile, la clausola derogatoria era invalida; né la British Telecom ha mai prodotto l’originale del contratto, siccome rimasto) in possesso dell’agente commerciale che lo aveva fatto sottoscrivere alla società ricorrente.
2. Il motivo non è fondato.
2.1. Rileva innanzitutto il Collegio che la clausola con la quale si preveda la deroga alla competenza territoriale è, per esplicita previsione dell’art. 1341, secondo comma, cod. civ., una clausola vessatoria, per la quale si richiede l’espressa approvazione per iscritto da parte del contraente c.d. debole (ordinanza 14 ottobre 2009, n. 21816). Il primo comma dell’art. 1341 cod. civ., tuttavia, dispone che le condizioni generali di contratto) predisposte da uno dei contraenti siano efficaci nei confronti dell’altro “se al momento) della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza”.
La società ricorrente sostiene di non aver potuto in realtà visionare l’originale del contratto contenente la contestata clausola derogatoria e di aver apposto la propria firma su di una copia pressoché del tutto illeggibile; la Corte d’appello, da parte sua, riconosce la sostanziale illeggibilità (dato che le clausole erano “scritte piccolissime”), ma specifica che nel facsimile prodotto le clausole erano perfettamente leggibili e che l’odierna ricorrente non aveva mai contestato, in sede di merito, la conformità del facsimile rispetto al documento realmente sottoscritto.
2.2. Tutto ciò premesso, il problema che l’odierno ricorso pone consiste nello stabilire quale efficacia si debba ricondurre ad una simile clausola in presenza di sottoscrizione, per approvazione, di un documento redatto a caratteri molto piccoli e pressoché illeggibile, trattandosi di una copia sbiadita.
Va osservato che questa Corte, con un precedente molto risalente nel tempo (sentenza 11 ottobre 1973, n. 2562), ha affermato che la specifica approvazione per iscritto delle clausole onerose previste dall’art. 1341 cod. civ. rende inammissibile la presunzione di una loro mancata conoscenza per l’asserito insufficiente rilievo tipografico o per la loro scarsa leggibilità. Tale precedente va ripreso e ribadito, con le necessarie ulteriori specificazioni.
Negli atti di causa a disposizione di questa Corte non si rinviene il documento che la sentenza impugnata indica con il n. 3-bis, ossia il facsimile del contratto) che la società telefonica risulta aver prodotto in sede di merito. Dalla lettura degli atti prodotti risulta che, effettivamente, il documento firmato era ai limiti della illeggibilità; il che, però, non è sufficiente ai fini dell’accoglimento del ricorso. Devono essere compiute, al riguardo, due osservazioni. In primo luogo, va detto che nel documento sottoscritto (indicato dalla sentenza impugnata col n. 3) l’esistenza della clausola derogatoria della competenza è visibile e leggibile; essa, infatti, inserita in un elenco, è indicata con un apposito numero che la distingue dalle altre (il che soddisfa i requisiti indicati dalla giurisprudenza di questa Corte: v., sul punto, l’ordinanza 21 luglio 2015, n. 15278, e la sentenza 11 novembre 2015, n. 22984). In secondo luogo si deve aggiungere che, a prescindere dalla mancanza, in questa sede, del facsimile (certamente leggibile) che la Corte d’appello ha visionato, si può considerare circostanza pacifica che una grande compagnia telefonica predisponga un modello di contratto contenente anche le clausole vessatorie, per cui tale “originale” era certamente esistente. Ora, l’eventuale illeggibilità di una o più clausole vessatorie non esonera il contraente debole dall’onere di vigilare affinché non vengano apposte firme “ad occhi chiusi”; l’art. 1341, primo comma, cod. civ., prevede, come si è visto, l’efficacia delle clausole che il contraente avrebbe dovuto conoscere con l’ordinaria diligenza, per cui la società oggi ricorrente non può addurre, a sostegno della propria tesi, il fatto che la clausola in questione non fosse “chiaramente comprensibile e decifrabile”. Né può essere taciuto che nella presente vicenda la società ricorrente non ha mai contestato, neppure in questa sede, che il facsimile del contratto) prodotto in sede di merito fosse diverso nel contenuto rispetto al documento, poco leggibile, effettivamente sottoscritto; circostanza posta in luce dalla Corte d’appello nel provvedimento qui impugnato. In definitiva, la scarsa possibilità di conoscenza che la società ricorrente lamenta non è riconducibile all’effettiva impossibilità di fermare l’attenzione sul contenuto della clausola, ma ad una sostanziale disattenzione di chi ha firmato senza leggere o, in alternativa, non si è preoccupato di farsi consegnare un documento pienamente leggibile. Va enunciato, in conclusione, il seguente principio di diritto:
“In materia di contratti conclusi mediante la sottoscrizione di moduli o formulari predisposti per disciplinare in modo uniforme determinati rapporti (nella specie, utenza telefonica), la clausola con cui si stabilisce una deroga alla competenza territoriale ha natura vessatoria e deve essere, ai sensi dell’art. 1341, secondo comma, cod. civ., approvata espressamente per iscritto. Qualora la medesima risulti scarsamente o per nulla leggibile, sia perché il modello è in fotocopia sia perché i caratteri grafici sono eccessivamente piccoli, il contraente debole può esigere dalla controparte che gli venga fornito un modello contrattuale pienamente leggibile; ma, ove ciò non abbia fatto, non può lamentare in sede giudiziale di non aver rettamente compreso la portata della suddetta clausola derogatoria”.
3. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
In considerazione, peraltro, della delicatezza della questione e degli alterni esiti dei due giudizi di merito, la Corte ritiene equo compensare integralmente tra le parti le spese del presente regolamento.
Sussistono tuttavia le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del presente regolamento.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-cater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI