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Autotutela: entro quanto tempo la risposta?

13 febbraio 2018


Autotutela: entro quanto tempo la risposta?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 febbraio 2018



In caso di presentazione dell’istanza in autotutela, con ricorso all’amministrazione che ha adottato un atto illegittimo, la risposta non è dovuta.

Contro un atto amministrativo illegittimo (ad esempio quello dell’Agenzia delle Entrate o dell’Agente della riscossione) c’è sempre la possibilità di rivolgersi al giudice. Ma quando non si vuol far causa perché il gioco non vale la candela, perché non si vuol spendere soldi o perché sono scaduti i termini per farlo, c’è sempre la possibilità di presentare una istanza in autotutela. L’autotutela è una richiesta del cittadino alla pubblica amministrazione – presentata in carta semplice e senza bisogno di avvocato – con cui si chiede di rivedere l’atto alla luce di alcune censure di irregolarità. L’autotutela si configura così come una sorta di facoltà dell’amministrazione di evitare a sé stessa di commettere errori che la potrebbero vedere soccombente in una eventuale causa. È insomma il potere di annullare un atto viziato. Spesso succede, però, che all’invio dell’istanza, non faccia riscontro alcuna risposta. Così è legittimo chiedersi, in caso di presentazione di una istanza in autotutela, entro quanto tempo deve intervenire la risposta della pubblica amministrazione? La soluzione a questo quesito l’ha fornita la Corte Costituzionale con una recente sentenza [1].

Autotutela: cos’è e come funziona?

Tutte le volte in cui un atto della pubblica amministrazione è palesemente errato o illegittimo – ad esempio si tratta di una tassa non dovuta o di una multa già pagata – prima di presentare il ricorso al giudice si può tentare di ottenere l’annullamento in autotutela. Si tratta di una istanza che viene inviata dal cittadino tramite raccomandata a.r. in carta semplice o posta elettronica certificata. Non ci sono termini di presentazione. Non è necessaria la difesa dell’avvocato; così lo stesso interessato può presentare il ricorso. La domanda dev’essere presentata all’ufficio (di competenza) che ha emesso l’atto.

Di solito i casi in cui è più frequente il ricorso all’autotutela sono quelli in materia fiscale o di cartelle esattoriali. L’amministrazione finanziaria – come tutte le altre amministrazioni – ha così il potere/dovere di correggere o annullare, su propria iniziativa o su richiesta del contribuente, tutti i propri atti che risultano illegittimi o infondati.

La P.A. può annullare l’atto, di sua iniziativa, anche qualora il contribuente non ne abbia fatta richiesta e indipendentemente da quanto tempo è passato dall’emanazione dello stesso.

L’annullamento in autotutela non è un dovere per la P.A. ma una facoltà. Secondo la legge, e a quanto ha ribadito il Ministero delle Finanze, non vi è a carico dell’amministrazione finanziaria un dovere giuridico in tal senso. Si tratta di una semplice facoltà discrezionale, il cui mancato esercizio non può essere in alcun modo contestato.

L’autotutela non sospende i termini per il ricorso

Prima però di spiegarti quanto tempo c’è per la risposta al ricorso in autotutela, mi preme avvisarti di un fatto molto importante, che in molti sottovalutano. La presentazione di un ricorso in autotutela non sospende i termini per fare la causa in tribunale. Questo significa che se, come spesso succede, c’è un termine per impugnare l’atto amministrativo illegittimo, questo termine continua a decorrere nonostante l’invio dell’istanza in autotutela. Aspettare è bene, ma è sempre meglio prepararsi al peggio: ossia a una risposta negativa o, addirittura, a una assenza di risposta. In quel caso, con il ricorso al giudice già pronto, si eviterà di far scadere i termini per la difesa giudiziale.

La mancata risposta all’autotutela come va interpretata?

Altra questione non meno importante da considerare è il valore da assegnare all’eventuale silenzio della amministrazione. Se la legge non risponde diversamente, la mancata risposta si considera un rifiuto delle richieste del cittadino. Non vale cioè la regola del silenzio-assenso, ma quella del silenzio-rigetto. Sono rari i casi in cui, alla mancata risposta della P.A. si può attribuire valore di accoglimento e, ad ogni modo, deve essere una norma a stabilirlo. Un’ipotesi è quella del ricorso al prefetto contro le multe stradali: se non c’è riscontro entro 180 giorni, la contravvenzione si considera automaticamente annullata.

A termini scaduti per il ricorso si può fare autotutela?

Ultimo aspetto da tenere a mente: non ci sono limiti di tempo per presentare un’istanza in autotutela. Trattandosi, in fin dei conti, di una segnalazione alla P.A. per darle la possibilità di correggere un proprio errore – e quindi, in definitiva, “autotutelarsi” da un eventuale ricorso del cittadino – essa può essere presentata anche dopo diverso tempo. La giurisprudenza ha così ritenuto legittimo presentare un’istanza in autotutela anche se sono ormai scaduti i termini per presentare ricorso al giudice; ciò non preclude alla P.A. – in ragione dei principi di imparzialità ed efficienza del suo operato – di rivedere un proprio atto benché divenuto definitivo per mancata impugnazione.

Ma è proprio sul momento di presentazione dell’istanza in autotutela – se cioè a termini per il ricorso al giudice scaduti o meno – che si gioca la risposta al quesito di partenza: entro quanto tempo la risposta all’autotutela?

Vediamo dunque qual è la soluzione.

Autotutela a termini del ricorso non ancora scaduti: entro quanto la risposta?

Se il cittadino/contribuente presenta domanda di annullamento in autotutela di una richiesta di pagamento (sottoposto ai termini perentori di impugnazione fissati dalla legge in 60 giorni), l’ente impositore è obbligato a rispondere «prima della scadenza del termine concesso per proporre ricorso» e, quindi, prima dei 60 giorni. Come abbiamo detto la risposta può essere sia favorevole al contribuente che meno. L’importante è che intervenga. Una mancata risposta o una risposta successiva ai termini per far ricorso manifesta «un comportamento che rivela assoluta carenza del doveroso rispetto dei diritti del contribuente». Se il contribuente dovesse fare causa contro l’atto illegittimo e vincere il ricorso, la mancata risposta alla precedente istanza in autotutela gli consente di chiedere al giudice una condanna nei confronti dell’amministrazione al risarcimento del danno per lite temeraria [2]. Infatti, la Pubblica Amministrazione «ha l’obbligo, non solo morale, ma giuridico di emettere il provvedimento conclusivo, positivo o negativo […] prima della scadenza del termine concesso al contribuente per proporre ricorso».

L’aver costretto il contribuente a fare causa nonostante la palese illegittimità dell’atto, che ben poteva essere annullato in autotutela, è quindi un danno risarcibile.

Autotutela a termini per il ricorso già scaduti: entro quanto la risposta?

Come abbiamo anticipato, l’istanza in autotutela può essere presentata anche a termini del ricorso già scaduti. Ma in tal caso, secondo la Corte Costituzione, la pubblica amministrazione non ha alcun obbligo di rispondere alle richieste in autotutela presentate dal cittadino. Se così fosse, infatti, si aprirebbe per il contribuente una seconda possibilità di fare ricorso contro l’atto benché la legge abbia fissato in modo rigoroso i termini per l’impugnazione.

Dunque, non sussiste alcun obbligo dell’amministrazione pubblica di rispondere alle istanze di autotutela presentate dai contribuenti dopo l’emanazione di un atto divenuto ormai definitivo.

Secondo la Consulta, la ragione della definitività dei provvedimenti amministrativi e della loro inoppugnabilità risiede nell’esigenza dell’ordinamento di dare certezza ai rapporti giuridici. Imporre all’amministrazione di pronunciarsi sulle istanze di autotutela e ammettere l’azione giudiziale contro il silenzio, significherebbe aprire la porta «alla possibile messa in discussione dell’obbligo tributario consolidato a seguito dell’atto impositivo definitivo. L’autotutela finirebbe quindi per offrire una generalizzata «seconda possibilità» di tutela, dopo la scadenza dei termini per il ricorso contro lo stesso atto impositivo». E «per giunta azionabile senza data di scadenza dall’interessato, il quale potrebbe riattivare in ogni momento il circuito giurisdizionale, superando il principio della definitività del provvedimento amministrativo».

note

[1] C. Cost. sent. n. 181/2017.

[2] Art. 96 Cod. proc. civ. Cfr. CTP Molise, sent. n. 195/2014.


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1 Commento

  1. E’ proprio vero che quella che fu la patria del diritto è divenuta la patria degli abusi. Con gli stipendi da 400 a 600 mila euro annui (per andare una o due volte al mese) vogliamo che chi è chiamato a tutelare i diritti garantiti costituzionalmente ai cittadini, si preoccupi di costoro o di chi l’ha messo tra i giudici della Corte, consentendogli quel lavoro prestigioso e retribuito oltre misura? A voi la risposta. Certo è che in diritto, anche le sentenze rese su presupposti riconosciuti o dichiarati falsi, sono revocabili. Perché dunque se lo Stato pretende con il suo esattore somme non dovute, la parte, anche quando non ha prodotto ricorso tempestivo, può chiedere l’autotutela ma non può riaprire, in conseguenza del suo rigetto, la vicenda davanti al giudice? Leggo che la Corte Costituzionale, per negare la possibilità, ha fatto riferimento alla “definitività dei provvedimenti amministrativi”, ma se l’atto posto in essere dalla P.A. è illegittimo e la sua illegittimità costituisce un abuso, con la conseguenza che gli effetti dell’abuso non possono trovare tutela giuridica, come si fa ad affermare che non si deve riaprire il circuito giuridico? Si ammetta allora che nell’interesse del potere occorre costituzionalmente tutelare l’abuso della P.A. o dei suoi funzionari…

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