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Lo sai che? Risarcimento danni: basta la fattura del carrozziere?

Lo sai che? Pubblicato il 14 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 febbraio 2018

Laddove non accompagnata da una quietanza o da un’accettazione, la fattura non costituisce di per sé una prova del danno subito.

Per poter chiedere un risarcimento del danno è necessario, nel nostro sistema processuale, dimostrare non solo la condotta illecita della controparte ma anche l’esistenza e entità del danno. Sono rarissimi i casi in cui il danno si presume già solo per il fatto che c’è stato un comportamento contrario alla legge (ad esempio, dal rumore fatto dal vicino durante la notte si può desumere un danno alla salute visto che è implicito che il «non riposare» comporta una lesione alla salute e alla qualità di vita). Nel caso di incidenti stradali si segue dunque questa regola: il proprietario dell’auto che vuol farsi risarcire dall’assicurazione le spese per la riparazione della macchina deve dimostrare l’entità del danno e la spesa sostenuta. Molto spesso, però, gli automobilisti sono soliti presentare, alla compagnia di assicurazione, la semplice fattura del carrozziere, spesso emessa da quest’ultimo, con compiacenza, prima ancora dell’intervento onde agevolare una più pronta liquidazione del sinistro e poi, coi soldi, procedere alla effettiva riparazione. È lecita questa pratica? La questione è approdata sul banco della Cassazione alla quale è stato chiesto se, per ottenere il risarcimento dei danni basta la fattura del carrozziere. La risposta dei giudici supremi è stata particolarmente rigorosa [1].

Partiamo da un concetto che, per quanto banale, servirà per comprendere la soluzione al problema. Il danno che subisce l’automobilista a seguito di incidente stradale non è tanto la fiancata rientrata, il parafango caduto o il cofano ammaccato; questo è solo l’aspetto immediato del danno. Il danno vero e proprio è la perdita economica che consegue alla diminuzione di valore dell’auto o alla spesa necessaria alla riparazione.

Ebbene, secondo la Cassazione, non basta una semplice fattura per ottenere il risarcimento dei danni ossia il rimborso dei soldi pagati all’officina. Non almeno se la fattura non è accompagnata da una quietanza del carrozziere con cui questi certifica che il pagamento è stato effettivamente eseguito. Questo perché l’emissione della fattura non serve a garantire che c’è stato un esborso monetario da parte del proprietario dell’auto e, quindi, un danno. La fattura è un semplice documento fiscale che non ha alcun valore certificatorio del pagamento.

Per la stessa ragione i giudici hanno in passato escluso che il preventivo del carrozziere possa essere sufficiente per dimostrare l’esistenza del danno e, quindi, l’esborso dell’automobilista. Come con la fattura non quietanzata, anche con il preventivo l’assicurazione non è tenuta a rimborsare i costi per il ripristino del veicolo incidentale.

Questo non significa, però, che senza la prova dell’effettivo pagamento il danneggiato non possa essere risarcito; significa soltanto che l’entità di tale indennizzo sarà un importo inferiore, quello cioè pari alla diminuzione di valore del mezzo e non invece la cifra corrisposta al carrozziere. Quindi, viene esclusa la manodopera e tutte le altre voci in fattura come le spese per la sostituzione dei pezzi rotti. Insomma, il risarcimento si riduce notevolmente.

Ma se è vero che, per il risarcimento danni non basta la fattura del carrozziere, cosa bisogna procurarsi per ottenere l’integrale indennizzo? La Cassazione dà un suggerimento molto agevole: fermo restando che si potrebbe sempre dimostrare il pagamento con la copia dell’assegno o con l’estratto conto da cui risulta il bonifico fatto, è anche – e molto più facilmente – possibile farsi «quietanzare» la fattura. In altri termini il carrozziere dovrà scrivere sulla fattura «pagata» come normalmente si usa fare in questi casi. Solo una dichiarazione del genere dimostrerebbe – a detta dei giudici della Cassazione – che c’è stato un effettivo esborso da parte del proprietario dell’auto.

È però naturale che il meccanico compiacente, che ha emesso la fattura solo per assicurare al proprio cliente un più celere recupero del credito dall’assicurazione, si guarderà bene dall’emettere una quietanza senza aver ancora “visto un euro”, visto che – in caso di successiva contestazione – questi difficilmente riuscirebbe a ottenere i  soldi e dimostrare di non essere stato pagato. Peraltro, a volte tenere una contabilità ordinata, si deve considerare anche che la fattura va portata al commercialista, va registrata e quindi vanno pagate le tasse. Qual è la conseguenza? Che se l’assicurazione, per una ragione o per un’altra, dovesse poi negare il risarcimento all’automobilista, il carrozziere resterebbe fregato.

La Cassazione, comunque, non ha dubbi al riguardo e richiama il principio secondo cui la fattura non costituisce di per sé una prova del danno, soprattutto laddove non sia accompagnata da una quietanza o da un’accettazione.

note

[1] Cass. ord. n. 3293/2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 27 settembre 2017 – 12 febbraio 2018, n. 3293
Presidente Armano – Relatore Scoditti

Svolgimento del processo

Con sentenza del 13/4/2016 il Trib. Napoli ha respinto il gravame interposto dal sig. E.S. in relazione alla pronunzia G. di P. Napoli n. 29986/2014, di parziale accoglimento della domanda proposta nei confronti del sig. B.A. di risarcimento dei danni subiti in conseguenza di sinistro stradale avvenuto nel locale (omissis) .
Avverso la suindicata pronunzia del giudice dell’appello l’E. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 4 motivi, illustrati da memoria.
Resiste con controricorso Generali Italia s.p.a. (già Toro Assicurazioni s.p.a.).
L’altro intimato non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il 1 motivo il ricorrente denunzia “violazione” dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360, co. 1 n. 4, c.p.c. e conseguente “violazione” degli artt. 1223, 1226, 2043, 2054, 2056 e 2697 c.c. in relazione all’art. 360, co. 1 nn. 3 e 5, c.p.c..
Si duole che la corte di merito, “per quanto riguarda la sosta”, non abbia esaminato quanto dedotto nell’atto di appello in palese violazione di legge.
Lamenta non essersi la corte di merito, nella liquidazione del danno, conformata al principio secondo cui “il c.d. danno da fermo tecnico, patito dal proprietario di un autoveicolo, a causa dell’impossibilità di utilizzarlo durante il tempo necessario alla sua riparazione, deve essere liquidato anche in assenza di una prova specifica”.
Con il 2 motivo denunzia “violazione” degli artt. 2054, 2043, 2056, 1223, 1226, 2697 e 1218 c.c., nonché “violazione” del D.P.R. n. 633 del 26.10.72 artt. 1 e 18 in relazione all’art. 360, co. 1 nn. 3 e 5, c.p.c..
Si duole che la corte di merito abbia “errato nel rilevare” che l’indicazione “quietanza” apposta sulla fattura non consentisse di ritenere effettuato il pagamento “in difetto di ulteriori risultanze istruttorie”, laddove il “fatto principale” dovrebbe ritenersi “già provato anche per la mancanza di emergenze contrarie”.
Lamenta avere la corte di merito contestato in modo generico la fattura recante l’indicazione “quietanza”, senza indicare “quali voci fossero state pertinenti e quali voci fossero state esagerate”.
Con il 3 motivo denunzia “violazione” dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360, co. 1° n. 4, c.p.c. e violazione degli artt. 1223, 1224, 1282, 2043, 2056 c.c. in relazione 360, co. 1° nn. 3 e 5, c.p.c..
Si duole che la corte di merito abbia erroneamente liquidato il danno “con gli interessi a decorrere dal giorno della pubblicazione della sentenza”, laddove, trattandosi di “risarcimento danni e, quindi, di debito di valore”, “la rivalutazione monetaria e gli interessi compensativi debbono essere liquidati dal giorno dell’incidente”.
Con 4 motivo denunzia la “violazione” degli artt. 91 e 92 inerenti alla tariffa professionale prevista dal D.M. n. 55 del 10/3/2014 in relazione 360, co. 1° nn. 3 e 5, c.p.c..
Si duole che la corte di merito, nella liquidazione delle spese, non abbia “tenuto conto dell’attività professionale” prestata del precedente legale, nonché delle “spese” da questi sostenute, laddove avrebbe invero dovuto liquidare tali spese “analiticamente voce per voce”.
Il ricorso è inammissibile.
Esso risulta formulato in violazione dell’art. 366, co. 1 n. 6, c.p.c., atteso che il ricorrente fa riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito (in particolare, all’atto di citazione, alla sentenza del giudice di prime cure, all’atto di appello, alla comparsa di costituzione e risposta in grado di appello della società Generali Italia s.p.a., al “contenuto della fattura quietanziata”, “deposizione del soggetto che ha emesso il documento”, alla “copia del titolo (assegno)”, alla “notula” l limitandosi meramente a richiamarli, senza invero debitamente (per la parte strettamente d’interesse in questa sede) riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).
A tale stregua non deduce le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative, non avendo la Corte di legittimità accesso agli atti del giudizio di merito (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., 1/2/1995, n. 1161).
Non sono infatti sufficienti affermazioni – come nel caso -apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).
Va per altro verso posto in rilievo che giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità la fattura non costituisce, di per sé, prova del danno, tanto più se non è accompagnata da una quietanza o da un’accettazione (v. Cass., 20/7/2015, n. 15176; Cass., 19/7/2011, n. 15832) e se proviene dalla stessa parte che intende utilizzarla.
Orbene, il giudice dell’appello ha nell’impugnata sentenza di tale principio fatto invero piena e corretta applicazione, e il 2 motivo di ricorso (con il quale il ricorrente si duole che la corte di merito abbia “errato nel rilevare” che l’indicazione “quietanza” apposta sulla fattura non consentisse di ritenere effettuato il pagamento “in difetto di ulteriori risultanze istruttorie”, laddove il “fatto principale” dovrebbe ritenersi “già provato anche per la mancanza di emergenze contrarie”; nonché avere la corte di merito contestato in modo generico la fattura recante l’indicazione “quietanza”, senza indicare “quali voci fossero state pertinenti e quali voci fossero state esagerate”) si appalesa pertanto inammissibile ex art. 360 bis c.p.c. (cfr. Cass., Sez. Un., 21/3/2017, n. 7155).
Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo in favore della controricorrente Generali Italia s.p.a., seguono la soccombenza.
Non è viceversa a farsi luogo a pronunzia in ordine alle spese del giudizio di cassazione in favore dell’altro intimato, non avendo il medesimo svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per onorari, oltre spese a generali ed accessori come per legge, in favore della controricorrente Generali Italia s.p.a..

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