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Pensione, quando l’Ape è pagata dall’azienda?

16 febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 febbraio 2018



Uscita anticipata dal lavoro in cambio di un contributo del datore: quando è possibile ottenere l’Ape aziendale?

Uscire dal lavoro prima della maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia usufruendo dell’Ape volontario, ma senza dover subire delle grosse penalizzazioni sulla pensione, è ora possibile grazie al via libera all’Ape aziendale. Con questo strumento, difatti, il datore di lavoro, in forza di un accordo col lavoratore, si impegna a pagare un importo corrispondente ai contributi volontari corrispondenti al periodo di durata dell’Ape: i contributi aggiuntivi aumentano l’importo della pensione, riducendo così l’impatto sulla pensione determinato dalla restituzione del prestito Ape.

Non in tutti i casi, però, si può usufruire di questo vantaggio: i lavoratori della Pubblica Amministrazione, ad esempio, non hanno accesso al beneficio. Inoltre il beneficio non è ancora operativo nel caso in cui parte dell’onere sia a carico di fondi settoriali ai quali aderisce l’azienda.

Ma procediamo per ordine e vediamo, in merito all’anticipo della pensione, quando l’Ape è pagata dall’azienda e se questa possibilità è davvero conveniente per il lavoratore e per il datore di lavoro.

Come funziona l’Ape pagata dall’azienda?

L’Ape aziendale consiste nella possibilità, per l’azienda, di incentivare l’esodo dei lavoratori con almeno 63 anni di età, offrendo un contributo che serva ad abbassare i costi dell’anticipo pensionistico volontario, o Ape volontario: ricordiamo che l’anticipo pensionistico è un assegno che accompagna il lavoratore, con almeno 20 anni di contributi, a partire dai 63 anni di età sino alla data di maturazione della pensione di vecchiaia, per un massimo di 3 anni e 7 mesi. L’assegno è ottenuto grazie a un prestito bancario a carico del lavoratore.

Nello specifico, il datore di lavoro può, con il consenso del lavoratore dipendente interessato dall’esodo, incrementare la somma dei contributi accreditati a quest’ultimo, versando un contributo all’Inps in un’unica soluzione al momento della richiesta dell’Ape.

Il contributo non deve essere inferiore, per ciascun anno o sua frazione di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, all’importo della contribuzione volontaria basata sulla retribuzione percepita dal lavoratore prima del pensionamento.

Il contributo aggiuntivo serve ad incrementare la misura della pensione che il lavoratore riceve una volta terminata la fruizione dell’Ape, abbassando in questo modo l’incidenza sulla prestazione delle rate di restituzione del prestito finanziario.

Chi può chiedere l’Ape pagata dall’azienda?

I datori di lavoro che possono aderire all’Ape aziendale sono le aziende e i professionisti del settore privato (sono escluse le amministrazioni pubbliche); inoltre, parte del contributo può essere a carico degli enti bilaterali o dei fondi di solidarietà settoriali (questa ulteriore possibilità, però, non è ancora operativa).

I lavoratori che possono chiedere l’Ape aziendale devono essere in possesso di tutti i requisiti necessari per l’Ape volontario, compresi quelli relativi all’importo della pensione (che non può essere inferiore a 710 euro mensili).

Quanto costa l’Ape pagata dall’azienda

Aderendo all’Ape aziendale, il datore di lavoro versa una cifra liberamente determinata fra le parti, che deve però essere pari almeno all’equivalente dei contributi volontari, cioè pari al 33% (aliquota contributiva utile alla pensione per i lavoratori subordinati) della retribuzione imponibile delle ultime 52 settimane lavorate: i contributi devono essere calcolati per tutta la durata dell’anticipo, pertanto devono coprire un periodo da un minimo di 6 mesi (durata minima dell’Ape volontario) a un massimo di 3 anni e 7 mesi.

Ad esempio, per il dipendente esodato con 3 anni di anticipo, che percepisce uno stipendio lordo di 30mila euro annui, l’azienda dovrà versare all’Inps un contributo non inferiore a 29.700 euro, corrispondente a 30mila euro x 33% x 3 anni.

Se l’imponibile supera 46.630 euro (importo valido per il 2018) deve essere versato un contributo aggiuntivo dell’1%.

Il contributo, da versare all’Inps in un’unica soluzione entro la scadenza contributiva del mese di decorrenza dell’Ape (dunque entro la fine del mese successivo al primo anticipo), viene accreditato sul conto assicurativo del lavoratore e comporta un incremento del montante contributivo che abbassa l’incidenza del prestito Ape sulla futura pensione.

L’Ape pagata dall’azienda conviene?

Considerando che l’incidenza media dell’Ape volontario è pari al 5% circa (ma in alcuni casi si può andare oltre) della pensione per ogni anno di anticipo, il contributo versato come Ape aziendale, perché lo strumento risulti conveniente, deve essere tale da abbassare significativamente questa incidenza: il tutto dipende ovviamente dall’ammontare della futura pensione del lavoratore, dalla durata del prestito Ape e dall’ammontare dell’Ape volontario richiesto (dal 75% al 90% della futura pensione). Per capire, quindi, se l’Ape aziendale conviene al lavoratore, occorre uno studio approfondito in merito da parte di un esperto.

L’azienda può comunque accordarsi col lavoratore riconoscendo un contributo superiore rispetto alla contribuzione volontaria, nel caso in cui si voglia annullare la penalizzazione sulla pensione comportata dall’Ape. Il meccanismo dovrà essere regolato da un Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, atteso nei prossimi tempi.

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