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Parcheggi a pagamento a lato della strada: sono legittimi?

15 febbraio 2018


Parcheggi a pagamento a lato della strada: sono legittimi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 febbraio 2018



Multe sulle strisce blu: i luoghi dove il Comune può mettere parcheggi a pagamento.

Può il Comune “impossessarsi” di una parte della strada per destinarla ai parcheggi a pagamento? Immaginiamo una città come tante altre, piena di traffico e di automobili. La circolazione scorrerebbe molto meglio e più velocemente se solo le strade fossero a doppio senso. Molte di queste, però, sono state ristrette dal sindaco che, ai rispettivi lati, ha creato una lunga serie di parcheggi con le strisce blu. Insomma, per far cassa, il Comune ha ridotto la dimensione delle strade transitabili. È legittimo un comportamento del genere? La domanda se la sono fatta in passato molti avvocati che, dinanzi ai giudici di pace, hanno richiamato una norma del codice della strada [1] ove si stabilisce che le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata. Il che significa – si è sostenuto – che i pacchetti a pagamento a lato della strada non sono illegittimi. Sulla questione è stata finalmente investita la Cassazione che, con una sentenza pubblicata ieri [2] si è espressa nei seguenti termini.

Parcheggi gratuiti e a pagamento: quali regole

Due sono sostanzialmente le regole che deve rispettare il Comune quando decide di realizzare un’area di parcheggio a pagamento.

La prima: ubicare le aree destinate al parcheggio fuori della carreggiata e comunque in modo che i veicoli parcheggiati non ostacolino lo scorrimento del traffico (questa regola, in realtà, vale anche per i parcheggi gratuiti).

La seconda: fare in modo che, nell’ambito della stessa zona urbana (non necessariamente la stessa via) gli spazi contrassegnati con le strisce blu (parcheggi a pagamento) si alternino con quegli delimitati dalle strisce bianche (parcheggi gratuiti); ciò al fine di consentire agli automobilisti di esercitare un loro sacrosanto diritto di utilizzo delle aree urbane che, in quanto tali, sono pubbliche. Il che significa che l’amministrazione non può fare cassa ai danni degli automobilisti.

In un solo caso il Comune può evitare la regola dell’alternanza tra strisce bianche e strisce blu: quando vi è una delibera comunale (che quindi può essere acquisita dal cittadino) la quale dichiara la zona in questione come area pedonale, zona a traffico limitato, area di particolare pregio storico o di particolare rilevanza urbanistica. Qui, e solo qui, l’automobilista deve sapere che, anche se gira tutto il quartiere, potrebbe non trovare mai spazi per la sosta gratis.

Cosa si intende con carreggiata?

Ritorniamo alla prima regola: «le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata». A interpretarla alla lettera, tutti i posti auto ai margini delle strade – quelli dove tutti, sino ad oggi, abbiamo parcheggiato – sarebbero illegittimi. Peccato che gli automobilisti si ricordino di questa norma solo quando lasciano l’auto sulle strisce blu e non su quelle bianche. Tant’è: il ragionamento è stato più volte presentato come motivo di opposizione al verbale della polizia municipale e, invero, qualche giudice di pace l’ha anche accolto. Oggi sulla questione è sceso il giudizio della Cassazione che ha prima spiegato cosa si intende con carreggiata.

La carreggiata – lo dice lo stesso codice [3] – è quella parte di strada destinata allo scorrimento dei veicoli; (…) composta da una o più corsie di marcia ed, in genere, (…) pavimentata e delimitata da strisce a margine. In particolare, la carreggiata può essere identificata, per esclusione, dallo spazio che corre tra le strisce di parcheggio a sinistra e quelle a destra, sempre che «residui uno spazio sufficiente per il transito di una fila di veicoli». In altre parole, se il Comune non si impossessa di tutta la via per i suoi tornaconti economici, ben è possibile disegnare le strisce dei parcheggi ai margini della strada. Almeno un senso di marcia deve essere garantito. Non importa se la stessa strada poteva – in assenza dei posti auto – garantire il doppio senso di circolazione.

La Cassazione, infine, chiarisce qual è, in termini numerici, lo «spazio sufficiente per il transito di una fila di veicoli»: si tratta di tre metri.

Le multe sulle strisce blu ai margini della strada sono legittime?

Risultato: contrariamente a quanto sostenuto sino ad oggi dagli automobilisti, non viola la legge il Comune che sottrae una parte della strada per destinarla a parcheggi (gratuiti o a pagamento). Il parcheggio può fiancheggiare la carreggiata la quale risulta identificata per esclusione, dalla sagoma delle strisce di colore blu o bianco.

note

[1] Art. 7, co 6, cod. strada

[2] Cass. sent. n. 3624/2018 del 14.02.2018.

[3] Art. 3, n. 7 cod. strada

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 5 ottobre 2017 – 14 febbraio 2018, n. 3624
Presidente Petitti – Relatore Picaroni

Fatto e diritto

Ritenuto che B.A. ricorre per la cassazione della sentenza del Tribunale di Palermo, depositata in data 5 novembre 2015, che ha accolto l’appello proposto dal Comune di Palermo avverso la sentenza del Giudice di pace di Palermo n. 3263 del 2014;
che il Giudice di pace aveva accolto l’opposizione della sig.ra B. al verbale di contestazione n. (…) del (omissis), elevato per violazione dell’art. 7, comma 1, lett. f) e 15, cod. strada (sosta del veicolo in zona adibita a parcheggio a pagamento senza esposizione della relativa scheda), sul rilevo assorbente che non era soddisfatta la condizione prevista dal comma 8 dello stesso art. 7, non essendovi area destinata a parcheggio gratuito nelle immediate vicinanze;
che il Tribunale ha riformato la decisione, rilevando che il Comune aveva dimostrato che la strada ove sostava il veicolo della sig.ra B. ricadeva in zona per la quale non vige l’obbligo di riserva di aree di parcheggio gratuito e, nel merito, ha ritenuto infondati i motivi di opposizione;
che il ricorso è affidato a due motivi, ai quali resiste con controricorso il Comune di Palermo;
che il relatore ha formulato proposta di decisione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., di manifesta infondatezza del ricorso;
che il ricorso è infondato;
che con il primo motivo è denunciata violazione dell’art. 7, comma 6, cod. strada, e si contesta che il Tribunale ha interpretato l’espressione “le aree destinate a parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata” sulla base della erronea ricognizione della nozione di carreggiata;
che la carreggiata, diversamente da quanto affermato dal Tribunale, non potrebbe essere ridotta alla parte della sede stradale destinata al transito dei veicoli, ma comprende anche la zona laterale, che costituisce una fascia di pertinenza, parte integrante della sede stradale;
che, nel caso di specie, poiché l’area destinata a parcheggio si trovava all’interno e non all’esterno della carreggiata, si trattava di area di sosta, donde la nullità della delibera istitutiva del parcheggio per violazione dell’art. 7, comma 6, cod. strada, che doveva essere disapplicata, con conseguente nullità e/o annullabilità del verbale di contestazione;
che la doglianza è infondata;
che, a partire dalla definizione di carreggiata contenuta nell’art. 3, n.7, cod. strada, quale “parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli; (…) composta da una o più corsie di marcia ed, in genere, (…) pavimentata e delimitata da strisce di margine”, il Tribunale ha accertato che il parcheggio a pagamento fiancheggiava la carreggiata, che risultava identificata per esclusione, dalla sagoma degli stalli di colore blu e che residuava spazio sufficiente per il transito di una fila di veicoli – trattandosi di strada urbana a senso unico di marcia – comunque non inferiore a tre metri;
che, pertanto, non sussiste la violazione dell’art. 7, comma 6, cod. strada;
che con il secondo motivo di ricorso è denunciata violazione dell’art. 91 cod. proc. civ. e del D.M. n. 55 del 2014;
che la doglianza è infondata sotto tutti i profili prospettati;
che il Tribunale ha fatto applicazione del principio consolidato secondo cui, in caso di riforma della sentenza di primo grado, il giudice d’appello è tenuto a provvedere, anche d’ufficio, ad un nuovo regolamento delle spese di lite alla stregua dell’esito complessivo della lite, atteso che, in base al principio di cui all’art. 336 cod. proc. civ., la riforma della sentenza del primo giudice determina la caducazione del capo della pronuncia che ha statuito sulle spese (ex plurimis, Cass. 24/01/2017, n. 1775);
che nella specie, la soccombenza della sig.ra B. giustificava la condanna alle spese del doppio grado ai sensi dell’art. 91 cod. proc. civ.;
che non si ravvisa la violazione del D.M. n. 55 del 2014, giacché i valori medi indicati nel citato D.M., richiamati dalla ricorrente, non sono vincolanti e non risultano superati i valori massimi (ex plurimis, Cass. 31/01/2017, n. 2386);
che al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente alle spese del presente giudizio, liquidate in dispositivo;
che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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