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Lo sai che? Dipendente con problemi di salute: l’azienda può vietargli di lavorare?

Lo sai che? Pubblicato il 19 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 febbraio 2018

Spetta al datore di lavoro verificare che i dipendenti, cui sia stato vietato sottoporsi a sforzi eccessivi, non svolgano attività a rischio.

Immaginiamo un dipendente a cui venga riscontrato, in sede di visita medica, un grave problema di salute come, ad esempio, un rischio cardiaco o  respiratorio. In conseguenza di ciò il suo datore di lavoro gli raccomanda fermamente di astenersi dal compiere attività pesanti e gravose. Ciò nonostante questi continua a svolgerle: chi rispondere dell’eventuale aggravamento della malattia? La questione è stata analizzata dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Per comprendere meglio se l’azienda può vietare al dipendente con problemi di salute di lavorare, facciamo un esempio.

Immaginiamo un uomo assunto presso un azienda a cui siano state affidate mansioni particolarmente usuranti e stressanti. L’uomo, di suo, è stakanovista – e anche bisognoso di soldi – così non si sottrae a straordinari e lavori notturni. Gli viene però diagnosticata una ischemia cardiaca e pertanto il datore di lavoro, per via dei ricorrenti svenimenti, gli cambia mansioni. Incurante dell’ordine di servizio e del proprio stato di salute, il dipendente continua a sottoporsi a sforzi eccessivi, subendo così un infarto. Ora la famiglia vuole essere risarcita dall’azienda per il danno. Il datore però si difende mostrando l’ordine di servizio con cui aveva diffidato il proprio dipendente dal compiere attività pesanti; non può quindi essere responsabile del suo inadempimento. Chi ha ragione? La famiglia – che chiede il risarcimento al datore per aver lasciato che il dipendente lavorasse senza impedirglielo materialmente – o l’azienda che ha dimostrato di aver ordinato al dipendente di svolgere determinate attività gravose? Ecco qual è stato il responso della Cassazione.

Il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare la salute dei propri dipendenti. Ma fin dove si può spingere questo dovere? Deve questi controllare costantemente che i lavoratori si astengano dal compiere attività pericolose o può far affidamento sul rispetto, da parte loro, delle direttive aziendali, perché vincolati dal contratto e, quindi, dall’obbligo di fedeltà che devono all’azienda? In altre parole il datore può fidarsi dei dipendenti?

Secondo la Cassazione, il datore di lavoro ha un preciso obbligo di controllare che il lavoratore, nell’esercizio dell’attività, osservi le prescrizioni impartitegli concernenti l’esecuzione della prestazione in condizioni di sicurezza. Questo omesso controllo rende quindi l’azienda responsabile per l’infortunio – o, peggio ancora il decesso – causato dall’aggravamento della malattia. Non basta, quindi, un semplice atteggiamento passivo, limitato alla mera comunicazione di un ordine di servizio; è necessario un controllo diretto per tutelare la salute del dipendente.

l datore di lavoro è infatti tenuto ad adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica, la personalità e il benessere psicologico dei lavoratori. Egli, in particolare, deve adottare misure di prevenzione adeguate alla realtà aziendale e aggiornare le stesse;

deve richiedere ai lavoratori l’osservanza delle norme di sicurezza e delle disposizioni aziendali connesse; deve fornire informazione, formazione e addestramento dei lavoratori per evitare infortuni durante l’attività; nell’affidamento dei compiti ai lavoratori, deve tener conto delle capacità e delle condizioni degli stessi in rapporto alla loro salute e alla sicurezza. A tal fine il datore deve adottare le misure appropriate affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni e specifico addestramento accedano alle zone che li espongono ad un rischio grave e specifico.

Ricordiamo che non tutti i lavoratori devono essere sottoposti a sorveglianza sanitaria a cura e spese dell’azienda, ma solo quelli esposti al rischio per via di:

  • agenti fisici: rumore, ultrasuoni, infrasuoni, vibrazioni meccaniche, campi elettromagnetici, radiazioni ottiche di origine artificiale, microclima e atmosfere iperbariche;
  • agenti biologici;
  • agenti chimici pericolosi per la salute;
  • amianto;
  • movimentazione manuale dei carichi;
  • videoterminali.

La sorveglianza sanitaria consiste in una serie di visite mediche, eventualmente comprensive di esami clinici, biologici e altre indagini diagnostiche, volte a verificare lo stato di salute dei lavoratori e l’idoneità alla mansione specifica cui sono adibiti.

Il datore che riscontri un problema di incompatibilità tra le condizioni di salute del dipendente e le mansioni a questi assegnate deve spostarlo di compiti e verificare che questi rispetti l’ordine impartitogli. Se però non esistono altre mansioni compatibili con lo stato di salute dell’interessato può legittimamente licenziarlo.

note

[1] Cass. ord. n. 3978/18 del 19.02.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 22 novembre 2017 – 19 febbraio 2018, n. 3978
Presidente Napoletano – Relatore De Felice

Rilevato

Che la Corte d’appello in epigrafe, confermando la sentenza di prime cure, ha riconosciuto il diritto di Gi. Bu., An. Cu. e Gi. Cu., rispettivamente moglie e figli di Pasquale Cu., al risarcimento del danno non patrimoniale iure successionis e di quello da perdita di rapporto parentale iure proprio, per il decesso del loro congiunto, netturbino presso il Comune di Agrigento, avvenuto nell’esercizio dell’attività lavorativa.
Che la Corte territoriale nel respingere la domanda del Comune appellante, ha ritenuto che la prova per testi avesse chiarito che Pasquale Cu., le cui precarie condizioni di salute erano certificate, era stato adibito all’attività di netturbino senza limitazioni, e sottoposto agli sforzi e alle condizioni climatiche che detta attività comporta, subendo malori ricorrenti e altresì svenimenti durante il lavoro. Che ciò comportava la condanna dell’Amministrazione a risarcire i danni agli eredi per la morte del loro congiunto, riconoscendo loro anche il danno non patrimoniale per perdita del rapporto parentale.
Che avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione il Comune di Agrigento con due censure, cui resistono con tempestivo controricorso, illustrato da memoria, Gi. Bu., An. Cu. e Gi. Cu..

Considerato

Che con la prima censura il Comune deduce violazione e falsa applicazione del c.c.n.l. del 6/7/1995 come modificato dal c.c.n.l. del 22/1/2004 e omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Che il Comune aveva adibito il Cu. a distribuire sacchetti e saltuariamente a svolgere altri lavori leggeri su sua richiesta, dopo che l’Ufficio di Medicina Legale e Fiscale dell’Usi di Agrigento, nel 1989, aveva riconosciuto il Cu. inidoneo a svolgere le mansioni della qualifica rivestita, sebbene idoneo a svolgerne altre d’identico livello retributivo, in quanto affetto da “Ischemia cardiaca con crisi di angor ricorrenti anche allo stato di riposo”; che il Cu., incurante del suo stato di salute e dell’ordine di servizio con cui veniva assegnato ad altri servizi corrispondenti alla qualifica (n.111/1991), si sottoponeva senza alcuna imposizione da parte dei suoi sovraordinati a mansioni che comportavano sforzi eccessivi a causa dei quali – nel 1999 – era deceduto. Che la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto della condotta del Cu. né dell’art. 23 lett. h) del c.c.n.l. secondo cui il dipendente deve “…eseguire le disposizioni inerenti l’espletamento delle proprie funzioni o mansioni che gli siano impartiti dai superiori. Se ritiene che l’ordine sia palesemente illegittimo, il dipendente deve farne rimostranza a chi l’ha impartito, dichiarandone le ragioni”. Che, pertanto, essendo stato l’ordine di servizio conforme all’art. 23 del c.c.n.l., nessuna responsabilità poteva essere addebitata al Comune poiché il lavoratore avrebbe dovuto attenersi alle direttive impartite dall’Ufficio e non invece, disattenderle compiendo di sua volontà lavori nocivi per il suo stato di salute.
Che con la seconda censura contesta violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 cod. civ. – violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 cod. civ. Che la Corte territoriale nel non tener conto che il Comune aveva adottato tutte le cautele richieste dalla tecnica, dall’esperienza e dalla particolarità della mansione, ha operato una falsa applicazione dei presupposti applicativi delle norme di diritto sostanziale invocate. Che la prima censura non merita accoglimento.
Che anzitutto essa si palesa non autosufficiente poiché non chiarisce in quali termini e per mezzo di quali allegazioni, il Comune ricorrente ha prospettato le circostanze ivi dedotte dinanzi al giudice del merito. Che, in base a pacifica giurisprudenza di questa Corte, ai sensi dell’art. 366, co.1, n.6 cod. proc. civ., è inammissibile il ricorso per cassazione che non contenga la specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a suo fondamento e non specifichi in quale sede processuale il documento, pur individuato in ricorso, risulti prodotto (Sez. Un. n.28547/2008; Sez. Un.n.7161/2010). Che nel merito, poi, la censura mostra profili d’infondatezza, là dove trascura del tutto il fondamentale dovere di prevenzione che l’art. 2087 cod. civ. pone in capo al datore, in capo al quale la norma pone un preciso obbligo di controllare che il lavoratore, nell’esercizio dell’attività, osservi le prescrizioni datoriali concernenti l’esecuzione della prestazione in condizioni di sicurezza. Che la seconda censura è inammissibile, in quanto il Comune, nel denunciare la falsa applicazione dell’art. 2087 cod. civ. e dell’art. 2043 cod. civ., invoca in realtà il controllo di legittimità sulla motivazione, mentre, in seguito alla modifica dell’art. 360, co.1, n.5 cod. proc. civ. apportata dall’art. 54 D.L. n.83/2012, convertito con modificazioni nella legge n. 134/2012, è denunciabile in cassazione soltanto l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti (Sez.Un. n.8053/2014).
Che pertanto, non meritando le due censure accoglimento, il ricorso è rigettato. Che le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento nei confronti dei controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4000 per competenze professionali, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 e agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n.115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1 bis dello stesso art.13.


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