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Differenza tra mobbing e straining

20 febbraio 2018


Differenza tra mobbing e straining

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 febbraio 2018



Le vessazioni nei confronti del dipendente e l’obbligo di risarcimento del datore di lavoro per il danno alla salute trovano nel mobbing e nello straining una giusta punizione.

Sei stato oggetto di vessazioni da parte del tuo datore di lavoro che hanno mortificato la tua dignità e professionalità. Ora vorresti agire per mobbing ed ottenere il risarcimento del danno ma, nel ricercare le prove delle persecuzioni subite da fornire al giudice, ne hai trovato solo alcune. Di alcuni episodi non è rimasta traccia. Cosa fai? La Cassazione ha spiegato ieri [1] che, in questi casi, non potendosi avere una condanna per mobbing, si può invece richiedere quella per straining. Tale figura, elaborata dalla giurisprudenza, consente di considerare il comportamento tenuto dal datore o dai colleghi come un unico disegno doloso, rivolto all’emarginazione del lavoratore. Risultato: il risarcimento scatterà ugualmente, anche se in forma attenuata, ma non certo nella stessa misura che si otterrebbe agendo contro le semplici condotte singolarmente considerate. La sentenza consente anche di comprendere con precisione qual è la differenza tra mobbing e straining. Eccola qui spiegata.

Cos’è il mobbing

Quando si parla di mobbing  ci si riferisce a tutte quelle condotte vessatorie, reiterate e durature, individuali o collettive, rivolte nei confronti di un lavoratore ad opera di superiori gerarchici come il datore o il capo dell’ufficio (mobbing verticale) e/o colleghi (mobbing orizzontale), oppure anche da parte di sottoposti nei confronti di un superiore (mobbing ascendente). In alcuni casi si tratta di una precisa strategia finalizzata a estromettere il lavoratore dall’azienda (cosiddetto bossing). Lo scopo del mobbing deve essere quello di umiliare ed emarginare il dipendente, svilirne competenze e professionalità, non necessariamente al fine di costringerlo, di fatto, a rassegnare le dimissioni (anche se, in molti casi, chi fa mobbing intende sbarazzarsi del dipendente).

Caratteristica fondamentale del mobbing è la sistematica ripetizione nel tempo dei comportamenti posti ai danni del lavoratore. Si deve avere, quindi, una pluralità di atti (anche legittimi se considerati nella loro individualità). In secondo luogo questi comportamenti devono essere sorretti tutti dal medesimo intento persecutorio diretto a vessare e mortificare il lavoratore. In ultimo, il lavoratore deve dimostrare che, da tale situazione, ha subìto un danno alla integrità psicofisica.

Il mobbing non può realizzarsi attraverso una condotta istantanea e singola; tuttavia un periodo di sei mesi è stato ritenuto sufficiente per integrare l’idoneità lesiva della condotta nel tempo. Questo significa che lo specifico intento che sorregge il mobbing e la sua protrazione nel tempo lo distinguono da singoli atti illegittimi (quale la mera dequalificazione o il rifiuto di concedere permessi).

Esempio tipico di mobbing sono tutte quelle situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività forzata, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico. Come abbiamo detto, però, il mobbing si potrebbe avere anche in presenza di atti formalmente legittimi quali la negazione di ferie e permessi, privazione dei collaboratori, solo in apparenza giustificati dal potere-dovere di controllo del dirigente, ma in realtà finalizzati alla persecuzione, denigrazione e all’isolamento professionale della vittima di mobbing. È anche mobbing adottare continue sanzioni disciplinare in modo pretestuoso e strumentale, amplificando l’importanza di fatti di modesto rilievo.

Il datore di lavoro risponde anche per il mobbing posto, a sua insaputa, dai colleghi del lavoratore. Difatti  l’obbligo posto a carico dell’imprenditore di tutelare l’integrità psicofisica e la personalità morale del dipendente gli impone non solo di astenersi da ogni condotta che sia finalizzata a ledere detti beni ma anche di impedire che nell’ambiente di lavoro si possano verificare situazioni idonee a mettere in pericolo la salute e la dignità della persona.

Cos’è lo straining

Provare l’esistenza di mobbing non è cosa facile. Non è semplice dimostrare l’unico intento persecutorio che ha determinato la serie continua di atti di emarginazione. A volte manca proprio l’elemento della continuità dei comportamenti. Al dipendente non resterebbe che chiedere il risarcimento del danno per le singole condotte, se illecite. Proprio per questo la giurisprudenza ha elaborato la figura dello straining che è una sorta di mobbing attenuato che consente di ottenere anch’esso il risarcimento del danno. Secondo la Cassazione, la differenza tra mobbing e straining sta nel fatto che quest’ultimo è semplicemente «una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie». In entrambi i casi vi sono comunque azioni produttive di danno all’integrità psico-fisica del lavoratore. E il codice civile è chiaro nell’imporre, sul datore, l’obbligo di astenersi dal compiere ogni condotta che leda il diritto alla salute, alla dignità umana e tutti i diritti inviolabili della persona, nonché «di impedire che nell’ambiente di lavoro si possano verificare situazioni idonee a mettere in pericolo» tali diritti della persona. E ogniqualvolta, quindi, l’evento si ricollega causalmente a un comportamento del datore sussiste la piena responsabilità di quest’ultimo.

Sintetizzando, la differenza tra mobbing e straining è solo quantitativa: nel senso che quest’ultimo può scattare quando le vessazioni sono più sporadiche, ma comunque sorrette dall’intento di mortificare ed emarginare il dipendente con comportamenti come, ad esempio, l’assegnazione di mansioni non compatibili con lo stato di salute del lavoratore, la riduzione in una condizione umiliante di totale inoperosità ecc.

note

[1] Cass. sent. n. 3977/18 del 19.02.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 22 novembre 2017 – 19 febbraio 2018, n. 3977
Presidente Napoletano – Relatore Di Paolantonio

Fatto e diritto

Rilevato che:
1. la Corte di Appello di Brescia ha rigettato l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca avverso la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva parzialmente accolto il ricorso di D.S.M. e condannato il Ministero al risarcimento del danno cagionato alla dipendente, quantificato in complessivi Euro 15.329,08;
2. la Corte territoriale, premesso che la D.S. , dichiarata inidonea all’insegnamento, era stata assegnata alla segreteria della scuola (…), ha evidenziato che era sorta tensione con la dirigenza scolastica allorquando l’appellata aveva rappresentato che occorreva ulteriore personale per l’espletamento dei servizi amministrativi;
3. alle rimostranze della D.S. il dirigente scolastico aveva reagito sottraendole gli strumenti di lavoro; attribuendole mansioni didattiche, sia pure in compresenza con altri docenti, nonostante l’accertata inidoneità; privandola, infine, di ogni mansione e lasciandola totalmente inattiva;
4. la Corte territoriale, richiamando le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale, ha evidenziato che la condotta, seppure non propriamente mobbizzante, integrava un’ipotesi di straining, ossia di stress forzato deliberatamente inflitto alla vittima dal superiore gerarchico con un obiettivo discriminatorio;
5. il giudice di appello ha escluso che la diversa qualificazione data alle azioni allegate e provate nel giudizio di primo grado implicasse una violazione del principio della necessaria corrispondenza fra il chiesto e pronunciato, perché non compete al ricorrente la qualificazione medico-legale della fattispecie ritenuta produttiva di danno risarcibile;
6. infine la Corte territoriale ha ritenuto provato il nesso causale fra le condotte denunciate ed il danno biologico di natura temporanea ed ha condiviso la liquidazione effettuata dal Tribunale sulla base delle indicazioni fornite dal consulente tecnico d’ufficio;
7. avverso tale sentenza il MIUR ha proposto ricorso affidato a quattro motivi, ai quali D.S.A. , ritualmente intimata, non ha opposto difese.
Considerato che:
1. con il primo motivo il Ministero denuncia, ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e degli artt. 1218, 2043, 2059, 2087, 2697 cod. civ. perché la Corte territoriale non si è limitata ad applicare una norma giuridica diversa da quella invocata dalla parte bensì “ha creato una nuova fattispecie a cui ha ricollegato in maniera arbitraria ed apodittica conseguenze proprie di altra fattispecie giuridica”;
1.1 il Ministero aggiunge che il cosiddetto straining non costituisce una categoria giuridica ed anche in medicina legale la sua configurabilità è controversa sicché, una volta escluse la sistematicità e la reiterazione dei comportamenti vessatori, non vi è spazio per l’accoglimento della domanda risarcitoria;
2. la seconda critica, formulata sempre ai sensi dell’art. 360 n. 3 cod. proc. civ., addebita alla sentenza impugnata la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 2059, 2087, 2697 cod. civ. perché, in presenza di una categoria sconosciuta alla dottrina e dalla giurisprudenza, i giudici del merito avrebbero quantomeno dovuto fornire una giustificazione della scelta di dare rilevanza giuridica allo straining e non limitarsi ad aderire acriticamente alle conclusioni espresse dal CTU;
3. la medesima rubrica il Ministero antepone alla terza censura, con la quale contesta la valutazione espressa dalla Corte territoriale sulla natura vessatoria degli atti posti in essere dal dirigente scolastico ed evidenzia che quest’ultimo, in presenza di una riscontrata inefficienza del servizio, del tutto ragionevolmente aveva ritenuto di utilizzare altra dipendente che potesse garantire in modo adeguato lo svolgimento delle mansioni amministrative;
4. la violazione delle norme sopra richiamate è denunciata anche con il quarto motivo, che censura la sentenza gravata per avere acriticamente recepito le conclusioni espresse dal consulente tecnico d’ufficio il quale, erroneamente, aveva ritenuto di dovere equiparare l’accertamento e la quantificazione dei pregiudizi derivanti dallo straining a quelli cagionati da mobbing;
5. i motivi di ricorso, che per la loro stretta connessione logico-giuridica possono essere unitariamente trattati, sono infondati per le ragioni già esposte da questa Corte con la sentenza n. 3291 del 19 febbraio 2016, pronunciata in fattispecie non dissimile da quella oggetto di causa;
5.1. con la richiamata decisione si è premesso che il vizio di ultra o extra petizione ricorre solo qualora il giudice pronuncia oltre í limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato, non già allorquando venga diversamente qualificata la domanda o vengano poste a fondamento della pronuncia considerazioni di diritto diverse da quelle prospettate dalle parti;
5.2. si è, quindi, evidenziato che non integra violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. l’avere utilizzato “la nozione medico-legale dello straining anziché quella del mobbing” perché lo straining altro non è se non ” una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie..” azioni che, peraltro, ove si rivelino produttive di danno all’integrità psico-fisica del lavoratore, giustificano la pretesa risarcitoria fondata sull’art. 2087 cod. civ.;
5.3. al principio di diritto enunciato il Collegio intende dare continuità perché dell’art. 2087 cod. civ. questa Corte ha da tempo fornito un’interpretazione estensiva, costituzionalmente orientata al rispetto di beni essenziali e primari quali sono il diritto alla salute, la dignità umana e i diritti inviolabili della persona, tutelati dagli artt. 32, 41 e 2 Cost.;
5.4. l’ambito di applicazione della norma è stato, quindi, ritenuto non circoscritto al solo campo della prevenzione antinfortunistica in senso stretto, perché si è evidenziato che l’obbligo posto a carico del datore di lavoro di tutelare l’integrità psicofisica e la personalità morale del prestatore gli impone non solo di astenersi da ogni condotta che sia finalizzata a ledere detti beni, ma anche di impedire che nell’ambiente di lavoro si possano verificare situazioni idonee a mettere in pericolo la salute e la dignità della persona;
5.5. la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 cod. civ. sorge, pertanto, ogniqualvolta l’evento dannoso sia eziologicamente riconducibile ad un comportamento colposo, ossia o all’inadempimento di specifici obblighi legali o contrattuali imposti o al mancato rispetto dei principi generali di correttezza e buona fede, che devono costantemente essere osservati anche nell’esercizio dei diritti;
5.6. a detti principi di diritto si è correttamente attenuta la Corte territoriale che ha ritenuto sussistente la responsabilità del Ministero in quanto la D.S. era stata oggetto di azioni ostili, puntualmente allegate e provate nel giudizio di primo grado, consistite nella privazione ingiustificata degli strumenti di lavoro, nell’assegnazione di mansioni non compatibili con il suo stato di salute ed infine nella riduzione in una condizione umiliante di totale inoperosità (pag. 8 della sentenza impugnata);
5.7. il ricorso, nella parte in cui censura la valutazione della prova testimoniale e della consulenza tecnica d’ufficio è inammissibile perché, pur denunciando la violazione delle norme di legge richiamate nella rubrica dei motivi, tende a sollecitare una diversa valutazione delle risultanze processuali e, quindi, un giudizio di merito non consentito alla Corte di legittimità;
6. la mancata costituzione della D.S. esime dal provvedere sulle spese del giudizio di legittimità;
6.1. non sussistono le condizioni richieste dall’art. 13, comma 1-quater, del d.p.r. n. 115 del 2002, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della l. n. 228 del 2012, perché la norma non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato che, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.


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