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Vendita canapa fumabile: è legale?

3 marzo 2018


Vendita canapa fumabile: è legale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 marzo 2018



Vorrei aprire una seconda attività di vendita di canapa fumabile (non cannabis in quanto il principio psicotico non è presente). Si tratta di fiori che avanzano dal processo industriale. Questi come da legge hanno un contenuto psicotropo massimo del 0,6% e portano ad un grande rilassamento. A riprova abbiamo eseguito il test antidroga e questo è risultato negativo. Ci possono essere problemi su questo tipo di vendita? Devo comunicarla alla pubblica sicurezza? Posso fare pubblicità come qualsiasi altro negozio? Quali permessi occorrono per vendere prodotti confezionati al pubblico? Posso aprire una 2° partita iva, quale potrebbe essere il codice ateco dell’attività?

L’attività che il lettore ha intenzione di intraprendere è perfettamente legale: non sarà necessario, pertanto, nessun tipo di procedura differente da quella necessaria per qualsiasi altra attività commerciale. Ovviamente parliamo di erba con un valore di THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,6 %(che è il nuovo limite fissato dalla legge n. 242 del 2 dicembre 2016; in precedenza, il limite era dello 0,2 %).

Le procedure da assolvere, quindi, sono tutte quelle richieste per l’apertura di un normale negozio, niente di più. Per prima cosa occorre fare la SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività) presso lo Sportello Unico delle Imprese: ogni comune italiano ne ha uno. Lì vi sono funzionari preposti a dare tutte le informazioni necessarie all’apertura. Dopo trenta giorni dalla consegna all’ufficio, in assenza di comunicazione contrarie, per il Comune si può aprire.

Nel caso specifico, essendo già titolari di partita Iva, non bisognerà aprirne una nuova ma semplicemente comunicare all’Agenzia dell’Entrate il codice dedicato alla nuova attività. Pertanto, la partita Iva resterà unica, mentre i codici saranno due a seconda dell’attività concretamente esercitata. Quindi, nel caso in cui si avesse intenzione di avviare una seconda attività che ha un codice diverso si dovrà comunicare, all’Agenzia delle Entrate ed alla camera di commercio competente, l’aggiunta della nuova attività con una variazione da presentare entro i trenta giorni successivi alla data di inizio della stessa.

Nel caso in cui le due attività abbiano un regime fiscale diverso, bisognerà indicare, nella variazione, che si terranno contabilità separate per le due attività, in quanto ognuna delle due viene gestita, contabilmente efiscalmente, in modo diverso. Per tutti questi adempimenti sarebbe opportuno farsi assistere da un commercialista, così come per l’indicazione del codice ATECO.

Nel solo caso in cui si abbia intenzione di vendere anche alimenti a base di canapa, occorre essere in regola con le norme e le autorizzazioni richieste per la somministrazione di prodotti alimentari preconfezionati.

Per vendere prodotti a base di canapa alimentare, infatti, serve possedere i requisiti necessari alla vendita di prodotti alimentari. In questo caso, la procedura è senz’altro più complessa. Sul sito istituzionale della sua città il lettore potrà trovaretutti i requisiti richiesti dalla sua Regione (nel rispetto dell’articolo 71, comma 6 del Decreto Legislativo 26/03/2010, n. 59) per l’apertura di un esercizio commerciale che intenda vendere anche alimenti. In buona sostanza, si tratta di seguire dei corsi professionali, di superare degli esami, di essere in regola con le norme igienico-sanitarie, di possedere alcuni requisiti di “onorabilità” (non essere stato dichiarato delinquente abituale, non avere riportato una condanna, con sentenza passata in giudicato, per delitto non colposo, per ilquale è prevista una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni; ecc.). I requisiti sono molteplici e perquesto si rinvia alla lettura dettagliata della normativa.

Con l’entrata in vigore del D.lgs. 147/2012, art. 9, l’esercizio dell’attività di commercio all’ingrosso di generi alimentari è subordinata esclusivamente al possesso dei requisiti di “onorabilità”, e cioè: non essere stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; non avere riportato una condanna, consentenza passata in giudicato, per delitto non colposo, per il quale è prevista una pena detentiva non inferiorenel minimo a tre anni.

Sempre a proposito degli alimenti, la legge n. 242/2016 ha delegato il Ministero della Salute a stabilire, condecreto, i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti. Tale decreto, tuttavia, non è stato ancoraemanato.

È consigliabile, prima di intraprendere questa attività, conoscere bene il Testo unico sugli stupefacenti (D.p.r. n. 309/90) e la recente legge n. 242 del 2 dicembre 2016, citata sopra.

Il lettore potrà pubblicizzare la sua attività normalmente, a mezzo stampa o via web.

Per completezza si ricorda che, in passato, alcuni esercizi che vendevano prodotti a base di canapa sono stati indagati, senza però riportare alcuna condanna, attesa la legalità del commercio in questione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv.Mariano Acquaviva


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2 Commenti

  1. Come Lei ha ricordato, ancora il Ministero non ha emanato il decreto per stabilire i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti e Lei già ci parla si SCIA, di requisiti soggettivi, di commercio all’ingrosso, di commercio elettronico e quant’altro. Potrei sapere da dove ha ricavato tutte queste informazioni visto che ne la legge ne la circolare recentemente emanata dal Ministero non ne parlano?Grazie

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