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Le violenze del marito giustificano il tradimento della moglie?

21 febbraio 2018


Le violenze del marito giustificano il tradimento della moglie?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 febbraio 2018



Ai fini dell’addebito, la violenza del coniuge non autorizza la violazione dei doveri coniugali e, in particolare, l’obbligo di fedeltà.

Marito violento, moglie infedele: a chi dei due va addebitata la separazione? In altri termini, di chi è la colpa per la fine del matrimonio e che, pertanto, ne paga le conseguenze? La regola dice questo: il cosiddetto «addebito» scatta a carico di chi ha, con la propria condotta colpevole, reso intollerabile la convivenza. Un tradimento, l’abbandono della casa, le vessazioni e le privazioni economiche, la violenza fisica e quella psicologica sono tutte condotte contrarie ai doveri del matrimonio, che comportano quindi l’addebito. Chi subisce l’addebito non può chiedere l’assegno di mantenimento, né può rivendicare quote di eredità se l’ex muore prima del divorzio. Ma è anche vero che, prima di stabilire l’addebito, bisogna vedere se la condotta è stata la vera causa dell’intollerabilità della convivenza o se piuttosto le ragioni sono anteriori. Ad esempio, una persona che tradisce il coniuge con cui non va più d’accordo da mesi e con cui non ha più neanche rapporti non può essere considerata colpevole. Tornando quindi alla domanda di partenza, le violenze del marito giustificano il tradimento della moglie? Ecco cosa ha detto la Cassazione in una recente sentenza [1].

C’è da fare innanzitutto una premessa. La questione relativa all’addebito non può essere decisa in astratto, ma vanno valutati i fatti concreti secondo la singola vicenda. Infatti, come abbiamo appena spiegato, in presenza di due condotte ugualmente colpevoli bisogna verificare – soprattutto sulla base delle prove portate in tribunale – quale delle due abbia determinato la crisi di coppia (cioè quale sia stata causa dell’altra) o se, invece, tutte e due abbiano avuto la propria parte di responsabilità. In un’ipotesi di quest’ultimo tipo ben potrebbe il giudice addebitare la separazione ad entrambi i coniugi (cosiddetto addebito reciproco. In pratica, le colpe vengono imputate sia al marito che alla moglie e nessuno dei due può più accampare diritti nei confronti dell’altro).

Un esempio forse servirà a capirci meglio.

Sempre possibile l’addebito congiunto a entrambi i coniugi

Immaginiamo un uomo che abbia, per proprio carattere, un atteggiamento violento con la moglie. Quest’ultima, un giorno, lo tradisce. Lui la scopre e la picchia ancora più forte. In questo caso, la separazione può essere addebitata a entrambi i coniugi visto che il tradimento della moglie e le aggressioni del marito sono entrambe concausa della fine dell’unione. L’infedeltà non è stata determinata dalle colpe del marito ma da una autonoma iniziativa della moglie che ha poi ha generato la reazione ancor più violenta dell’uomo. La Cassazione, a riguardo, scrive che le aggressioni fisiche di un coniuge non possono essere mai giustificate e pertanto comportano l’addebito; ma questo non autorizza l’altro coniuge a tradirlo.

Ecco un altro esempio. Immaginiamo una donna che lasci la casa coniugale di punto in bianco. Dopo tre giorni l’uomo decide di far entrare un’altra donna in casa. La faccenda si viene a sapere e l’ex moglie ne subisce un discredito pubblico. Anche in questo caso la separazione può essere addebitabile ad entrambi i coniugi.

Ancora un esempio tratto da una recente sentenza della Cassazione [2]: il marito la tradisce, ma anche la moglie ha l’amante; l’uomo picchia la donna perché lei va via di casa per una settimana senza dire nulla; lui ha un atteggiamento possessivo, lei violento. Quando le colpe per la separazione e il divorzio sono di entrambi i coniugi, il giudice pronuncia quello che viene chiamato «doppio addebito».

Se entrambi i coniugi sono stati maneschi, il marito picchia la moglie e la moglie a sua volta picchia l’uomo, si può avere una condanna nei confronti di tutti e due, a cui viene addebitata la separazione [3].

Immaginiamo invece che un uomo tradisca la moglie. Lei lo perdona, ma lui persevera nelle scappatelle. Questo degenera più volte in litigi. Lei un giorno va via di casa e lo lascia. Di chi è l’addebito? In questo caso l’addebito non può che essere del traditore che ha causato e giustificato il comportamento dell’altro coniuge.

E così nel caso del marito che umili, maltratti e picchi la moglie tanto da portarla a rifugiarsi nell’amore di un altro uomo, con cui ha una corrispondenza su internet ed a cui confida tutte le violenze subite. Anche in questo caso non c’è spazio ad addebito reciproco poiché è chiaro che il tradimento – seppur platonico – della moglie è addebitabile alle colpe dell’uomo.

note

[1] Cass. ord. n. 3923/18 del 19.02.2018.

[2] Cass. sent. n. 894/17 del 16.01.2017.

[3] Trib. Milano, sent. del 2.03.2016; Cass. sent. n. 9074/2011.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 16 gennaio – 19 febbraio 2018, n. 3923
Presidente Scaldaferri – Relatore Sambito

Fatti di causa

Il Tribunale di Napoli ha pronunciato la separazione personale dei coniugi S.G. e M.M. , addebitandola al marito, ha assegnato alla moglie la casa coniugale e previsto un contributo per il mantenimento della figlia minore A. , affidata ad entrambi i genitori e con domicilio prevalente presso la madre. La Corte d’appello di Napoli con sentenza del 10.6.2016, ha addebitato la separazione anche alla moglie, che ha proposto ricorso, sulla base di tre motivi, con cui deduce, rispettivamente la violazione degli artt. 2697 c.c., 143 e 151 c.c. ed omesso esame di un punto decisivo. Il M. non ha svolto difese.

Ragioni della decisione

1. Il Collegio ha deliberato la redazione della motivazione in forma semplificata.
2. I motivi, attinenti tutti alla ricorrenza del nesso eziologico tra violazione del dovere di fedeltà (che si afferma non provato in maniera puntuale) ed intollerabilità della prosecuzione della convivenza, sono inammissibili. Occorre premettere che secondo consolidata giurisprudenza: a) l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; ed ancora, più di recente, Cass., ord. 14 agosto 2015, n. 16859; n. 917 del 2017); b) la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e/quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. (Cass. n. 15557 del 2008; n. 8929 del 2013; n. 21657 del 2017); c) grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).
3. Tali principi risultano osservati dalla Corte territoriale laddove, nel valutare le risultanze processuali (puntuali e circostanziate annotazioni contenute nel diario della ricorrente, telefonate e “squilli” durante le giornate) ha ritenuto provata nel senso sub b) la relazione della moglie, ed ha affermato che la separazione non è stata determinata dalla mediocrità della storia coniugale ma da tale relazione -qualificata come un evento recente ed emotivamente duro, intervenuto mentre il marito ancora tentava in modo grossolano approcci con la moglie- oltre che dalle inammissibili aggressioni fisiche del marito, in ragione delle quali la separazione gli era stata, correttamente, addebitata già dal Tribunale.
4. Le censure della ricorrente, volte a negare il nesso causale tra presunto tradimento e crisi del rapporto coniugale ed a sottolineare la gravità della condotta del M. , sotto le mentite spoglie di denunce di violazione di legge, attingono, quindi, inammissibilmente, al merito, dovendo, in conclusione, ribadirsi che la condotta violenta di un coniuge non può esser mai giustificata da comportamenti dell’altro, ma che tale condotta (qui non in discussione) non vale, a sua volta, a giustificare la violazione dei doveri che sorgono dal matrimonio.
5. Non va provveduto sulle spese, in assenza di attività difensiva dell’intimato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis. In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

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