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Editoriali Anonimato su Internet e Facebook: un diritto o un abuso?

Editoriali Pubblicato il 27 febbraio 2013

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> Editoriali Pubblicato il 27 febbraio 2013

Aumentano i profili falsi sui social network e i post anonimi sui forum: l’anonimato diventa un’autodifesa contro la raccolta non autorizzata dei dati personali fatta dai pubblicitari.

Parlando di anonimato su internet il pregiudizio è istintivo perché, ad esso, si associa sempre l’idea di uno scudo per compiere, impunemente, crimini informatici. Ma non è sempre così. Nella società della comunicazione e della raccolta dei dati personali, nascondere le proprie generalità serve innanzitutto per sfuggire alle persecuzioni delle società commerciali (che catturano informazioni e gusti degli utenti) e serve inoltre per evitare i problemi connessi all’immagazzinamento dei nomi e immagini nella grande memoria della rete, sottraendoli a qualsiasi tipo di ripensamento futuro. Così l’anonimato diventa al centro del grande dibattito sulla privacy in internet.

Come ha giustamente scritto Matteo Del Sorbo [1], “il navigatore è la prima e più pericolosa minaccia per la propria privacy”. È il solo fatto stesso di navigare a creare cronologie, cookies, registrazioni automatiche di password e altri sistemi di registrazione volti a schedare l’internauta, anche quello anonimo.

Il problema è ovviamente amplificato dalla massiccia presenza degli utenti all’interno dei social network. Facebook conta circa 500 milioni di iscritti: se fosse uno Stato sarebbe il terzo più popoloso del mondo [1]. Ogni giorno, 17 milioni di italiani accedono al proprio profilo Facebook. Ma la piattaforma di Zuckerberg è anche il più sofisticato sistema di raccolta dei dati personali: lo stesso Google non ha tali capacità. Del resto, se i commerciali di aziende come Cocacola e Nike hanno recentemente canalizzato i propri investimenti su Facebook ci sarà una ragione seria. Nel momento in cui si mette il “mi piace” su una pagina o si clicca su una pubblicità, o si crea un profilo utente, o si risponde a un sondaggio, Facebook aggiorna la “scheda” dell’utente con le nuove informazioni, sino a creare un identikit precisissimo. Il tutto ai fini di una pubblicità mirata.

I dati dell’utente, infatti, una volta inseriti nel sito, vengono ceduti a Facebook e ai terzi cessionari, ivi compresi i pubblicitari [1].

Ma perché tutto ciò sia possibile, è anche necessaria una legislazione permissiva e duttile, come quella dei popoli anglofoni (Inghilterra e Stati Uniti), e non formalistica come invece quella europea. Difatti, l’accettazione delle condizioni contrattuali dei social network avviene con il classico pulsante “accetto”, collocato a fondo della pagina web. La legge americana attribuisce un valore legale al click dell’utente sul tasto di conferma, equiparabile a quello della firma sulla carta. Ciò non avviene nel nostro ordinamento dove, per esempio, per sottoscrivere le clausole vessatorie, la recente giurisprudenza ha precisato che c’è bisogno della firma autografa tradizionale sulla carta. Ecco perché le principali Company della new wconomy hanno scelto gli USA come patria: in questo modo, nascoste dietro le “caselle di scelta”, esse possono nascondere vere e proprie clausole vessatorie che in altri Stati sarebbero invece nulle.

Si può citare ad esempio proprio il caso di Facebook: l’utente, durante la registrazione al sito, cliccando su “accetto”, rilascia a Facebook il diritto di utilizzare tutto ciò che viene pubblicato dall’utente (musica, immagini, post, disegni, ecc.), mentre la responsabilità su eventuali violazioni del copyright di detto materiale rimane in capo al netizen.

In una situazione di tale permissivismo, è ovvio che si ha una certa riluttanza a consegnare i propri dati personali su piattaforme internet che non garantiscono una conservazione degli stessi “a norma di privacy”.

Il discorso dell’editoria resta ovviamente a parte e comporta problematiche più complesse, per le quali rinvio ad un altro contributo presente su questo portale:  Oblio su Internet e libertà di stampa: bisogna tutelare anche i cittadini

note

[1] Del Sorbo in “Il diritto all’anonimato in Internet”, su “Come difendersi dalla violazione dei dati su internet”, a cura di E. Bassoli, Maggioli, 2012.


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1 Commento

  1. PERSONALMENTE LO CONSIDERO UN ABUSO !
    Come adulti dobbiamo essere responsabili delle nostre azioni altrimenti si viene meno al rispetto per i nostri simili e a tutela dei nostri diritti per quanto facciamo uso della parola scritta o il nostro comportamento di fronte agli altri che siano lesivi o veniamo lessi .

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