Diritto e Fisco | Editoriale

Multe e sanzioni: le ultime novità

29 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 maggio 2018



Gli ultimi aggiornamenti e norme in tema di multe e sanzioni: ecco come si evolve la materia sugli aspetti quotidiani della vita dei cittadini

Scagli la prima pietra chi non si è mai trovato a fare i conti con multe e sanzioni di ogni tipo. Una vera e propria spada di Damocle pronta a pendere sul capo di tutti i cittadini alle prese con violazioni o errori civili e amministrativi. Nuove frontiere in tema di violazione del codice della strada, autovelox. Oppure sanzioni per qualsiasi tipo di debito contratto con lo Stato. Oppure ancora altre tipologie di violazioni e illeciti civili. Il diritto e la legge si evolvono di giorno in giorno, grazie anche a nuove sentenze, ordinanze, circolari dei ministeri. Tutti atti destinati a rivoluzionare il campo di applicazione delle sanzioni. Ecco allora un articolo in cui cerchiamo di fornire, costantemente, un quadro sulle ultime novità in tema di multe e sanzioni, in modo da tenere sempre informato il lettore. Non dovrai quindi trovare altri link su Google: potrai mettere questa pagina tra le preferite del tuo browser in modo da richiamarla, di tanto in tanto, e scoprire cosa di nuovo è successo in materia di multe e sanzioni.

Indice

Addio Tutor in autostrada: sistema disattivato ufficialmente

La questione è tutta legata a un brevetto e vede contrapposte la società Autostrade e l’azienda Craft, che proprio ad Autostrade per l’Italia aveva fatto causa per aver illegittimamente utilizzato un sistema di tutor brevettato dal fondatore dell’azienda. La vicenda era arrivata sui banchi della Corte d’appello di Roma, che con un sentenza del 10 aprile aveva stabilito come i tutor posizionati sulle autostrade italiane violassero il brevetto, ordinando ad Autostrade di disattivarli e condannando la società a pagare 500 euro a Craft per ogni giorno in più in cui i sistemi sarebbero rimasti accesi. Autostrade si era sobbarcata la spesa, sostenendo che avrebbe continuato a mantenerli in funzione per il controllo della velocità e chiedendo una sospensiva della sentenza di disattivazione, in attesa della preparazione del ricorso presso la Corte di Cassazione. Richiesta respinta dalla Corte, che il 28 maggio ha bocciato il ricorso e obbligato Autostrade a disattivare il sistema. Risultato: tutor spento e via libera all’alta velocità. Non quella dei treni ovviamente, ma quella folle a cui le automobili potranno viaggiare, senza rischiare la minima multa. Almeno sarà così per i prossimi mesi, finché la Cassazione non emetterà la sentenza decisiva.

Tutor spenti, ma che si ritiene potrebbero essere utilizzati come autovelox: cioè anziché rilevare la velocità media in due punti (entrata e uscita), potrebbero captare la velocità istantanea a cui viaggia un veicolo. Ecco quindi che allo spericolato automobilista, per tirarsi fuori dai guai, basterà rallentare in prossimità del sistema.

La Corte ha messo un punto anche alle polemiche sulla sicurezza dei cittadini, sostenendo come questa non sia un problema di una società privata, ma dello Stato. Quindi la contraffazione di un brevetto non può essere messa in secondo piano con la scusa della sicurezza.

Per ora quindi, spegnimento tutor confermato.

Nuovo certificato di revisione auto: multe salate a chi non si adegua

D’ora in poi le auto italiane dovranno adeguarsi alla normativa europea. Almeno in termini di revisione. Dal 20 maggio 2018 è infatti entrato in vigore il decreto ministeriale [33] che recepisce la direttiva europea, che impone un’armonizzazione dei controlli periodici sulle automobili circolanti in territorio comunitario. In particolare ogni automobile italiana deve essere accompagnata da un certificato di revisione (uguale in tutti i paesi europei). Questo documento riporterà l’esito di tutti i controlli che l’auto effettua, compreso quello del contachilometri. Le officine autorizzate dalla Motorizzazione civile avranno il compito di dare un vero e proprio voto alle condizioni dell’auto, menzionando eventuali mancanze e segnalandole come lievi, gravi e pericolose. Inoltre ci sarà (e verrà riportato sul certificato) il controllo del contachilometri. Occhio quindi a tentativi truffaldini di manometterli in caso di vendita automobile, perché verrete presi con le mani nel sacco. Tutti i dati riportati nel certificato di revisione verranno trasmessi al Ministero dei trasporti. Al proprietario del veicolo sarà consegnata una copia del certificato.

Restano immutate le periodicità della revisione: il primo controllo va fatto dopo 4 anni dalla prima immatricolazione. Dopodiché scatta l’obbligo si una revisione ogni 2 anni (con diversi intervalli a seconda del tipo di veicolo).

I controlli verranno effettuati da ispettori di centri autorizzati, che al termine rilasceranno il certificato di revisione, completo dei dati e dei giudizi di adeguatezza dell’auto. i dati che devono essere riportati sono:

  • Numero di identificazione del veicolo;
  • Targa del veicolo e simbolo dello Stato di immatricolazione;
  • Luogo e data di revisione;
  • Lettura del contachilometri al momento del controllo;
  • Categoria del veicolo;
  • Carenze individuate e livello di gravità;
  • Risultato del controllo tecnico;
  • Data del successivo controllo tecnico o scadenza del certificato di revisione;
  • Nome di chi ha provveduto ad espletare le verifiche, firma o dati identificativi dell’ispettore responsabile del controllo;

Meglio adeguarsi subito, perché chi viene pescato a circolare con un’auto non revisionata rischia una bella multa, che oscilla tra i 169 e i 680 euro. Se dopo la prima multa, si viene pescati ancora senza revisione (recidiva) queste cifre lievitano: dai 1.842 ai 7.396 euro, con eventuale fermo amministrativo di 90 giorni.

Multe non pagate: sulle cartelle esattoriali calano gli interessi di mora

Supponiamo che tu prenda una multa. Ti dimentichi di pagarla. Ecco che si mette in moto l’Agenzia delle entrate, decisa a recuperare i crediti dovuti. Ti vedi arrivare nella buchetta della posta la relativa cartella di pagamento. Per le somme dovute, pagate fuori tempo massimo (oltre 60 giorni), scattano anche gli interessi di mora. Qui subentra una bella notizia (anche se minima) per il contribuente ritardatario, nei confronti del quale il Fisco o altri creditori vantano un credito. Gli interessi di mora sono scesi al 3,01 per cento, rispetto al 3,50 per cento. La diminuzione è scattata dal 15 maggio 2018 e resterà bloccata per un anno. Come ha ben specificato il provvedimento dell’Agenzia delle entrate [32], che ha comunicato la lieta notizia, la diminuzione vale per tutte le somme iscritte a ruolo, dopo che sono decorsi 60 giorni dalla notifica della cartella, senza che sia stato versato l’importo dovuto. Ecco quindi che, per fare un esempio, pagare una multa in ritardo ti costerà un pochino meno del solito.

Ricordiamo inoltre che il pagamento di una multa prevede questo:

  • va pagata entro 60 giorni in misura ridotta;
  • se pagata entro 5 giorni, si versa ancora meno (il 30 per cento della misura ridotta);
  • dal 61esimo giorno, il pagamento non è più ridotto, ma lievita alla metà dell’importo massimo, più gli interessi. Basta anche un solo giorno di ritardo che il Comune iscrive il proprio credito a ruolo e si serve dell’Agenzia delle entrate per riscuoterlo. Se non paghi ti vedrai infatti arrivare a casa la cartella esattoriale.

Piano Haccp: niente multa alla prima ispezione, ma solo dopo il mancato adeguamento 

Chi ha un bar, un ristorante, un’azienda agricola, un chiosco, o una qualsiasi attività in cui è prevista la produzione, il confezionamento o la somministrazione di alimenti, lo sa bene: per legge si devono custodire in azienda e mettere a disposizione di eventuali ispezioni tutti i documenti relativi al piano di autocontrollo Hccp. In pratica è obbligatorio tenere e aggiornare tutta la documentazione inerente le misure di sicurezza prese – dal punto di vista alimentare e igienico – nell’ambito della propria attività. Ce lo ha chiesto l’Europa con un regolamento e l’Italia si è adeguata. Per chi non lo fa scattano pesanti multe e sanzioni. Attenzione però alle dimostrazioni di forza eccessive degli enti preposti al controllo. Ci viene in aiuto la Corte di cassazione [31], che con una sentenza ha ribadito un principio davvero importante: le sanzioni per il mancato adeguamento ai documenti di autocontrollo non scattano subito, nel momento in cui riceviamo il primo accertamento, ma solo in un momento successivo, cioè al verificarsi dell’inottemperanza delle prescrizioni che vengono date all’imprenditore inadempiente. In soldoni, prima la ramanzina e l’invito ad adeguarsi e solo dopo, se ce ne infischiamo, scatta la multa. A dirlo è la stessa legge di adeguamento alle direttive europee [30]: “l’autorità di controllo deve indicare nel verbale di accertamento le carenze riscontrate  e le prescrizioni di adeguamento necessarie. La stessa autorità procede, con separato provvedimento, ad applicare le sanzioni qualora risulti che il responsabile dell’industria alimentare non abbia provveduto ad adeguarsi alle prescrizioni impartite al primo controllo”. Con questi principi la nostra Cassazione ha ribaltato la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro, che aveva dato ragione alla Regione Reggio Calabria, nel momento in cui aveva emanato un’ingiunzione di pagamento di ben 2.478 euro nei confronti di un piccolo imprenditore della ristorazione  per violazione della normativa Hccp (in pratica non era in regola con la documentazione di autocontrollo in azienda). Sanzione inflitta già al primo accertamento in cui era stata riscontrata la violazione. Non è stato dato neanche il tempo al povero imprenditore di adeguarsi alle prescrizioni. La Cassazione si è così schierata dalla parte del cittadino e contro la Regione Reggio Calabria. Ha confermato che la sanzione può essere inflitta solo a condizione che, una volta impartite le prescrizioni e gli obblighi in sede di prima ispezione, l’imprenditore non si sia adeguato entro il termine prefissato, o comunque entro 120 giorni dal verbale di accertamento.

Locazione senza conducente dopo il leasing: nessuna sanzione

Finalmente il Ministero dell’interno ha chiuso il cerchio di incertezza che si era creato attorno alla pratica che vedeva veicoli acquistati in leasing, ceduti in locazione senza conducente [33]. Per chi non lo sapesse, la locazione senza conducente è una vera e propria attività professionale esercitata da chi dà in locazione al cliente autoveicoli per particolari esigenze. La domanda è: e un’azienda di autotrasporto per conto terzi che acquista un veicolo in leasing lo può cedere a un’altra impresa o rischia sanzioni?

La confusione regnava attorno a due interpretazioni diverse: quella europea e quella nazionale. Le norme comunitarie dicono che un veicolo in locazione senza conducente può essere ammesso, purché:

  • sia immatricolato o messo in circolazione nello Stato membro di stabilimento dell’impresa locataria (chi prende il veicolo per utilizzarlo);
  • che quest’azienda locataria ne assuma l’esclusiva disponibilità;
  • cedente e locatario siano entrambi autorizzati ad esercitare attività di autotrasporto per conto terzi.

La normativa italiana stabilisce invece che il veicolo locato deve essere di proprietà dell’impresa che lo ha locato (il cedente), immatricolato a nome del locatore. Sulla carta di circolazione poi deve essere riportato il nome del locatario (cioè di chi ha preso il veicolo per utilizzarlo).

Come si fa quindi con il leasing? Che succede cioè se un’azienda di autotrasporto A acquista un veicolo in leasing da una società B e lo cede senza conducente a una terza azienda di autotrasporti C?

Succede che può farlo. Lo ha chiarito direttamente il ministero dell’Interno con una recente circolare [32] in cui, sulla base del parere del più competente ministero dei Trasporti, ha stabilito che nessuna sanzione può essere inflitta a un’azienda di autotrasporti che acquista in leasing un veicolo e lo cede in locazione a un’altra impresa di trasporto. Ovviamente nel rispetto delle normative.

Il ministero chiarisce come il leasing sia un particolare tipo di contratto di acquisto, e in base a questo, anche se il veicolo non è intestato formalmente all’impresa locatrice (la nostra impresa A), è comunque da essa detenuto, con l’esercizio di tutti i poteri del proprietario.

Quindi si, un’azienda iscritta all’albo degli autotrasportatori che acquista un veicolo in leasing, lo può locare senza conducente a un’altra impresa di autotrasporto per conto terzi, senza incorrere in sanzioni.

Serra abusiva: no a sanzioni se riconosciuta la tenuità del fatto

Non sempre, quando si decide di costruire senza le dovute autorizzazioni e il rispetto delle norme edilizie si va incontro a sanzioni. A confermarlo sono stati prima la Corte di appello di Salerno nel 2017 e poi oggi la Corte di Cassazione. Le sentenze emesse dalle due corti riguardano il caso di un cittadino che ha pensato bene di costruire una serra agricola. E fin qui tutto bene. Il problema è stato che la persona in questione ha violato la normativa edilizia e antisismica, realizzando l’opera senza aver avuto ottenuto il permesso a costruire e senza la preventiva realizzazione di un progetto da parte di un tecnico abilitato e la direzione dei lavori. Non ha nemmeno denunciato l’inizio lavori e depositato presso gli uffici gli elaborati progettuali. Insomma ne è venuta fuori una serra abusiva. Nonostante tutto però il signore in questione è stato assolto dalla Corte di appello perché il reato è stato considerato non punibile per la sua particolare tenuità [29]. L’impatto dell’opera era talmente modesto che i giudici hanno così deciso. Una decisione ben accolta dalla Cassazione [28], che ha confermato come una violazione di questo tipo possa non andare incontro a sanzioni, condannando alle spese processuali però il proprietario di questa serra abusiva perché si è spinto un po’ troppo in là: pretendeva la prescrizione del reato. Richiesta che i supremi giudici hanno ritenuto inammissibile. Il nocciolo però è questo: se l’impatto della vostra opera abusiva è davvero esiguo potreste non andare incontro a sanzioni, in base al principio della tenuità del fatto.

Troppe prestazioni gratuite? Accertamento fiscale legittimo 

Attenzione a fare favori ad amici e parenti regalando prestazioni gratuite. Dall’etichetta di benefattori potreste passare in men che non si dica a quella di evasori. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con una sentenza [27] in cui mette in guardia dal fare troppe fatture di “rinuncia al compenso” nel momento in cui eseguite un lavoro, una prestazione ad un committente. Il Fisco in questo caso sarebbe a buona ragione legittimato a far scattare i controlli e l’accertamento. Motivo? Come si può non pensare ad un rischio di evasione fiscale nel momento in cui il carico di lavoro di un professionista (nel caso in questione finito sui banchi della Corte un avvocato colpevole di aver offerto troppe prestazioni gratuite verso i suoi clienti), non stia emettendo meno fatture rispetto al lavoro effettivamente svolto? È ragionevole ritenere che il professionista possa aver “truccato la sua contabilità” emettendo fatture di rinuncia al compenso, percependo in realtà compensi in nero ed evadendo in questo modo le tasse. Insomma, un favore non si nega a nessuno. Ma quando cominciano a diventare due, tre, quattro, cinque favori a settimana o al mese, è più che legittimo che l’Agenzia delle entrate mangi la foglia e faccia scattare l’accertamento. E non sarebbe sufficiente neanche la testimonianza del clienti beneficiari della prestazione a quanto pare. Occhio perché se poi venisse rilevata un’effettiva violazione della legge il “generoso benefattore o furbo evasore” andrebbe incontro a sanzioni per dichiarazione infedele e omessa fatturazione.

Autovelox: niente sanzione se dimentichi a chi hai prestato l’auto

Dietrofront della Cassazione, tutto a favore degli automobilisti. Ancora una volta al centro della questione c’è l’odiato sistema autovelox, che sforna multe come fossero biscotti per Natale. Sapete vero che per legge [26] quando vi arriva a casa una multa presa con autovelox, per eccesso di velocità, dovete sia pagare la multa sia inviare alla polizia entro 60 giorni una comunicazione dei dati della patente della persona che effettivamente guidava l’auto al momento dell’infrazione? Questa comunicazione serve a decurtare i punti della patente all’effettivo responsabile della violazione (perché spesso l’auto si presta ai famigliari e non sempre è il proprietario a guidarla). Bene. Se non si rispetta quest’obbligo, quindi se non si invia alcuna comunicazione alla polizia, i punti della patente non vengono decurtati, ma vi arriva a casa una seconda multa. Una super multa che oscilla tra i 282 e i 1.142 euro. Non si sono mai fatto sconti su questo. Neanche la Cassazione li aveva mai fatti, avendo sempre sostenuto che è assolutamente obbligatorio inviare una comunicazione, e in questa comunicazione devono essere sempre indicati i dati della patente dell’effettivo conducente dell’auto. La frase “non ricordo” non è mai stata una giustificazione per non fornire alle autorità ciò che serviva loro: o mi dai il nome di chi guidava l’auto (in modo che possa togliergli i punti) o ti recapito a casa una seconda supermulta che dovrai pagare per forza. Ora, dimenticate tutto. O quasi. Perché la Cassazione finalmente ha fatto un’attesissima inversione di marcia in direzione dei cittadini. Chi dice che per forza una persona possa effettivamente ricordare a chi aveva prestato l’auto quel giorno in cui è stata commessa l’infrazione? Pensiamo alle famiglie non benestanti, dove una sola macchina viene utilizzata da tutto il nucleo e oltre. Come si fa a sapere sempre chi usa l’auto e quando? Ecco perché finalmente la suprema Corte ha cambiato idea, affermando, con una recentissima sentenza [25], che il proprietario del veicolo che invia la comunicazione entro i termini stabiliti (60 giorni), ma con esito negativo, cioè dichiarando di non ricordare chi fosse alla guida nel momento in cui l’infrazione è stata commessa e rilevata con autovelox, non rischia di essere punito con la seconda multa, né con la decurtazione dei punti della patente. Questa persona infatti, non sta omettendo di inviare la comunicazione dei dati, infischiandosene della legge. Tutt’altro, sta assolvendo al suo dovere di effettuare la comunicazione, semplicemente non ricorda il nominativo di chi era alla guida. E per legge queste due condotte vanno tenute distinte: la prima è sanzionabile, la seconda può non esserlo. Tuttavia sarà il giudice di merito a deciderlo, valutando caso per caso e decidendo se la motivazione apportata dal proprietario dell’auto alla propria dimenticanza sarà valida o meno.

Condono fiscale: vale solo con l’intero versamento di quanto dovuto

Condono si condono no. Risale al 2002 la legge che introduceva la sanatoria indirizzata ai furbetti fiscali, che da quell’anno in poi hanno avuto (e hanno tutt’ora) la possibilità di fare pace col fisco, dichiarando le loro evasioni di imposte e ritenute, e accordandosi su un importo da rimettere nelle tasche dello Stato, per essere lasciati in pace. Un importo che di norma – come previsto – corrisponde al solo pagamento dell’imposta e degli interessi, o dei soli interessi nei casi di ritardi [24]. Ma che ne è del condono se pago solo la prima rata del versamento dovuto e lascio indietro le altre, magari per problemi finanziari? Ha ugualmente effetto? La risposta definitiva la dà la Corte di cassazione [23], con un’ordinanza in cui si stabilisce in modo netto che questo tipo di condono (pensato per intervenire sui tardivi o omessi versamenti delle imposte e delle ritenute che emergono dalle dichiarazioni presentate) non è un premio, ma un atto di clemenza, e diviene pienamente efficace solo quando il contribuente ha versato l’intero importo delle somme dovute. In pratica, finché non viene pagato tutto fino all’ultimo centesimo dovuto, il condono non si perfeziona. Era questa l’interpretazione data dal Fisco, ora confermata dalla suprema Corte. Ha dovuto accettare la decisione definitiva dei giudici una cittadina contribuente, protagonista di questa vicenda, che, nonostante avesse aderito all’istituto del condono, autodenunciandosi al fisco, si era poi vista rifiutare dall’Agenzia delle entrate il perfezionamento del condono stesso. Il motivo? Non era stato pagato dalla signora l’integrale importo dovuto. Bene ha fatto, secondo la Cassazione, l’Agenzia delle entrate, perché non è sufficiente il solo pagamento della prima rata per poter beneficiare della sanatoria. Ordinanza che ha ribaltato in modo netto diversi orientamenti e sentenze precedenti delle Commissioni tributarie provinciali, che hanno annullato i provvedimenti di diniego di condono emessi dagli uffici contro i contribuenti che avevano saldato solo le prime rate dei versamenti dovuti.

Tutor: è copiato ma le multe restano

La corte di appello di Roma ha vietato l’uso del Tutor che tutti conosciamo sulle autostrade perché il brevetto è stato copiato. Ma Autostrade per l’Italia ha già pronto un nuovo modello. E in più la violazione del brevetto non comporta la nullità delle multe già elevate e di quelle che saranno elevate in questi giorni. Leggi sul punto: Tutor autostradali illegittimi: multe valide?

Esercizio abusivo della professione: sanzioni più aspre 

Vi spacciate per dentisti quando in realtà non lo siete? Preparatevi a fare seri conti con la legge. Le sanzioni che rischia chi esercita una professione in modo abusivo sono state inasprite all’alba del 2018, grazie a una legge dello scorso febbraio [22], e al severo atteggiamento confermato dalla Corte di cassazione, che con una sentenza ha ritenuto impossibile che un comportamento simile possa andare a braccetto con la tenuità del reato. La legge in questione riscrive in una severa chiave il reato di esercizio abusivo della professione (presente nel codice penale) [21], stabilendo che chiunque venga pescato a svolgere abusivamente una professione, per la quale lo Stato prevede una specifica abilitazione (prime fra tutte le professioni sanitarie), sarà punito non solo con una multa (che comunque resta e oscilla tra i 10 mila e i 50 mila euro), ma rischierà anche il carcere: dai 6 mesi ai 3 anni. La sentenza di condanna verrà pubblicata e tutti gli attrezzi utili a commettere il reato (ad esempio strumenti da dentista, ecc) saranno confiscati. Rigide sanzioni si scaglieranno anche su chi agisce da prestanome e iscritti all’albo che favoriscono l’esercizio abusivo della professione. Chi si macchia di questa colpa rischia, oltre alla trasmissione della sentenza di condanna al rispettivo Albo professionale e all’interdizione da albi e ordini da 1 a 3 anni, anche la reclusione da 1 a 5 anni e multe stratosferiche, che vanno dai 15 mila ai 75 mila euro. E a rincarare la dose sono intervenuti anche i supremi giudici della Cassazione [20], che hanno ritenuto impossibile, per chi esercita abusivamente un mestiere, aggrapparsi alla tenuità del fatto, per evitare di essere puniti. Chi si macchia di questo resto non lo fa una tantum, ma per definizione ripete il comportamento più volte. Immaginate una persona che si spaccia per odontoiatra. Solitamente finché non viene pescato, esercita la possessione più e più volte, guadagnando illegalmente e mettendo le mani sui ignari pazienti in modo ripetuto e continuo. Ecco perché non ha nulla a che vedere con la tenuità del fatto.

Autovelox tra le siepi: multa valida se segnalato

Non sempre le multe prese con autovelox vengono annullate. A volte giudici confermano le sanzioni. Come nel caso di questo automobilista che contestava la multa rilevata da un autovelox, che a suo dire era occultato e nascosto. Motivo per cui ha chiesto l’annullamento della sanzione. Richiesta nettamente respinta dalla Corte di cassazione con una recente ordinanza [19], in cui i giudici sostengono che la valutazione sul posizionamento e sulla visibilità del macchinario di rilevamento spetta al giudice di merito. In questo caso secondo i giudici l’autovelox era presegnalato in modo corretto, e la postazione di presegnalazione era perfettamente visibile agli occhi degli automobilisti, che così potevano tranquillamente dedurre che di li a poca distanza ci sarebbe stato un autovelox. Questo era semplicemente posizionato all’uscita di una corsia di re immissione dall’area dell’autogrill. Un conto quindi è la mancata o occultata presegnalazione. Tutt’altro conto è la corretta presegnalazione, che informa chiaramente gli automobilisti di ciò che li aspetta da li a poche centinaia di metri. Conclusione: Accertate questo prima di presentare ricorso per un autovelox nascosto.

Multa notificata oltre i 90 giorni: è nulla

Questa volta il Comune di Milano dovrà arrendersi al fatto compiuto. E gli automobilisti hanno una certezza in più a cui appellarsi. Quando prendiamo una multa con l’autovelox (che quindi non può essere accertata sul momento, ma ci viene recapitata a casa) il termine massimo che i vigili hanno per notificarcela è di 90 giorni, trascorsi i quali la sanzione si può stracciare, perché nulla. È stata la Corte di cassazione a mettere una pietra tombale su una questione su cui il Comune di Milano si era letteralmente incaponito. Quella di notificare molto oltre questo termine era diventata ormai consuetudine, e già l’associazione Altroconsumo aveva fatto ricorso contro le valanghe di multe tardive inflitte agli automobilisti. Ora i giudici della Suprema corte, con una sentenza [18], hanno definitivamente disintegrato le giustificazione apportate dall’amministrazione meneghina a questa pratica. Il caso in questione vede un cittadino inviperito, che nel 2014 si era visto notificare a casa una multa per eccesso di velocità presa con autovelox, ben 180 giorni dopo aver commesso l’infrazione, in barba al codice della strada [17], che stabilisce chiaramente come qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata (il caso dell’autovelox), il verbale deve essere notificato al trasgressore entro 90 giorni dall’accertamento. Per il Comune di Milano questi “90 giorni dall’accertamento” si traducono in 90 giorni dal momento in cui i vigili hanno terminato di esaminare fotogrammi e svolgere tutte le opportune indagini, che possono richiedere molto tempo e si possono scontrare con un elevato numero di violazioni da accertare. Per la Cassazione invece, il Comune l’ha sparata decisamente grossa: 90 giorni dall’accertamento significa dalla data in cui l’infrazione è stata rilevata. E non si può sforare solo per motivi inerenti l’organizzazione amministrativa. Niente più scuse quindi. Gli automobilisti vincono e il Comune di Milano ne esce con le ossa rotte. Se ricevete a casa una multa presa con l’autovelox oltre i 90 giorni avete una buona probabilità di vedervela annullare.

Autovelox: multa nulla se sul verbale non è indicata la taratura

Prima ha parlato la Corte costituzionale [16], stabilendo l’obbligo per i sistemi di rilevamento della velocità di essere sottoposti a specifici controlli e revisioni annuali, per vegliare sul loro corretto funzionamento e sulla taratura. Certificati che gli automobilisti multati avrebbero potuto pretendere in qualsiasi momento. Ora la Cassazione si spinge oltre [15]: non è più sufficiente il controllo periodico sul funzionamento e sulla taratura. È obbligatorio anche inserire la taratura sul verbale di contestazione della multa. Qualora non venga fatto, e sul verbale sia assente ogni riferimento a tarature e controlli, la multa è nulla. In pratica non sarà più il nostro spericolato automobilista a doversi accertare, richiedendo il certificato, del corretto funzionamento e della revisione dell’autovelox, nel momento in cui viene multato per eccesso di velocità. È dovere di chi stila il verbale provare in modo scritto e nel verbale, l’avvenuta revisione.

Multa valida se manca il tratto in cui hai commesso infrazione

Fai attenzione a contestare le multe in cui nel verbale di accertamento manchi l’indicazione esatta del tratto di strada dove hai commesso l’infrazione. In alcuni casi potrebbero comunque esser valide. Lo ha confermato una recente ordinanza della Corte di cassazione [14] che ha drasticamente rigettato il ricorso di un cittadino, multato per violazione del codice della strada, che aveva contestato la decisione del Tribunale (reo di aver confermato la multa, condannandolo a pagare). Motivo del ricorso? Secondo lui gli agenti, non avevano opportunamente indicato all’interno del verbale l’esatto tratto di strada, nel decreto prefettizio, in cui avrebbe commesso l’infrazione. Secondo lui quindi la multa non era valida. Evidentemente questa è una personale opinione dell’automobilista, che non ha trovato riscontro nella decisione dei giudici. Sia il Tribunale sia la Cassazione si sono soffermati sul principio che l’indicazione del tratto di strada in cui la violazione è stata commessa, è obbligatorio solo quando l’eccesso di velocità è stato rilevato con sistemi a distanza (esempio autovelox). Ciò non vale nel caso in cui l’infrazione sia stata rilevata con apparecchiature gestite direttamente dalla polizia. In questi casi gli agenti non sono obbligati a specificare nel verbale il tratto stradale testimone dell’infrazione nell’apposito decreto prefettizio. Il ricorso del cittadino spericolato è stato respinto e la multa convalidata.

Guida spericolata per soccorrere un animale: multa legittima

Evidentemente esseri umani e animali non hanno la stessa dignità, almeno per la Corte di cassazione [13]. Lo si desume dal trattamento ricevuto da un medico veterinario, multato mentre guidava a grande velocità sorpassando le auto ferme al semaforo rosso, per precipitarsi a soccorrere un cane affetto da osteosarcoma in fase terminale. Questo nonostante in quella corsa, il medico fosse scortato dalla polizia, che dopo avergli fatto la multa, lo ha accompagnato sul posto. Il veterinario aveva fatto ricorso contro la sanzione, appellandosi allo stato di necessità  derivante dalla fretta di arrivare sul posto per prestare cure urgenti all’animale. Il Giudice di pace di Ancona aveva compreso le motivazioni del medico e accolto il suo ricorso, annullando il verbale, che lo aveva visto multato per aver sorpassato le auto ferme al semaforo, invadendo la corsia di marcia opposta. Peccato però che Ministero dell’interno e prefettura (non concordi) sono ricorsi in Cassazione. I giudici della suprema Corte hanno completamente ribaltato la decisione del Giudice di pace. La Corte ha stabilito che si possono escludere responsabilità amministrative per casi di questo tipo solo quando in gioco c’è un grave danno alla persona, cioè quando sia in pericolo la vita di un essere umano, non quella di un animale. In sostanza, un animale sta morendo e tu sei il suo veterinario chiamato a soccorrerlo? Non sei giustificato a guidare in modo spericolato per giungere sul posto quanto prima ed alleviare le sue sofferenze. Devi comunque rispettare il codice della strada, senza utilizzare come giustificazione lo stato di necessità.  Se non lo fai la sanzione amministrativa è legittima.

Dirigente tarda ad agire in autotutela: deve pagare i danni

Siete dirigenti pubblici – ad esempio comandanti della polizia locale di un comune – e, in barba al codice della strada, decidete di posizionare erroneamente un sistema di autovelox, che produce un mare di multe. Gli automobilisti inviperiti fanno ricorso per annullamento dei verbali e tutti vincono questi ricorsi. Che ne è di tutte le spese che l’amministrazione è costretta a sostenere? La Corte dei corti ha deciso che sarete sanzionati per danno erariale e dovrete pagare i danni causati [12]. Il condannato dalla Corte in questione per danno erariale è proprio un comandante di polizia locale, che su una strada classificata come E, e quindi secondo il codice della strada, con l’esclusiva possibilità di installazione di autovelox a rilevazione immediata della velocità, aveva invece fatto installare un autovelox fisso, ottenendo come conseguenza una raffica di multe. Verbali a cui molti automobilisti hanno presentato ricorso, vincendolo. Il comandante era prima stato condannato in primo grado al pagamento 152 mila euro per le spese sostenute dall’amministrazione per la notifica dei verbali e per i ricorsi degli automobilisti accolti. La Corte dei conti ha poi rilevato la colpa grave del dirigente, confermando la condanna al pagamento dei danni. Anche se, per via del fatto che, riconosciuto l’errore (con ritardo),  fossero stati annullati alcuni verbali, la somma da versare si è notevolmente ridotta. Il motivo della conferma parziale della condanna è presto detto: riconosciuto l’errore fatto (anche se dopo un mese), il comandante avrebbe dovuto rispondere immediatamente alle istanze in autotutela, annullando subito le multe. Invece il comando di polizia municipale, di fronte alle richieste di annullamento con l‘autotutela, ha risposto picche, rigettandole, non lasciando altro spazio ai cittadini se non l’impugnazione. L’autotutela c’è poi stata, ma solo dopo un anno. Occhio quindi a come utilizzate il vostro potere di dirigenti. Se le vostre azioni sono palesemente in contrasto con il codice della strada, e di fronte al ricorso in autotutela per annullamento delle multe, rispondete a muso duro, potreste essere sanzionati e condannati per danno erariale a risarcire all’amministrazione pubblica le spese sostenute.

Mancato versamento Iva: la crisi di liquidità non lo giustifica

Mettiamo che tu sia il rappresentante legale di una società e ometta di versare entro i termini dovuti l’acconto Iva riferito al periodo di imposta successivo. Vieni condannato a 5 mesi di reclusione, ma decidi di fare ricorso, perché in quel periodo l’azienda stava attraversando una forte crisi di liquidità, dovuta a crediti non riscossi e tu non hai versato l’Iva per causa di forza maggiore (a causa di questa crisi), non certo perché non volevi farlo. Non ti stupire se da oggi in poi i giudici risponderanno picche a questa tua impugnazione. Potranno farlo, forti del fatto che la Cassazione [11] ha deciso che la crisi di liquidità non può essere invocata per giustificare il mancato versamento Iva da parte dell’azienda ed evadere l’imposta tributaria. Questo problema economico  non deve essere utilizzato come causa di forza maggiore. Almeno fino a quando non si è tentato di tutto per recuperare i crediti dovuti e non si dimostri la totale impossibilità a fronteggiare questa crisi. Fino ad allora non può essere utilizzata come scusante per escludere la tua colpevolezza. Puoi venirne fuori solo in un modo: versando integralmente – compresi oneri amministrativi e sanzioni – le somme dovute all’erario. Un decreto del 2015 [10] infatti stabilisce che l’integrale pagamento degli importi dovuti diviene causa di non punibilità per il reato di cui sei stato accusato (è il ravvedimento operoso per intenderci). E questo – secondo la Corte – avviene sia che tu paghi interamente prima della dichiarazione di apertura dibattimento sia che saldi tutto dopo, purché tu lo faccia prima del giudicato.

Fatture false: con il ravvedimento operoso si patteggia 

La Corte di cassazione contraddice Agenzia delle entrate e Guardia di finanza. La posta in gioco è la possibilità di utilizzare il ravvedimento operoso [9] per evitare la punibilità del reato tributario di falsa fatturazione e patteggiare. Il ravvedimento non è altro che uno strumento con cui il contribuente può regolarizzare violazioni, irregolarità e omissioni in materia tributaria. In particolare Fisco e Guardia di finanza, in una serie di quesiti in merito, avevano espressamente ribadito poco tempo fa come non sia possibile utilizzare il ravvedimento operoso quando si viene pescati nel pieno di condotte fraudolente come le false fatturazioni, per evitare di essere puniti e ridimensionare la sanzione applicata. La condotta fraudolenta mirata a false fatturazioni per operazioni inesistenti non si può quindi correggere. Non sono dello stesso avviso invece i giudici supremi della Cassazione, che con una sentenza dello scorso febbraio [8] – destinata ad aprire un braccio di ferro con l’amministrazione tributaria – hanno rovesciato la posizione, dando il via libera al ravvedimento operoso nei casi di reati tributari come le fatture false, come prerequisito per patteggiare. Sempre che si corra a sanare tutti i debiti tributari, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. La questione su cui si è espressa la suprema Corte vedeva protagonista la legale rappresentante di una società accusata e condannata dal tribunale a due anni di reclusione, per aver indicato, nella dichiarazione annuale delle imposte, passivi fittizi, avvalendosi di fatture false per operazioni mai avvenute, allo scopo di evadere il fisco. È qui che i giudici supremi hanno ammesso la correzione spontanea della condotta fraudolenta dell’imputata, ribadendo la possibilità di avvalersi del ravvedimento operoso. Patteggiamento che può essere richiesto però solo pagando integralmente i debiti dovuti – compresi di sanzioni amministrative e interessi – prima della dichiarazione di inizio dibattimento. L’agenzia delle entrate è dunque avvisata. Vedremo se la sentenza della Corte verrà accolta e se servirà a chiarire la vicenda e dare una risposta definitiva alla questione.

Niente carcere per chi camuffa la targa dell’auto

Ancora una strizzatina d’occhio agli automobilisti furbetti (almeno in parte). A darla è la Cassazione, in riferimento a un comportamento che più volte si è visto in chi vuole evitare di essere preso in castagna dall’autovelox. Il fatto in questione è la copertura della targa dell’auto. Magari con lo scotch, pronto a tagliare e trasformare una T in una I e modificare qualsiasi altra lettera. Lo scopo è fare in modo che dalla foto dell’autovelox non si riesca a risalire (almeno così si crede) alla targa corretta. Un comportamento che finora è stato inserito tra i reati puniti ai sensi di un articolo del codice penale [6] che stanga chi sopprime, distrugge e occulta un atto pubblico vero, per trarne un vantaggio. Reato per cui è previsto il carcere. Almeno lo era. Fino al momento in cui – a febbraio 2018 – i giudici della Cassazione hanno deciso di applicare la mano più morbida verso questo comportamento [7]. Non hanno negato la condannabilità del fatto, che comunque continua a ruotare attorno alla norma del codice penale per distruzione o occultamento di sigillo pubblico (e la targa lo è), ma ne hanno riconosciuto la tenuità. Non si rischia più quindi il carcere, al massimo una multa (che rientra però sempre nella sfera penale, anche se economica). Il riconoscimento della tenuità del fatto comunque potrebbe portare a un’archiviazione del processo, e quindi anche della pena, per condotta non grave.

Collare antiabbaio è reato: multe ai padroni per maltrattamento

Usciamo per un attimo dalle questioni riguardanti multe stradali e autovelox e addentriamoci negli obblighi previsti per i proprietari di cani e altri animali domestici. Anche qui infatti sono previste sanzioni e multe se se violiamo certi comportamenti a danno dei nostri amici a quattro zampe. Ad esempio in caso di abbandono o maltrattamento. Ultima della Cassazione [5], che pone fine (si spera) alla tanto discussa consuetudine di punire l’istinto urlatore dei nostri cani – l’abbaio – è dello scorso 24 gennaio. Spesso si utilizzano collari antiabbaio che rilasciano scariche elettriche ogni volta che Fido apre la bocca per emettere voce e abbaiare. La Corte ha detto basta a questa pratica, confermando la condanna di un proprietario di Verona, che obbligava i suoi due cani a indossare questo collare. Il comportamento, secondo i giudici della suprema Corte, è paragonabile a un vero e proprio maltrattamento nei confronti degli animali perché incide sul loro benessere psico-fisico. In pratica, il collare antiabbaio è considerato maltrattamento e, in quanto tale, reato penale, punibile con detenzione o multa. In signore in questione si è visto infliggere una sanzione di 800 euro più duemila euro alla Cassa delle ammende. I proprietari di cani sono avvisati.

Multa autovelox su rettilineo: nulla se il verbale è generico

Tornando alle nostre odiate multe da autovelox, la Cassazione pochi mesi fa ha inflitto un altro duro colpo alla sciatteria e alla genericità con cui talvolta gli organi di polizia giustificano i loro verbali contestati successivamente (e non istantaneamente). Un’ordinanza della suprema Corte [4] stabilisce che non può essere fatta una multa tramite autovelox su un lungo rettilineo, senza intimare prima l’alt all’automobilista. Non si capisce come mai – secondo i giudici – non si possa trovare il tempo su una strada così lunga di fermare il guidatore, anziché contestare il verbale successivamente con le solite giustificazione generiche che vengono scritte nei verbali. Se proprio non si riesce a fermare l’automobilista, la motivazione del verbale deve essere specifica e non generica e di facciata. Qualora invece lo fosse, l’automobilista può fare ricorso per annullare la multa.

Multe e sanzioni: partita la notifica via Pec

Era stato annunciato ed ora è pronto a concretizzarsi. Prende il via la sperimentazione digitale delle multe e sanzioni notificate via Posta Pec. Siete spaventati? Forse è meglio cominciare ad entrare in confidenza con questo nuovo modo di comunicare le multe. Un decreto [2], pubblicato in Gazzetta ufficiale a gennaio 2018, ha introdotto la possibilità per gli organi di polizia di notificare i verbali di contestazione della multa inflitta all’indirizzo di posta Pec (posta elettronica certificata, utilizzata per le e-mail di valore legale) del cittadino trasgressore che ne sia in possesso. La notifica va fatta a chi ha commesso l’infrazione e al proprietario dell’auto con cui è stata commessa la violazione. Inoltre, gli agenti possono anche andare a ricercare questo indirizzo Pec (qualora in fase di multa non venga comunicato dal cittadino) nei pubblici elenchi. Ma per quali tipologie di multe e sanzioni è possibile ricevere la notifica via Pec? Una circolare del Ministero dell’interno [3], emanata a febbraio 2018, ha dato alcuni chiarimenti in merito. Ha stabilito infatti che tra le violazione notificabili all’indirizzo di posta certificata del trasgressore ci sono: tutte le sanzioni amministrative, comprese quelle relative al cronotachigrafo (la sorta di scatola nera che per legge deve essere installata su tutti i veicoli adibiti al trasporto di persone superiore alle 3,5 tonnellate e su tutti gli autobus con oltre 9 posti). Vanno tutte notificate via Pec seguendo la procedura del codice dall’amministrazione digitale. Occhio però, le notifiche via Pec valgono solo se accertate dagli agenti di polizia in carne ed ossa. Mai da autovelox o telecamere della Ztl.

Tutor camuffato da cartello autovelox: la multa è nulla

Guerra dichiarata dal Giudice di pace di Terracina alle amministrazioni comunali furbette [1]. Nell’odissea continua degli automobilisti, alle prese con il controllo della velocità su strada, degli autovelox, dei tutor e di tutte le multe che ne arriva un’importante novità destinata a fare giurisprudenza. Il cartello che segnala la presenza del Tutor non può multare gli automobilisti spacciandosi per avviso di autovelox. Sono infatti due cose ben distinte. Il Giudice di pace è stato fermo nel ribadire che Tutor e Autovelox sono due cose ben distinte. Il tutor deve vegliare sulla sicurezza stradale, anche mediante il controllo elettronico e il suo strumento di misurazione della velocità consiste nel catturare la velocità media dell’automobilista, utilizzando due punti diversi di misurazione (porta di entrata e di uscita). L’autovelox invece rileva la velocità in modo istantaneo in un unico punto. Se l’amministrazione invece mette su strada un sistema di Safety Tutor, con un cartello che induce l’automobilista a pensare che sia invece un autovelox, alterando così la sua percezione della guida e portandolo a rallentare e accelerare al superamento dell’apparecchiatura e addirittura a rischiare incidenti, ecco che sbaglia. E l’automobilista può tranquillamente fare ricorso per vedersi annullare multa. Proprio come è successo al cittadino ricorrente che si è visto accogliere il ricorso da questo Giudice.

note

[33] DM n. 214/17 del 19 maggio 2017.

[32] Ag. Entr. provv. del 10 maggio 2018.

[31] Cass. ord. n. 10412/18 del 2 maggio 2018.

[30] Art. 3 d.lgs- n. 155/97 del 26 maggio 1997.

[29] Art. 131-bis cod. pen.

[28] Cass. sent. n.18884/18 del 3 maggio 2018.

[27] Cass. ord. n. 6216/18 del 14 marzo 2018.

[26] Art. 126-bis cod. str.

[25] Cass. ord. n. 9555/18 del 18 aprile 2018.

[24] Art. 9-bis legge n. 289/02 del 27 dicembre 2002.

[23] Cass. ord. n. 8627/18 del 9 aprile 2018.

[22] L. n. 3/18 dell’11 gennaio 2018.

[21] Art. 348 cod. pen.

[20] Cass. sent. n. 14501/18 del 29 marzo 2018.

[19] Cass. ord. n. 7478/18 del 26 marzo 2018.

[18] Cass. sent. n. 7066/18 del 21 marzo 2018.

[17] Art. 201 cod. str.

[16] C. cost. sent. n. 113/15 del 18 giugno 2015.

[15] Cass. ord. n. 5227/18 del 6 marzo 2018.

[14] Cass. ord. n. 5610/18 dell’8 marzo 2018.

[13] Cass. ord. n. 4834/18 depositata il 1° marzo 2018.

[12] C. Conti, sent. n. 109/18 del 28 febbraio 2018.

[11] Cass. sent. n. 11035/18 del 13 marzo 2018.

[10] Art. 11 d. lgs n. 158 del 2015.

[9] Art. 13 D. lgs. n. 472 del 1997.

[8] Cass., sent. n. 5448/18 del 6 febbraio 2018.

[7] Cass., IV pen. sent. n. 9013/18 del 27 febbraio 2018.

[6] Art. 490 cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 3290/18 del 24 gennaio 2018.

[4] Cass. ord. n. 27771/17 del 22 novembre 2017.

[3] Min. int. circ. n. 300/A1500/18/127/9.

[2] Decreto 18 dicembre 2017.

[1] GdP. Terracina, sent. n. 209 del 2017.

Autore immagine: Pixabay


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