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Conto cointestato: il prelievo è accettazione dell’eredità?

22 febbraio 2018


Conto cointestato: il prelievo è accettazione dell’eredità?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 febbraio 2018



Chi usa il conto cointestato con una persona morta per pagare il mutuo può ancora rinunciare all’eredità?

Tu e tuo marito avevate un debito con la banca per un finanziamento firmato da entrambi. Eravate anche contitolari di un conto corrente ove vi veniva accreditato lo stipendio. Purtroppo lui è venuto a mancare e dopo il decesso tu hai utilizzato il conto cointestato per continuare a pagare il mutuo. Trascorso qualche mese, però, ti sei accorta di non potercela fare e hai smesso di versare le rate alla banca. Nello stesso tempo hai rinunciato all’eredità. L’istituto di credito, senza farsi pregare due volte, ha avviato gli atti esecutivi nei tuoi confronti avviando il pignoramento dell’immobile e ora vuole da te tutti i soldi del prestito. Hai mostrato al creditore l’atto di rinuncia ma la banca però non ne vuol sapere: sostiene che l’aver utilizzato il conto corrente (anche) di proprietà del defunto per saldare alcune rate del finanziamento è un atto di accettazione tacita dell’eredità. Come ne esci fuori? In caso di conto cointestato, il prelievo è accettazione di eredità? Ecco cosa ha detto la Cassazione [1] qualche ora fa su questo delicato argomento.

Chi paga un debito di una persona morta ne accetta l’eredità?

In un precedente articolo ci chiedevamo se prelevare dal bancomat, dal conto del defunto, è accettazione tacita di eredità (leggi Prelievo in banca dopo la morte dell’intestatario: che succede?). Avevamo concluso in questo modo: detto comportamento, se eseguito in malafede, ossia con la consapevolezza di appropriarsi di beni facenti parte della comunione ereditaria (il denaro), impedisce la rinuncia all’eredità. Solo la dimostrazione dell’assoluta ignoranza dell’intervenuto decesso dell’intestatario del conto già all’atto del prelievo potrebbe salvare il familiare che ha ritirato i contanti e consentirgli ugualmente di rinunciare all’eredità senza rispondere dei debiti del defunto.

Completamente diversa è l’ipotesi in cui l’erede utilizzi denaro proprio per pagare un debito lasciato dal defunto. La legge infatti considera una accettazione tacita dell’eredità non estinguere il debito di chi è deceduto ma l’utilizzo dei suoi beni (nella specie i soldi depositati sul conto). Per cui ben è possibile pagare un debito di una persona defunta senza che ciò sia una accettazione tacita dell’eredità.

La Cassazione ha ricordato in proposito che, in tema di successioni, un pagamento del debito del de cuius ad opera del chiamato all’eredità configura un’accettazione tacita: non è possibile infatti estinguere un debito ereditario se non da colui che agisce quale erede. A tal fine, è necessario provare che il pagamento sia stato effettuato con denaro prelevato dall’asse ereditario. Invece nel caso in cui il chiamato all’eredità adempia al debito con denaro proprio, quest’ultimo non può ritenersi per ciò stesso che abbia accettato l’eredità.

Pagamento  dal conto cointestato al defunto: è accettazione di eredità?

Veniamo ora all’ipotesi in cui il chiamato all’eredità, nel pagare un debito della persona morta, utilizzi non il proprio conto, ma il conto cointestato a quest’ultimo.

Il codice [2] stabilisce che, quando la titolarità del conto spetta a due o più persone, si presume che a ciascuna di questi spettino quote uguali. Quindi nel caso di due soggetti cointestatari si avrà che ognuno dei due è titolare del 50% del deposito. Ma questo vale solo nel rapporto tra i contitolari e non anche con la banca. Con la banca, invece, vige l’opposto principio della cosiddetta «solidarietà attiva» e «solidarietà passiva» [3]. Che significa? In pratica, ciascuno dei due cointestatari può prelevare anche tutta la quota presente sul conto non potendo l’istituto di credito impedirglielo.

Pertanto il prelievo totale della giacenza dal conto non è un atto che può fare solo l’erede, ma spetta al contestatario in quanto tale. Il risultato è semplice: se il contitolare del conto preleva tutta la giacenza (o la usa per pagare un debito del defunto) tale comportamento non è una accettazione tacita dell’eredità.

Conclude la Cassazione: i prelievi anche dell’intero deposito bancario non possono ritenersi effettuati nella qualità di erede, potendo essere stati fatti anche quale mero cointestatario del conto, titolare di poteri disgiunti verso la banca del tutto avulsi rispetto al contesto dell’apertura della successione.

Che significa in pratica?

Tutto il ragionamento appena fatto porta alle seguenti conclusioni pratiche:

  • chi paga un debito del defunto con denaro di quest’ultimo accetta tacitamente l’eredità e non può più fare la rinuncia;
  • chi paga un debito del defunto con denaro proprio non pone una accettazione tacita dell’eredità e pertanto può sempre fare la rinuncia;
  • chi paga un debito del defunto con denaro preso da un conto cointestato, anche se azzera tutta la giacenza o preleva l’intero saldo attivo, non compie una accettazione tacita dell’eredità e può sempre rinunciare.

note

[1] Cass. ord. n. 4320/18 del 22.02.2018.

[2] Art. 1298 cod. civ.

[3] Art. 1854 cod. civ.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere

Dott. SABATO Raffaele – rel. Consigliere

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere

Dott. GRASSO Gianluca – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28518/2014 proposto da:

(OMISSIS) S.r.l., e, per essa, quale mandataria (OMISSIS) S.p.A., in persona della sua procuratrice speciale Avv. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 1874/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 21/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 30/11/2017 dal Consigliere RAFFAELE SABATO.

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

1. La (OMISSIS) s.r.l., a mezzo della procuratrice speciale (OMISSIS) s.p.a., ha convenuto in giudizio (OMISSIS), chiedendo con citazione del 16/12/2011 dichiararsi l’intervenuta accettazione tacita dell’eredita’ del coniuge deceduto (OMISSIS), al fine di veder tutelati i propri diritti nell’ambito di procedura esecutiva immobiliare. La convenuta ha resistito alla domanda, chiedendone il rigetto.

2. Il tribunale di Varese ha rigettato la domanda con sentenza depositata il 4/7/2013.

3. Sul gravame proposto dalla (OMISSIS) s.r.l., la corte d’appello di Milano con sentenza depositata il 21/5/2014 ha confermato la pronuncia di primo grado.

4. Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso la (OMISSIS) s.r.l. sulla base di tre motivi; (OMISSIS), ritualmente intimata, non ha svolto attivita’ difensiva.

Considerato che:

1. Con il primo motivo di ricorso si deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, per non avere la corte d’appello considerato che la signora (OMISSIS), effettuando prelievi sul conto corrente cointestato con il de cuius fino a farne calare il saldo a debito, salvo successivo riporto a zero, sia pure al fine di estinguere le rate del finanziamento fondiario concesso ad entrambi i coniugi, aveva di fatto attinto anche dalla quota di spettanza di quest’ultimo.

1.1. Il motivo e’ inammissibile. Esso, sotto la veste di critiche per omesso esame, sostanzia in effetti un’istanza di riesame delle risultanze probatorie poste dalla corte territoriale alla base del convincimento che “essendo il conto cointestato l’appellata poteva legittimamente operare sullo stesso, senza che fosse possibile estrapolare da tale dato alcun atto attestante in maniera inconfutabile l’acquisizione della qualita’ di erede” (p. 4 della sentenza), attivita’ questa di valutazione delle prove riservata al giudice del merito.

1.2. Al riguardo, va richiamato che il vizio di omesso esame, essendo stata la sentenza impugnata depositata successivamente all’11/9/2012, e’ declinato nel presente procedimento ratione temporis secondo il testo dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, successivo alla modifica di cui al Decreto Legge n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012. L’avvenuta limitazione al minimo costituzionale dell'”omesso esame” di fatti storici del controllo sulla motivazione non consente piu’ mere critiche alla motivazione, in assenza di indicazione di effettivi “fatti storici” del tutto trascurati.

1.3. Nel caso di specie, il presunto fatto storico negletto sarebbe da individuarsi nell’attingimento, mediante prelievo, anche “della restante quota del 50% di proprieta'” del de cuius del saldo del conto all’apertura della successione. Non e’ chi non veda, al riguardo, come, anzitutto, la questione delle “proprieta'” delle somme in essere sul conto sia una valutazione giuridica, piuttosto che un fatto storico.

1.4. In secondo luogo, poi, va considerato che la corte d’appello (v. pp. 3 e 4 della sentenza) ha ampiamente ricostruito, anche mediante richiamo della sentenza di primo grado, i comportamenti e le operazioni sul conto, cosi’ mostrando che i fatti storici sottostanti alla predetta valutazione giuridica sono stati tutti avuti presenti. Anche nell’ipotesi – invero indimostrata – in cui sussistesse un qualche elemento istruttorio, peraltro non specificato nel ricorso, indicativo della “proprieta'” del de cuius della quota del 50% del saldo del conto cointestato (valutazione questa che la parte ricorrente da’ per scontata, ma che non lo e’ – cfr. in prosieguo), andrebbe comunque applicata la regola per cui l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per se’, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa (nel caso di specie, i prelevamenti), sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorche’ la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. sez. U, n. 8053 del 07/04/2014).

1.5. Solo per completezza, dunque, puo’ richiamarsi che, da un lato, e’ vero che, in tema di successioni per causa di morte, un pagamento del debito del de cuius ad opera del chiamato all’eredita’, a differenza di un mero adempimento dallo stesso eseguito con denaro proprio, configura un’accettazione tacita, non potendosi estinguere un debito ereditario se non da colui che agisce quale erede; a tal fine, e’ quindi necessario che sia fornita la prova che il pagamento sia stato effettuato con danaro prelevato dall’asse ereditario, mentre nel caso in cui il chiamato adempia al debito ereditario con denaro proprio, quest’ultimo non puo’ ritenersi per cio’ stesso che abbia accettato l’eredita’ (Cass. 27/01/2014, n. 1634; cio’ in quanto la norma che legittima qualsiasi terzo all’adempimento del debito altrui – articolo 1180 c.c. – esclude che si tratti di un atto che il chiamato “non avrebbe il diritto di fare se non nella qualita’ di erede” – articolo 476 c.c. -). D’altro lato, pero’, e’ anche vero che nel conto corrente bancario intestato a piu’ persone, i rapporti interni tra correntisti, anche aventi facolta’ di compiere operazioni disgiuntamente, sono regolati non dall’articolo 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensi’ dall’articolo 1298 c.c., comma 2, in virtu’ del quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali solo se non risulti diversamente; ne consegue che, ove il saldo attivo risulti discendere dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, si deve escludere che l’altro possa, nel rapporto interno, avanzare diritti sul saldo medesimo (cfr. Cass. n. 26991 del 02/12/2013 e n. 4066 del 19/02/2009). A fronte di tale dato, il mero probabile richiamo (implicito) della parte ricorrente alla spettanza al de cuius della meta’ del saldo in base alla presunzione dell’articolo 1298 c.c., non e’ idoneo a far emergere che il prelievo totale abbia rappresentato un atto che il chiamato “non avrebbe il diritto di fare se non nella qualita’ di erede” (articolo 476 c.c.), non risultando in alcun modo che si sia discusso in causa chi abbia effettuato i versamenti che hanno condotto al saldo, al netto dei prelevamenti, nell’ambito di un’azione di accertamento della qualita’ di erede in cui l’onere probatorio dell’accettazione e’ a carico di chi agisce in giudizio contro il chiamato (Cass. n. 10525 del 30/04/2010); per cui rettamente la corte d’appello ha ritenuto che i prelevamenti anche dell’intera giacenza non potessero ritenersi effettuati “se non nella qualita’ di erede”, potendo effettuarsi anche quale mero cointestatario, titolare di poteri disgiunti verso la banca del tutto avulsi rispetto al contesto dell’apertura della successione. In tal senso, questa corte ha affermato (ovviamente nel diverso contesto di applicabilita’ dell’articolo 1854 c.c. – Cass. n. 5071 del 28/02/2017) che il contratto di conto corrente bancario svolge, a differenza di quello ordinario, una semplice funzione di servizio di cassa per il correntista, sicche’, in caso di cointestazione del conto, non rileva chi dei titolari sia beneficiario dell’accredito o chi abbia utilizzato la somma accreditata (rilevante nei rapporti interni tra i correntisti). Pertanto, quando una certa somma sia affluita sul conto, la stessa rientra nella disponibilita’ di tutti i correntisti, i quali, ex articolo 1854 c.c., ne divengono condebitori, restando irrilevante che taluno dei cointestatari non abbia in concreto compiuto operazioni sul conto, atteso che e’ sufficiente, ai fini della norma suddetta, che avesse titolo per compierle.

1.6. Tanto esime da ogni considerazione della circostanza circa la scaturigine dei prelevamenti in conto (ordine permanente di addebito in conto preesistente e non revocato), che pure avrebbe rappresentato un importante elemento argomentativo, al fine di farne derivare l’ammissibilita’, per pertinenza rispetto alla ratio decidendi, del primo mezzo di ricorso. Quanto sopra considerato per completezza, dunque, conferma l’inammissibilita’ del motivo, comunque non tale – anche se per ipotesi sussistesse un fatto storico di cui fosse stato omesso l’esame nei sensi di cui innanzi – da attingere l’impianto del decisum.

2. Il secondo motivo di ricorso – con il quale si deduce la violazione o la falsa applicazione dell’articolo 476 c.c., per non avere la corte d’appello considerato che la signora (OMISSIS), successivamente al decesso del coniuge, aveva mantenuto in essere l’addebito mensile diretto in conto corrente a titolo di pagamento del mutuo ipotecario, laddove, al fine di evitare l’uso delle somme depositate con riferimento alla quota di spettanza del marito, avrebbe potuto revocare l’ordine di prelievo automatico – e’ anch’esso inammissibile, in quanto il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di legge ex articolo 360 c.p.c., n. 3, consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione della fattispecie astratta di una norma di legge e, percio’, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa, con la conseguenza che il ricorrente che presenti la doglianza e’ tenuto a prospettare quale sia stata l’erronea interpretazione della norma in questione da parte del giudice che ha emesso la sentenza impugnata, a prescindere dalla motivazione posta a fondamento di questa (Cass., n. 26307 del 15/12/2014); al contrario, se, come nel caso di specie, l’erronea ricognizione riguarda la fattispecie concreta, il gravame inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura e’ possibile, in sede di legittimita’, solo ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (Cass., n. 8315 del 4/4/2013).

3. Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione o la falsa applicazione degli articoli 752, 754, 1292 e 1294 c.c., per non avere la corte d’appello considerato che con la morte del debitore in solido non cessa il vincolo di solidarieta’, ma si determina un frazionamento pro quota dell’originario debito del de cuius fra gli aventi causa, nel senso che ciascun erede rimane obbligato solidalmente con i debitori originari fino a concorrenza della propria quota ereditaria.

3.1. Il motivo e’ inammissibile, in quanto non coglie la ratio della decisione impugnata. Con essa si e’ infatti sottolineato come la signora (OMISSIS) fosse condebitrice solidale unitamente al marito poi defunto ai fini del mutuo. Pertanto, in piena linea con il principio di diritto di cui innanzi, la corte d’appello ha affermato essere la signora (OMISSIS) una debitrice originaria, non gia’ uno degli eredi dell’altro condebitore (tra i quali si verifica il frazionamento ex articoli 752 e 754 c.c.), quale invece viene qualificata dalla ricorrente (e quale sarebbe divenuta, in aggiunta alla veste originaria, solo con l’accettazione).

4. Il ricorso va dunque rigettato, non dovendo provvedersi sulle spese per non essersi costituita l’intimata. Trattandosi di ricorso notificato dopo il 30/01/2013, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, va dato atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’articolo 13, comma 1 bis cit..

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’articolo 13, comma 1 bis cit..

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