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Debiti dei coniugi: come si dividono in caso di separazione?

22 febbraio 2018


Debiti dei coniugi: come si dividono in caso di separazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 febbraio 2018



Debiti e divorzio: ecco come vanno divisi mutui, passività dell’azienda e dell’attività di uno dei coniugi in separazione o comunione dei beni.

Quando marito e moglie decidono di separasi e, successivamente, di divorziare i litigi si concentrano in modo prevalente sulla divisione dei beni acquistati durante il matrimonio e su chi e quanto dovrà pagare per l’assegno di mantenimento. Poco spesso però pongono attenzione al fatto che, se la coppia si dice addio, oltre all’attivo bisogna spartire anche il passivo. In altre parole, diventa necessario dividere tanto i crediti quanto i debiti. Ma le cose non vanno sempre così. Ecco perché è necessario fare un chiarimento – alla luce di una ordinanza della Cassazione pubblicata ieri [1] – per avvertire, chi sta per compiere questo passo, dei grossi rischi che corre se l’altro coniuge è indebitato fino al collo, come nel caso ad esempio di un imprenditore che è fallito o che sta per fallire o ha presentato una domanda di concordato. Come dire: la moglie non può prendere la sua quota senza, nello stesso tempo, fare la sua parte con i creditori. Ma procediamo con ordine e vediamo come si dividono in caso di separazione i debiti dei coniugi.

Divisione dei debiti per la coppia in comunione legale dei beni

La coppia che ha optato per il regime di comunione legale dei beni (basta non dichiarare nulla per rientrare immediatamente in questo regime già all’atto del matrimonio) è la più svantaggiata. Leggi a riguardo Meglio la comunione legale o la separazione dei beni? Difatti, con questo regime, tutti gli acquisti fatti in costanza di matrimonio vanno divisi in quote utali (restano escluse le donazioni, le successioni ereditarie, i risarcimenti del danno, gli acquisti fatti con i proventi di tali beni, gli oggetti di uso strettamente personale e che servono alla professione). Lo stesso però vale anche per i debiti che vanno divisi a metà tra marito e moglie. Le passività di un’azienda familiare quindi vanno ripartite al 50% tra i due coniugi

A stabilire tale conseguenza è il codice civile [2] secondo cui la divisione dei beni della comunione legale si effettua ripartendo in parti uguali l’attivo e il passivo.

Il giudice, in relazione alle necessità della prole e all’affidamento di essa, può costituire a favore di uno dei coniugi l’usufrutto su una parte dei beni spettanti all’altro coniuge.

La somma sul conto può essere divisa in percentuali diverse dalla metà effettiva del saldo quando l’altro coniuge ha in precedenza fatto dei prelievi sul conto e il contitolare legittimato può chiedere al giudice che venga restituito quanto a lui sottratto dall’altro.

Leggi anche Debiti e divorzio: che fare?

Quindi, la coppia in comunione dei beni che si “scioglie” passa in un regime di separazione dei beni ma questo va intesto al netto dei debiti ossia tanto per l’attivo quanto per il passivo. Ciò vale anche se gli acquisti sono stati fatti da uno solo dei due coniugi senza dire nulla all’altro. Se però si tratta di atti di straordinaria amministrazione, il coniuge che non ne abbia saputo nulla può difendersi solo impugnando suddetto entro entro un anno da quando ne è venuto a conoscenza.

Resta la possibilità per il giudice di accordare il pagamento di uno o più debiti in capo a uno solo dei coniugi, quello più benestante. Così, ad esempio, se la moglie è disoccupata e il marito ha un lavoro fisso, il tribunale potrà stabilire che le residue rate del mutuo siano sostenute dall’uomo.

Del resto questo è conforme allo stesso spirito della comunione visto che, già quando la coppia è sposata, dei debiti dell’uno risponde al 50% in via solidale anche l’altro coniuge. Vi sono parecchi debiti per cui non può essere ammessa la responsabilità dell’altro coniuge: i debiti di gioco di un coniuge, un debito contratto per acquistare una vettura, dei debiti per l’acquisto di gioielli, di effetti personali, ecc.

Ma attenzione: la divisione dei debiti vale solo nei rapporti tra i coniugi e non per i creditori. Difatti, questi ultimi potranno, anche dopo la separazione e il divorzio, agire indistintamente contro l’uno o contro l’altro per l’intero ammontare del proprio credito (cosiddetta «responsabilità solidale»). Se così non fosse, facile sarebbe, in una coppia ove uno dei due è nullatenente, separarsi per dimezzare il debito e fare in modo che i creditori non possano riscuotere il 50% dal coniuge privo di beni. Quindi, per esempio, se Tizio e Caia si separano con un debito rimasto insoluto di 6mila euro, i creditori potranno chiedere indifferentemente l’intera somma sia al marito che alla moglie (e anche procedere al pignoramento); chi però paga per intero può esigere dall’altro il rimborso della sua parte (la metà) del debito.

Dunque, contrariamente a quanto si crede, così come prima del divorzio i creditori potevano aggredire l’altro coniuge, questi lo potranno fare anche dopo la definitiva separazione di moglie e marito.

Divisione dei debiti per la coppia in separazione dei beni

Tutto è più facile quando la coppia è in separazione dei beni. Qui infatti, non instaurandosi mai una comunione, restano separati sia gli acquisti che i relativi debiti. Con il risultato che ciascuno resterà obbligato per le proprie passività non dovendo condividere invece quelle dell’altro.

Questo però non toglie che, se il debito è stato contratto da entrambi i coniugi che, seppur in separazione dei beni, hanno firmato entrambi lo stesso contratto o l’uno è stato garante (fideiussore) dell’altro, il debito solidale rimane anche dopo la separazione e il divorzio.

note

[1] Cass. ord. n. 4186/18 del 21.02.2018.

[2] Art. 194 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 12 dicembre 2017 – 21 febbraio 2018, n. 4186
Presidente Campanile – Relatore Ferro

Fatti di causa

Rilevato che:
1. Il curatore del FALLIMENTO B.P. impugna il decreto Trib. Velletri 14.1.2017, n.323/2017, in R.G. 5524/2016, con cui, in parziale accoglimento del reclamo proposto ex art. 98 l.f., ne ha accolto la contestazione avverso il decreto del giudice delegato del FALLIMENTO B.P. con il quale l’opponente L.B. si era vista respingere le istanze di rivendica dei beni immobili in proprietà comune al coniuge fallito B.P. , nonché di ulteriori beni di proprietà per la metà e utilizzati nell’esercizio dell’attività di impresa familiare;
2. ha ritenuto il tribunale che gli immobili rivendicati rientrassero nella cd. comunione de residuo, poiché, per quanto oggetto di acquisti antecedenti alla costituzione dell’impresa familiare e non acquistati con i relativi proventi, è vero che non entravano in modo automatico nella comunione ex art.230bis c.c., ma facevano parte della predetta comunione ai sensi dell’art.178 c.c., stante la rispettiva esistenza al momento dello scioglimento, effettuato dai coniugi con atto del 23.3.2012; ne conseguiva il fondamento della rivendicata proprietà pro quota del coniuge, per diritto reale;
3. con il ricorso si deduce, in unico motivo, l’erroneità del decreto ove non ha considerato che il pur applicato istituto di cui all’art. 178 c.c. non poteva eludere il criterio di attribuzione divisoria dei beni della comunione, che impone con l’art. 194 l.f. la ripartizione in parti eguali dell’attivo e anche del passivo, circostanza che avrebbe dovuto far negare ogni attribuzione alla opponente, poiché il coniuge imprenditore pochi giorni dopo la predetta separazione dei beni (e dunque il 26.3.2012) aveva depositato domanda di concordato preventivo, con patrimonio netto negativo, procedura poi sfociata in fallimento.

Ragioni della decisione

Considerato che:
1. il ricorso è fondato, posto che è consolidato l’indirizzo di questa Corte che l’art.194 c.c., che regola il criterio divisionale della comunione legale, risponde al principio per cui “lo stesso concetto di comunione de residuo non può avere riguardo ai beni destinati a confluirvi senza avere contemporaneamente riguardo alle passività che gravano su quei beni, anche solo in virtù della garanzia generica ex art. 2740 c.c.” (Cass. 2680/2000, 7060/2004); ed invero anche in altri precedenti l’attribuzione patrimoniale dei “beni” ha avuto riguardo al “patrimonio netto” (così Cass. 6876/2013 in caso di società);
2. nella specie, il tribunale si è limitato ad una ricognizione dei cespiti immobiliari esistenti al momento dello scioglimento della comunione, conseguente all’instaurazione del regime di separazione, senza contabilizzare la massa passiva afferente all’attività economica in cui essi erano dedotti, consistentemente gravata – nello stesso periodo – di perdite aziendali, nella prospettazione del ricorrente e dunque incidenti sulla nozione economica di bene caduto in divisione; quest’ultimo va invero inteso alla stregua di valore netto, solo così realizzativo dell’effettivo credito esercitabile sulla comunione de residuo, secondo il criterio giuridico posto dall’art.194 c.c. e violato;
3. il ricorso è pertanto fondato, conseguendone la cassazione del decreto con rinvio, anche per le spese del procedimento.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia al Tribunale di Velletri, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del presente procedimento.

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