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Licenziamento collettivo: la lavoratrice in maternità va preferita?

23 febbraio 2018


Licenziamento collettivo: la lavoratrice in maternità va preferita?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 febbraio 2018



La dipendente incinta si può licenziare, oltre che per giusta causa e motivo disciplinare, per crisi aziendale e licenziamento collettivo.

Una lavoratrice incinta può essere licenziata non solo per condotte illecite da questa poste in essere prima o dopo lo stato di gravidanza, ma anche per ragioni collegate a crisi aziendale. Il che significa che, qualora l’azienda proceda a un licenziamento collettivo, nelle liste vi possono rientrare anche le gestanti. Nonostante il loro stato interessante, infatti, queste non hanno diritto a un trattamento privilegiato rispetto agli altri colleghi di lavoro. È questa la decisione della Corte di Giustizia in un procedimento che vede coinvolta la Spagna ma che detta un principio perfettamente e potenzialmente applicabile anche in Italia nonostante la nostra legge vieti, anche in caso di procedura collettiva, il licenziamento della lavoratrice madre, a meno che non chiuda l’intera azienda [1]. Vediamo dunque quando e se si può licenziare la lavoratrice in maternità e, soprattutto, se in caso di licenziamento collettivo la lavoratrice in maternità va preferita nei criteri di scelta ossia deve essere tutelata rispetto ai suoi colleghi.

Divieto di licenziamento della dipendente incinta

Come abbiamo già spiegato nell’approfondimento: Lavoratrice madre: quando è possibile il licenziamento, è vietato licenziare una dipendente in gravidanza dall’inizio della gravidanza e sino al compimento di un anno di età del bambino. L’inizio della gestazione si presume avvenuto 300 giorni prima della data presunta del parto indicata nel certificato di gravidanza.

È illegittimo il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione dell’astensione facoltativa e del congedo per malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore.

È altresì vietato il licenziamento del padre lavoratore che fruisce del congedo di paternità, per la durata del congedo stesso e fino al compimento di un anno di età del bambino.

La violazione del divieto non comporta il semplice risarcimento del danno, ma la reintegra sul posto di lavoro.

Quando è possibile licenziare la lavoratrice in maternità

Il licenziamento della dipendente incinta è possibile solo quando causato da una sua colpa (licenziamento disciplinare) oppure in caso di ristrutturazione aziendale. In quest’ultima ipotesi non rientra solo la crisi e il fallimento, ma anche l’esternalizzazione delle mansioni e la cessione del ramo d’azienda. È infine possibile licenziare la lavoratrice in maternità nel caso di scadenza del contratto a termine o di esito negativo del periodo di prova.

Licenziamento collettivo: la lavoratrice in maternità va preferita?

Veniamo ora all’ipotesi del cosiddetto licenziamento collettivo, quella procedura a cui l’azienda cioè deve fare ricorso quando vengono licenziati almeno 15 dipendenti in 120 giorni. Come noto, in questi casi l’azienda comunica ai sindacati i criteri di scelta dei dipendenti da mettere a riposo. Secondo la sentenza in commento, la donna incinta non ha diritto di preferenza, non deve cioè essere tutelata di più dei lavoratori uomini o delle colleghe che non sono in maternità. E ciò nonostante le direttive dell’Unione Europea [2] che tutelano la sicurezza e la salute delle lavoratrici gestanti, puerpere ed in allattamento, per evitare rischi per il loro stato psico-fisico e, in primis, che possano scegliere l’aborto per mantenere il loro posto. Per prevenire questo rischio, sono previste pesanti sanzioni per tutti i provvedimenti che abbiano come presupposto lo stato personale della lavoratrice. Al contrario, osserva la Corte, la direttiva non vieta il licenziamento durante il periodo dall’inizio della gravidanza fino al termine del congedo di maternità, qualora l’atto sia fondato su motivi non connessi allo stato di gravidanza della lavoratrice. Nonostante dunque il divieto di licenziamento, alla cui violazione consegue la reintegra sul posto, secondo i giudici di Lussemburgo una legge nazionale che consente di licenziare la lavoratrice in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo non è contraria al diritto comunitario.

Le gestanti e le madri non rientravano nelle categorie per le quali è riconosciuta una priorità al mantenimento del posto in base alla contrattazione. Questo non toglie, però, che il datore sia tenuto a comunicare per scritto all’interessata i criteri oggettivi adottati per scegliere le categorie di lavoratori interessati al licenziamento collettivo chiarendo come tali criteri di scelta non siano collegati alla persona (gravidanza, puerperio ed allettamento), ma a motivi economici (crisi), tecnici e/o relativi all’organizzazione o alla produzione dell’impresa.

Come scrive il Sole24Ore a chiarimento della pronuncia «la sentenza – nella parte relativa alla possibilità di licenziare le lavoratrici madri nell’ambito di una procedura di riduzione del personale – potrebbe (in linea teorica) legittimare un ripensamento sulla materia, ma non avrà alcun impatto immediato sulle norme vigenti in Italia, che impediscono, anche in caso di procedura collettiva, il licenziamento della lavoratrice madre, a meno che non ci sia una chiusura dell’intera azienda».

note

[1] C. Giust. Ue causa C-103/2016.

[2] Direttiva n. 92/85 e 98/59.


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