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Spese legali del condominio: paga chi vince la causa?

25 febbraio 2018


Spese legali del condominio: paga chi vince la causa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 febbraio 2018



I professionisti che svolgono incarichi per il proprio condominio non partecipano alla divisione della spesa per pagare la propria fattura. 

In tribunale, chi perde la causa paga le spese legali dell’avversario. Quando però il giudizio vede contrapposti il condomìnio da un lato e un condòmino dall’altro, le cose possono complicarsi. Immaginiamo infatti che a vincere sia il proprietario di un appartamento e che il condomìnio venga condannato a rimborsare a quest’ultimo le spese legali del giudizio. Nel momento in cui dovrà ripartire i relativi costi in base ai millesimi, l’amministratore dovrà includere anche il condomino avversario? In altri termini, in caso di condanna alle spese legali del condomino, paga anche chi vince la causa? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici della Suprema Corte.

Il condomino che vince la causa deve pagare le spese legali a sé stesso?

Per comprendere meglio la questione è più opportuno fare un esempio. Immaginiamo una disputa tra un condomìnio e uno dei proprietari degli appartamenti. La questione finisce davanti al giudice il quale dà ragione a quest’ultimo. Nello stesso tempo, il condomìnio viene condannato a rimborsare all’avversario le spese legali della causa. L’amministratore, nel dividere l’esborso secondo millesimi, ne imputa una parte – pro quota – anche allo stesso condòmino che ha vinto il giudizio. Un paradosso a parere di quest’ultimo, secondo il quale, avendo ottenuto una sentenza favorevole, non è tenuto a partecipare ai costi dovuti dalla controparte per via della soccombenza. L’amministratore invece richiama le regole generali del codice civile in tema di ripartizione delle spese secondo cui tutti i partecipanti al condominio vi devono concorrere secondo le rispettive quote millesimali. Chi dei due ha ragione? La Cassazione ha spezzato una lancia a favore del proprietario vincitore. Non è possibile attribuire a quest’ultimo sia la veste di parte vincitrice che soccombente. Se così fosse, peraltro, la condanna alle spese non avrebbe alcun senso perché finirebbe per ritorcersi, in parte, a suo danno. Il che è davvero inaccettabile.

Risultato: se un condòmino vince una causa contro il proprio condomìnio e il giudice gli riconosce il rimborso delle spese legali egli non è tenuto a versare la sua quota millesimale in favore di sé stesso.

Il condomino avvocato deve pagare se stesso?

Altro punto interessante toccato dalla sentenza è quello della ripartizione delle spese legali sostenute da un condomìnio in favore del proprio avvocato quando quest’ultimo è anch’egli proprietario di un appartamento. Anche qui un esempio potrà servirci per spiegare meglio la situazione.

Esistono ormai così tanti avvocati in circolazione che è difficile trovare un palazzo ove non ve ne sia almeno uno. Ed è di solito a quest’ultimo che l’amministratore affida gli incarichi di difesa del condomìnio stesso. Immaginiamo allora che il legale, dopo aver svolto la propria prestazione, presenti la parcella. Anche qui si presenta lo stesso problema che abbiamo toccato al precedente punto: tra chi devono essere ripartiti i costi della difesa legale del condominio quando il professionista è anch’egli condòmino? Quest’ultimo è tenuto a partecipare pro quota alla spesa e, in definitiva, a pagare sé stesso (in base ai propri millesimi) oppure l’amministratore lo deve escludere dal calcolo? Di nuovo il principio è lo stesso: secondo la Suprema Corte, qualcosa un condòmino abbia svolto delle attività professionali in qualità di difensore del proprio Condominio, non concorre alla ripartizione delle spese legali.

Il principio potrebbe a questo punto essere applicato a qualsiasi altro tipo di professionista. Immaginiamo ad esempio un ingegnere che rediga una perizia o che svolga delle attività di controllo all’interno del proprio edificio, delegategli dall’amministratore; la sua parcella andrà pagata da tutti gli altri condomini, ma non anche da lui stesso che, pur essendo condomino, ha solo la veste di creditore e non di debitore.

note

[1] Cass. ord. n. 4259/18 del 21.02.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 18 gennaio 2017 – 21 febbraio 2018, n. 4259
Presidente Picaroni – Relatore Scarpa

Fatti di causa e ragioni della decisione

L’avvocato C.A. , condomino del Condominio (omissis), ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre motivi (violazione dell’art. 112 c.p.c.; violazione e falsa applicazione dell’art. 1123 c.c.; violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c.), avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 11351/2016 del 6 giugno 2016, che ne ha rigettato l’appello avanzato contro la sentenza resa in primo grado il 27 dicembre 2013 dal Giudice di Pace di Roma.
L’intimato Condominio (omissis), non ha svolto attività difensive.
C.A. impugnò la deliberazione assembleare del 2 aprile 2013 approvata dal Condominio (omissis), la quale aveva ripartito in parti uguali (Euro 14,00 per ogni condomino), e non secondo millesimi, le spese dovute dal medesimo Condominio per effetto della soccombenza maturata con riguardo al decreto ingiuntivo n. 1780/2013 del Giudice di Pace di Roma, pronunciato su domanda del medesimo avvocato C. per l’attività di difensore svolta in favore del Condominio. Il Giudice di Pace aveva dichiarato improcedibile l’impugnazione di delibera giacché proposta con ricorso e non con citazione. Il Tribunale di Roma ha invece ritenuto legittima la ripartizione in quote paritarie delle spese di soccombenza derivanti dal decreto ingiuntivo n. 1780/2013 non opposto dal condominio, non esistendo tabelle millesimali e non essendo applicabile l’art. 1132 c.c. proprio perché quest’ultimo non aveva deliberato di resistere alla pretesa monitoria.
Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere accolto per manifesta fondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375, comma 1, n. 5), c.p.c., il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.
Il primo motivo di ricorso dell’avvocato C.A. è infondato. Se è vero che il Tribunale non ha espressamente statuito sul motivo d’appello relativo alla declaratoria di improcedibilità della domanda (la quale effettivamente contrastava con l’interpretazione fornita da Cass. Sez. Un. 14/04/2011, n. 8491, trovando nella specie applicazione l’art. 1137 c.c. nel testo antecedente alle modifiche introdotte con legge n. 220/2012, e dovendosi perciò ritenere comunque valida l’impugnazione delle delibere dell’assemblea proposta impropriamente con ricorso, purché l’atto risultasse depositato in cancelleria entro il termine stabilito dall’art. 1137 citato), è pur vero che la sentenza impugnata ha esaminato il merito della pretesa dell’attore appellante, con ciò implicitamente superando la questione di improcedibilità sollevata erroneamente dal Giudice di pace.
È invece fondato il secondo motivo di ricorso.
Ove, come nel caso in esame, vi sia stata una condanna giudiziale definitiva del condominio, in persona dell’amministratore (nella specie, a seguito di decreto ingiuntivo non opposto), al pagamento di una somma di denaro in favore di un creditore della gestione condominiale (nella specie, dello stesso condomino avvocato C. a titolo di compenso per prestazioni professionali), la ripartizione tra i condomini degli oneri derivanti dalla condanna del condominio va comunque fatta alla stregua dei criteri dettati dall’art. 1123 c.c., salvo diversa convenzione (arg. da Cass. Sez. 2, 12/02/2001, n. 1959). Né ha rilievo in senso contrario alla necessaria ripartizione interna dell’importo oggetto di condanna la mera mancanza formale delle tabelle millesimali (come considerato dal Tribunale di Roma), spettando semmai al giudice di stabilire l’entità del contributo dovuto dal singolo condomino conformemente ai criteri di ripartizione derivanti dai valori delle singole quote di proprietà (Cass. Sez. 2, 26/04/2013, n. 10081; Cass. Sez. 2, 30/07/1992, n. 9107). La deliberazione adottata a maggioranza di ripartizione in parti uguali degli oneri derivanti dalla condanna del condominio, in deroga all’art. 1123 c.c., proprio come avvenuto nell’impugnata delibera del 2 aprile 2013, va peraltro certamente ritenuta nulla (Cass. Sez. 2, 16/02/2001, n. 2301; Cass. Sez. 2, 04/12/2013, n. 27233).
È egualmente fondato il terzo motivo di ricorso. Il Tribunale di Roma ha affermato che l’avvocato C. , in quanto condomino, doveva egli stesso partecipare al pagamento delle spese legali in suo favore consacrate nel decreto ingiuntivo n. 1780/2013 non opposto dal condominio, richiamando la giurisprudenza sul necessario concorso del condomino danneggiato al risarcimento del danno da lui subito per effetto della mancata custodia o manutenzione di un bene comune. Questa Corte ha invece già sancito l’invalidità della deliberazione dell’assemblea che, all’esito di un giudizio che abbia visto contrapposti il condominio ed un singolo condomino, disponga anche a carico di quest’ultimo, “pro quota”, il pagamento delle spese sostenute dallo stesso condominio per il compenso del difensore nominato in tale processo, non trovando applicazione nella relativa ipotesi, nemmeno in via analogica, gli artt. 1132 e 1101 c.c. (Cass. Sez. 2, 18/06/2014, n. 13885; Cass. Sez. 2, 25/03/1970, n. 801).
Il secondo motivo ed il terzo motivo di ricorso devono, quindi, essere accolti, e la sentenza impugnata va cassata, con rinvio al Tribunale di Roma, in persona di diverso magistrato, che deciderà la causa uniformandosi ai richiamati principi e regolerà anche le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo di ricorso, rigetta il primo motivo, cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Roma, in persona di diverso magistrato, anche per le spese del giudizio di cassazione.

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