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Questionario dell’Agenzia delle Entrate: che succede se non rispondo?


Questionario dell’Agenzia delle Entrate: che succede se non rispondo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 febbraio 2018



L’omessa esibizione da parte del contribuente dei documenti richiesti dal fisco determina l’inutilizzabilità in caso di ricorso al giudice solo se l’ufficio informa lo stesso contribuente delle conseguenze della sua inottemperanza.

L’Agenzia delle Entrate ti ha inviato una raccomandata. Dentro hai trovato un questionario, in cui ti viene chiesto di giustificare alcuni acquisti fatti alcuni anni fa, con quali soldi hai pagato i beni, come te li sei procurati, perché – in definitiva – di tale denaro non c’è traccia nella tua dichiarazione dei redditi. La parte più importante del questionario riguarda però la richiesta di documenti: non ti è stato imposto soltanto di fornire spiegazioni in merito alla tua posizione contributiva, ma anche di giustificarla con estratti conto, copie di assegni e qualsiasi altro documento possa essere utile al fisco per ricostruire la tua situazione e comprendere le tue ragioni. Sono passati però tanti anni e mettere ordine tra le carte non è mai stato il tuo forte: per quanto ritieni di essere in regola, non hai la possibilità di dimostrarlo. Così ti chiedi se è davvero necessario replicare alla lettera, che valore ha questa pretesa dell’amministrazione e, in sintesi, che succede se non rispondi al questionario dell’Agenzia delle Entrate. Potrai ugualmente far valere i tuoi diritti, in un secondo momento, qualora dovesse intervenire un accertamento fiscale, facendo ricorso al giudice? Se questo è il tuo dubbio troverai una risposta sintetica e laconica in una recente ordinanza della Cassazione [1] che ti consiglio di leggere attentamente perché, in essa, è racchiuso l’orientamento costante della giurisprudenza con riguardo alle situazioni come la tua.

Non è una novità che giudici del “terzo grado” sposino le interpretazioni più favorevoli al fisco ma quella di cui stiamo per parlare è, tra tutte, quella forse più pericolosa perché si risolve in una seria limitazione al diritto di difesa del cittadino davanti al giudice, seppur sancito dalla stessa Costituzione. Secondo la Suprema Corte, se l’Agenzia delle Entrate chiede chiarimenti al contribuente, invitandolo a rispondere a un questionario e a fornire le prove documentali delle proprie affermazioni, questi non può tirarsi indietro. Difatti, l’omessa o ritardata produzione dei documenti in risposta a un questionario comporta la loro inutilizzabilità in un successivo giudizio di impugnazione contro un eventuale accertamento fiscale.

Un esempio renderà più chiara la grossa preclusione che può incidere sul contribuente.

Immaginiamo che una persona acquisti un’auto nuova di diverse migliaia di euro; si procura i soldi grazie a un assegno incassato dalla vendita della macchina usata e a una donazione ricevuta dal padre. L’Agenzia delle Entrate, però, nota che l’intestazione del nuovo veicolo è incompatibile con la sua dichiarazione dei redditi (dichiarazione piuttosto bassa) e, dopo tre anni, gli invia un questionario in cui gli chiede di documentare come è riuscito a effettuare l’acquisto. L’uomo non ha però conservato copia dell’assegno ricevuto dall’acquirente della propria precedente macchina e non presenta l’estratto conto bancario per dimostrare il bonifico ottenuto dal genitore. Scadono i termini per rispondere al questionario e il fisco invia al contribuente un accertamento fiscale (giustificato dal redditometro). L’interessato, intimorito dal fatto di pagare delle sanzioni elevate, fa ricorso al tribunale e solo allora presenta la copia di tutti i documenti a dimostrazione della regolarità dell’acquisto. È ancora in tempo per farlo? La Cassazione risponde di no, ma ad una sola condizione. Ecco quale.

L’attuale legge [2] attribuisce all’Agenzia delle Entrate il potere invitare i contribuenti, anche con un questionario, ad esibire e trasmettere atti e documenti rilevanti ai fini dell’accertamento; lo stesso ufficio può estrarre copia ovvero trattenere i documenti, rilasciandone ricevuta, per un periodo non superiore a 60 giorni dalla ricezione.

L’invio del questionario, al fine di fornire dati, notizie e chiarimenti, assicura un dialogo preventivo tra Amministrazione finanziaria e contribuente per favorire la definizione delle reciproche posizioni onde evitare l’instaurazione di successivi contenziosi.

Se nel questionario il fisco chiede al contribuente dei documenti e quest’ultimo non li fornisce o li fornisce in ritardo, detti documenti diventano inutilizzabili in un successivo giudizio davanti alla Commissione Tributaria: ma ciò solo a condizione che, nel questionario, l’Agenzia delle Entrare abbia avvisato esplicitamente l’interessato di tale conseguenza. Proprio tale avvertimento circa le ripercussioni derivanti dall’omessa o ritardata produzione degli atti richiesti – in quanto costituisce una violazione dell’obbligo di leale collaborazione con il fisco – giustifica una deroga ai principi della Costituzione che garantiscono sempre il diritto di difesa in giudizio.

Come la stessa Cassazione ha già spiegato in passato [3], l’omessa risposta al questionario legittima l’accertamento induttivo da parte dell’ufficio, finanziario incombendo al contribuente di fornire la prova dei presupposti dei componenti negativi di reddito, comprese la loro inerenza e la loro diretta imputazione ad attività produttive di ricavi, nonché la loro congruità.

note

[1] Cass. ord. n. 4001/2018 del 19.02.2018.

[2] In base all’art. 32, comma 1 n. 3, d.P.R. n. 600/1973.

[3] Cass. sent. n. 20303/17.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 10 gennaio – 19 febbraio 2018, n. 4001
Presidente Iacobellis – Relatore Mocci

Fatto

Rilevato
che la Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., Delib. di procedere con motivazione semplificata;
che l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia che aveva solo parzialmente accolto il suo appello contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Brescia. Quest’ultima aveva accolto l’impugnazione di P.G. contro un avviso di accertamento IRPEF, per l’anno 2007.

Diritto

Considerato
che il ricorso è affidato a due motivi;
che, col primo rilievo, si denuncia nullità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36 e art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4: la CTR avrebbe affermato, in modo del tutto assiomatico e senza alcuna motivazione al riguardo, come non fosse rinvenibile in atti alcun rifiuto di esibizione di documentazione espressamente indicata dall’Ufficio;
che, con la successiva doglianza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, si invoca violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1972, art. 32, giacchè il divieto di considerazione di documenti non prodotti in sede di risposta al questionario avrebbe riguardato tutti i documenti e sarebbe stata sufficiente la mera colpa;
che l’intimata non ha resistito;
che il primo motivo non è fondato;
che l’erronea affermazione della CTR circa la mancanza di un rifiuto all’esibizione non determina la violazione dell’art. 116 c.p.c., norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale e che è idonea ad integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (Sez. 3, n. 11892 del 10/06/2016);
che è invece fondato il secondo motivo;
che, per un verso, in effetti – e diversamente dall’affermazione della CTR – il questionario, prodotto col gravame e riprodotto nel corpo del ricorso, mostra come l’Ufficio avesse espressamente richiesto tutta la documentazione riguardante l’autovettura targata (OMISSIS) (“Si prega voler fornire al riguardo, oltre a copia del libretto di circolazione, copia del contratto di acquisto ed eventuale finanziamento, ove presente, con l’indicazione degli importi delle rate mensili”), sicchè, a fronte della predetta richiesta, la mancata risposta al questionario non poteva essere qualificata che come un rifiuto (anche) all’esibizione della documentazione;
che, per altro verso, in tema di accertamento tributario, l’omessa esibizione da parte del contribuente dei documenti in sede amministrativa determina l’inutilizzabilità della successiva produzione in sede contenziosa, prevista dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, solo in presenza dello specifico presupposto, la cui prova incombe sull’Amministrazione, costituito dall’invito specifico e puntuale all’esibizione, accompagnato dall’avvertimento circa le conseguenze della sua mancata ottemperanza (Sez. 6-5, n. 27069 del 27/12/2016; Sez. 6-5, n. 11765 del 26/05/2014);
che la trascrizione del questionario riporta anche i predetti avvisi, sicchè la CTR avrebbe dovuto reputare inutilizzabile il contratto di finanziamento esibito dalla contribuente;
che, dunque, in accoglimento del secondo motivo di ricorso, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla C.T.R. della Lombardia, in diversa composizione, che provvederà altresì alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.
Motivazione semplificata.

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