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Le Guide Scuola e diritto allo studio: le ultime novità

Le Guide Pubblicato il 9 marzo 2018

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Guida completa e aggiornata di tutto ciò che riguarda docenti, personale Ata e studenti: contratto, agevolazioni, diritti e doveri.

Insieme alla sanità, la scuola dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità di qualsiasi Stato. Che cosa sarebbe un popolo senza cultura, senza preparazione, senza il know how sufficiente non solo per proporsi sul mercato del lavoro ma anche per avere una coscienza critica di pensiero? L’Italia sostiene il diritto allo studio attraverso la Costituzione [1]. Ma quello che la Carta impone viene davvero rispettato nella pratica? I giornalisti più «pepati» dicono che ci sono, in ogni Governo, almeno un paio di ministri che vogliono lasciare a tutti i costi il proprio segno con una riforma: uno è quello del Lavoro, che puntualmente mette mano alle pensioni, e l’altro è quello della Pubblica Istruzione, che non rinuncia all’ebbrezza di modificare il sistema scolastico. Che ce ne sia il bisogno o meno poco importa: basta che, per qualche anno, ci sia una riforma che porta il suo nome. A questi due ministri, nel settore della scuola, se ne aggiunge un terzo: quello della Pubblica amministrazione, in quanto docenti e personale Ata delle strutture pubbliche sono, a tutti gli effetti, dipendenti statali, il cui contratto va negoziato con il titolare di questo dicastero. Se ne deduce che prima, durante e dopo ogni anno scolastico c’è sempre qualche elemento nuovo in grado di modificare gli equilibri del mondo dell’insegnamento e di condizionare la vita di chi a scuola lavora o impara, cioè del personale e degli alunni. Non si pensi automaticamente al mondo universitario: qualche volta i cambiamenti cominciano già dall’asilo, cioè dalla scuola materna. Ecco perché è importante essere sempre aggiornati su ciò che succede tra una campanella e l’altra. Questa pagina, dunque, si propone di tenervi informati sulle ultime novità che riguardano la scuola e il diritto allo studio. Una pagina che conviene salvare tra quelle preferite del vostro browser, in modo da poterla consultare con la frequenza che vorrete.

La scuola italiana non migliora la cultura degli studenti disagiati

Brutte notizie dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, per quanto riguarda la scuola italiana. O meglio, per chi la frequenta. Secondo gli ultimi risultati del Programma di valutazione internazionale delle competenze degli studenti in lettura, matematica e scienza (il programma Pisa che coinvolge un’ottantina di Paesi in tutto il mondo), l’Italia resta al di sotto delle aspettative sulla crescita culturale dei ragazzi iscritti alle superiori.

I risultati scolastici dei nostri quindicenni che arrivano da situazioni svantaggiate sono non solo sotto la media Ocse ma anche ad un livello più basso rispetto ai principali Stati europei: il livello è al 20,4% rispetto ad una media Ocse del 25,2%. Si pensi che in Francia si supera il 24%, in Germania il 32% ed in Finlandia si arriva, addirittura, a sfiorare il 40% di risultati positivi.

Che cosa significa questa percentuale? Vuol dire che la scuola italiana non è in grado di aumentare il livello culturale degli adolescenti che vivono in un contesto sociale particolarmente sfortunato. Non solo: se guardiamo il dato del 2012 (24,7%) ci si rende conto che la situazione è ancora peggiorata.

Qualche nota positiva c’è: secondo l’indagine Ocse, l’Italia brilla per il clima scolastico in classe e per le scarse assenze degli studenti.

Scuola e università: che cos’è il Programma Pisa dell’Ocse

Il Programma Pisa (acronimo di Programme for international student assessment) è un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che interessa oltre 80 Paesi di tutto il mondo. Lo scopo è valutare i risultati ottenuti dagli studenti delle scuole superiori per capire quali sono le aree che meritano di ulteriori interventi e migliorare la qualità delle proposte didattiche. Il tutto per capire quanto i ragazzi siano preparati ad affrontare il mondo degli adulti ed il lavoro.

L’oggetto di indagine del Programma sono gli studenti quindicenni, quelli, cioè, che possono essere in procinto di lasciare la scuola. Le materie prese in considerazione sono:

  • lettura;
  • matematica;
  • scienze;
  • materie in ambito finanziario.

L’indagine si avvale esclusivamente di strumenti digitali e consiste in:

  • prove cognitive della durata di 2 ore;
  • questionari per la rilevazione delle variabili di contesto, distribuiti tra studenti, scuole e genitori.

Tasse universitarie troppo alte: fuga di studenti e facoltà fuori legge

Aumentano le tasse, diminuiscono gli iscritti. L’università italiana sta vivendo, evidentemente, un momento assai delicato. Secondo l’Unione degli universitari (Udu), dal 2008 ad oggi le tasse universitarie sono aumentate del 24% mentre gli iscritti alle facoltà sono calati del 17%. Non solo: molti atenei sarebbero fuori legge perché avrebbero scaricato sugli studenti il 63% dei tagli subiti ai fondi.

Numeri alla mano, nel 2008 le università italiane ricevevano dal Fondo di finanziamento ordinario quasi 7 miliardi e 400 milioni di euro. Nel 2015 quella cifra è scesa a 7 miliardi e qualche briciola. Per essere precisi, il calo dei finanziamenti è stato di 369 milioni di euro.

Restiamo con la calcolatrice in mano, così vediamo che nel 2008 le tasse universitarie procuravano agli atenei 1 miliardo e 355 milioni di euro mentre, sempre nel 2015, garantivano un incasso di 1 miliardo e 591 milioni. Una semplice operazione matematica ci dice che nell’arco di 7 anni sono stati pagati 236 milioni di euro (cioè il 24%) in più di tasse.

Ultimo calcolo, poi mettiamo via la calcolatrice: 369 milioni di fondi tagliati meno 236 milioni in più di tasse pagate in più dagli studenti fa un totale di 133 milioni di euro, cioè il 63% del calo dei finanziamenti subìto dalle facoltà.

La prima conseguenza più evidente è stata fuga di studenti: il calo delle iscrizioni per i costi troppo alti: quasi 300mila in meno nell’arco di 8 anni.

L’aumento delle tasse universitarie al Nord è stato del 24%, anche se qui il calo degli studenti è stato inferiore rispetto al resto del panorama nazionale. A pagare il prezzo più caro, ancora una volta, è stato il Sud: +33% di tasse, -25% di iscrizioni.

La seconda conseguenza dell’aumento delle tasse universitarie è che alcuni atenei risultano fuori legge perché hanno superato la soglia del 20% di contributo studentesco rispetto all’assegnazione dei fondi pubblici. Secondo l’indagine dell’Udu, al Nord sono 9 su 10, al Centro 6 su 16, al Sud 9 su 22.

Scuola, nuovo contratto: cosa cambia?

Il 9 febbraio 2018 è stato firmato il nuovo contratto nazionale per i dipendenti statali di scuole, enti di ricerca, università, accademie e conservatori. Un accordo che interessa sia il personale docente sia gli ausiliari tecnici amministrativi (personale Ata), assunti a tempo determinato o a tempo indeterminato e attivi non solo nel territorio nazionale ma anche nelle scuole italiane all’estero. Ci sono alcune importanti novità.

Nuovo contratto della scuola: cambiano gli stipendi?

Con il nuovo contratto della scuola, il personale docente ed il personale Ata vedranno riconosciuto un aumento dello stipendio riguardante il triennio 2016-2018. Significa che in busta paga troveranno gli arretrati dovuti nel 2016 e nel 2017 e l’aumento previsto dal 2018.

L’importo dell’aumento varia da 80 a 125 euro lordi mensili a seconda della figura professionale. In particolare:

  • da 80 a 89 euro per il personale tecnico Ata delle scuole;
  • 82 euro per il personale Ata delle università;
  • 92 euro per il personale dell’area amministrativa della ricerca;
  • 96 euro per gli insegnanti delle scuole;
  • 105 euro per gli insegnanti dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam);
  • 118 euro per l’Asi;
  • 125 euro in media per ricercatori e tecnologi.

Chi possiede i requisiti necessari continuerà a percepire il cosiddetto «bonus Renzi» di 80 euro al mese. Inoltre, verrà ancora erogato il bonus docenti previsto dalla legge [2].

Al personale che ha un contratto di lavoro a tempo determinato o indeterminato spetta la tredicesima mensilità, calcolata sulla base allo stipendio di dicembre, a meno che il contratto nazionale preveda qualche eccezione in merito. Infine, dovranno essere versate eventuali indennità, assegni familiari e compensi per lavoro straordinario.

Nuovo contratto della scuola: i permessi del personale Ata

Il nuovo contratto della scuola per il triennio 2016-2018 prevede alcune modifiche al monte ore di permessi del personale Ata (ausiliari tecnici amministrativi). In particolare:

  • i 3 giorni di permesso retribuito per motivi familiari o personali diventano 18 ore da fruire durante l’anno scolastico;
  • i 3 giorni di permesso relativi alla Legge 104 (assistenza di un parente convivente con handicap) potranno essere frazionati in ore per un massimo di 18 ore mensili;
  • il personale Ata avrà diritto ad ulteriori 18 ore di permesso per visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici.

Rimangono invece invariati:

  • i 3 giorni di permesso per lutto;
  • gli 8 giorni di permesso per concorsi o esami;
  • i 15 giorni di congedo matrimoniale.

Tutti i permessi retribuiti devono essere documentati anche mediante autocertificazione.

Nuovo contratto scuola: possibile monetizzare le ferie

Altra novità introdotta dal nuovo contratto della scuola è quella che prevede la possibilità di monetizzare le ferie per i docenti a tempo determinato. L’accordo consente, in sostanza, a questi dipendenti di ricevere in soldi le ferie non godute al termine del rapporto di lavoro sempre che quei giorni di riposo non siano stati utilizzati per motivi non riconducibili alla volontà del docente.

Scuola e diritto allo studio: che cos’è l’Osservatorio del Miur

Il Ministero dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca (Miur) ha dato impulso, con un apposito decreto [3], alla nascita di un Osservatorio che si occupi di creare un sistema informativo per l’attuazione e il monitoraggio del diritto allo studio. Compito di questa struttura, dunque, curare analisi, confronti e ricerche, anche attraverso incontri con gli enti erogatori dei servizi (università e istituzioni di alta formazione, artistica, musicale e coreutica), su:

  • criteri e i metodi adottati;
  • valutazione dei costi di mantenimento agli studi e ai livelli essenziali omogenei;
  • risultati ottenuti.

L’Osservatorio dovrà proporre al Ministro eventuali iniziative mirate al miglioramento dell’attuazione del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, con una relazione da presentare entro il mese di marzo di ogni anno.

L’Osservatorio resta in carica tre anni ed è composto da rappresentanti:

  • del Miur;
  • del Ministero dell’Economia e delle Finanze;
  • delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano;
  • della Conferenza dei rettori;
  • del Convegno permanente dei direttori e dei dirigenti dell’università;
  • del Consiglio nazionale degli studenti universitari (CNSU);
  • della Conferenza dei Collegi universitari di merito (CCUM);
  • da esperti del settore.

Diventare insegnante di ruolo: le ultime novità

Novità per chi vuole diventare insegnante di ruolo. Se prima era necessario prendere un’abilitazione (la cosiddetta Tfa) dopo la laurea sostenendo un costo di 2.500 euro e senza alcuna garanzia di ottenere un posto di lavoro fisso, oggi la procedura è stata semplificata.

Innanzitutto, non sarà più il laureato a dover sostenere la spesa dell’abilitazione ma verrà retribuito il periodo di tirocinio formativo.

Detto questo, e con l’abilitazione post-laurea in mano, per diventare docente di ruolo sarà necessario:

  • conseguire 24 crediti formativi universitari (Cfu) nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche;
  • superare un concorso pubblico;
  • frequentare un percorso di formazione che prevede il tirocinio e l’inserimento dell’insegnante.

Come diventare insegnanti di scuola primaria

Chi vuole diventare maestro di scuola dell’infanzia o della scuola primaria deve avere:

  • un diploma magistrale o di liceo psicopedagogico conseguito entro l’anno scolastico 2001-2002;
  • una laurea magistrale in Scienze della formazione primaria.

Vuol dire che chi ha conseguito il diploma dopo il 2002 dovrà per forza avere una laurea per poter diventare insegnante, oltre ad effettuare un tirocinio di 600 ore per ottenere i 24 crediti formativi.

Superato il concorso pubblico, l’aspirante insegnante potrà iscriversi alle graduatorie provinciali per le supplenze, valide anche per chi vuole diventare docente nella scuola secondaria di 1° o di 2° grado.

Docenti: chi non ha l’abilitazione può lavorare nella scuola privata?

Chi vuole fare il docente ma non ha conseguito l’abilitazione per lavorare nella scuola pubblica può imboccare la strada della scuola privata, pur con certi requisiti. Nello specifico, dovrà:

  • inviare apposita domanda per mettersi a disposizione della scuola precisando la propria classe di appartenenza secondo le disposizioni del Miur;
  • avere una laurea magistrale o specialistica;
  • dimostrare di essere iscritto alle liste di collocamento;
  • essere cittadino italiano;
  • avere la fedina penale pulita;
  • inviare per raccomandata a/r al dirigente della scuola il proprio curriculum.

Diritto allo studio e agevolazioni fiscali: ultime novità

La Legge di Bilancio 2018 ha introdotto alcune novità che riguardano il diritto allo studio e le agevolazioni fiscali per gli studenti universitari fuori sede. Tra queste:

  • l’estensione della detrazione d’imposta alla possibilità che l’università sia collocata in un Comune distante da quello di residenza almeno 50 km e gli studenti siano residenti in zone montane o disagiate;
  • l’abolizione del vincolo che prevedeva che l’università fosse ubicata in una provincia diversa da quella di residenza dello studente.

Studenti fuori sede: agevolazioni sull’affitto

Gli studenti fuori sede (o le loro famiglie se ce li hanno fiscalmente a carico) hanno diritto ad alcune agevolazioni fiscali sulle spese per l’affitto di un appartamento o di una stanza. Nel dettaglio, possono beneficiare di una detrazione del 19% su un tetto massimo di spesa di 2.633 euro rapportato alla percentuale di titolarità del contratto nel caso l’affitto fosse condiviso con altre persone.

Se entrambi i genitori hanno fiscalmente a carico due figli universitari con diversi contratti di affitto, ciascuno di loro può beneficiare della detrazione sull’importo massimo sopra citato.

Per quanto riguarda il contratto di ospitalità, è possibile beneficiare della detrazione anche se l’importo da corrispondere comprende servizi come pasti o pulizie.

L’agevolazione viene applicata anche agli studenti dei conservatori di musica o degli istituti pareggiati ma non in caso di subaffitto.

Liceo a 4 anni: come cambia la scuola superiore nel 2018

Potrebbe essere una vera e propria rivoluzione per le scuole superiori. Con l’anno scolastico 2018/2019, parte in 100 istituti italiani la fase sperimentale del liceo breve: 4 anni anziché 5. Il Ministero dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca ha pubblicato l’elenco delle strutture interessate (44 al Nord, 23 al Centro e 33 al Sud).

Ma come cambia la scuola superiore nel 2018? Il liceo breve può influire sulla preparazione dei ragazzi, visto che si dovrà frequentare l’istituto un anno in meno? Vediamo come funziona il liceo a 4 anni.

Liceo a 4 anni: cosa cambia nel 2018

Dall’anno scolastico 2018/2019, verrà avviata in 100 istituti italiani una classe prima che completerà gli studi in 4 anni anziché in 5. Si tratta di 74 licei (soprattutto scientifici) e 26 istituti tecnici e professionali selezionati da una commissione ministeriale. Le classi saranno formate da 25 alunni.

Gli studenti avranno, così, la possibilità di iniziare l’università un anno prima e, almeno in linea teorica, di anticipare sempre di un anno anche l’ingresso nel mondo del lavoro.

Dal terzo anno, i ragazzi avranno almeno una materia non linguistica con il metodo Clil, cioè verrà insegnata loro completamente in lingua straniera. Verranno potenziate anche le attività di laboratorio e le tecnologie didattiche innovative.

L’offerta formativa sarà più ampia. Secondo quanto previsto dal decreto Buona Scuola, ci saranno delle nuove materie come Diritto e Storia dell’arte. Gli studenti potranno fare delle esperienze di alternanza scuola-lavoro durante le vacanze estive e nelle pause di Natale e Pasqua.

Liceo a 4 anni: vantaggi e svantaggi?

Valutare come cambia la scuola superiore nel 2018 con il liceo a 4 anni è sempre soggettivo: dipende da ciò che ogni studente vuole. Uno dei vantaggi, come abbiamo detto prima, è quello di avere la possibilità di ottenere il diploma un anno prima e, quindi, di tentare di guadagnare tempo prezioso per iscriversi all’università e per affacciarsi al mondo del lavoro. In un momento in cui trovare un’occupazione contrattualmente «decente» diventa sempre più difficile per i ragazzi, buttarsi nella mischia 12 mesi prima può avere dei buoni risultati.

A priori, però, tutto è relativo. Se è vero che diplomati e laureati avranno guadagnato un anno di tempo, è altrettanto vero che non dipenderà soltanto da un liceo breve la possibilità di trovare un lavoro. L’unica cosa che cambia è che lo si cerca prima. Ma se le occasioni sono quelle che sono, cioè se l’offerta del mercato non sarà più ampia, anziché essere disoccupati a 24 anni lo saranno a 23.

Altro aspetto che desta qualche perplessità è che cosa succederà con il personale docente. Un anno in meno di liceo significa delle classi in meno. Ci saranno dei tagli? Ovviamente, a questa domanda il Ministero risponde di no. Altra cosa sarà vedere quello che succederà nella pratica.

Ultimo, ma non ultimo, spunto di riflessione: il liceo a 4 anni può avere delle ripercussioni sulla preparazione dei nostri studenti? Non bisogna dimenticare che già oggi la scuola superiore italiana non gode di molto prestigio a livello internazionale. Basti vedere gli ultimi dati rilevati dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: su un totale di 70 Paesi, l’Italia si colloca al 34esimo posto. Non è proprio un’eccellenza. Togliendo un anno di studi, si può rischiare di peggiorare le cose? Oppure l’offerta formativa subirà un mutamento tale da concentrare in 4 anni quello che si faceva in 5, se non addirittura da rendere i nostri ragazzi ancora più preparati alle nuove sfide del mercato del lavoro?

I diritti degli studenti

Non solo doveri a scuola ma anche diritti. Gli studenti di ogni ordine e grado devono rispettare certe regole, ci mancherebbe. Ma possono anche pretendere (o, quando si tratta di minorenni, possono farlo i loro genitori) che le regole vengano rispettate anche nei loro confronti.

Negli anni sono state approvate diverse convenzioni sia a livello internazionale sia a livello nazionale a tutela degli studenti minorenni e maggiorenni.

Vediamo quali sono i diritti degli studenti contemplati in questi accordi.

I diritti degli studenti minorenni

Partiamo da noi, cioè da quel che il nostro Ministero della Pubblica Istruzione ha decretato negli ultimi anni a proposito dei diritti degli studenti minorenni riguardo la loro formazione e frequentazione scolastica. Tenendo conto che, come spesso succede con leggi e decreti, la parola «obbligo» si può tradurre in «diritto».

La legge italiana

Così, troviamo che lo studente minorenne tra i 6 ed i 16 anni [4] ha il diritto all’istruzione per almeno 10 anni [5], in modo da poter conseguire un titolo di studio di scuola secondaria superiore o una qualifica professionale almeno triennale prima di arrivare alla maggiore età [6].

Lo studente minorenne ha diritto ad avere l’istruzione obbligatoria gratis:

  • nelle scuole statali e paritarie;
  • nelle strutture accreditate dalle Regioni per la formazione professionale;
  • attraverso l’istruzione parentale.

Ha anche il diritto di frequentare delle attività formative fino ai 18 anni dopo aver assolto l’obbligo scolastico. Può scegliere di:

  • proseguire gli studi nel sistema di istruzione scolastica;
  • frequentare corsi di formazione professionale di competenza regionale o provinciale;
  • iniziare il percorso dell’apprendistato, con un contratto di lavoro formativo per imparare un mestiere o una professione specifica ed avere accesso al mondo del lavoro;
  • frequentare un corso di istruzione per adulti.

La Convenzione dell’Onu

Può risultare un tanto strano scomodare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per parlare dei diritti degli studenti minorenni, cioè dei nostri bambini. Ma allora, a che servono gli accordi internazionali, se non ad applicarli in ogni Stato membro e nel settore di competenza?

Non deve apparire fuori luogo, allora, dare un’occhiata a quel che dice in materia di formazione e istruzione la Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata in Italia due anni più tardi [7].

L’articolo 28, ad esempio, stabilisce che «tutti i bambini hanno il diritto di ricevere un’istruzione» e che, pertanto, tutti gli Stati devono controllare che ogni bambino frequenti la scuola ed aiutare le famiglie per permettere ai minori di continuare gli studi anche dopo la scuola primaria.

Viene sancito anche il diritto degli studenti minorenni a sviluppare al meglio la personalità di tutti i bambini, i loro talenti e le loro capacità mentali e fisiche e ad essere educati a vivere «in maniera responsabile e pacifica, in una società libera, nel rispetto dei diritti degli altri e nel rispetto dell’ambiente».

Secondo la Convenzione dell’Onu recepita anche in Italia, gli studenti minorenni che appartengono a minoranze etniche, linguistiche o religiose hanno diritto a mantenere la loro cultura, professare il proprio credo e parlare la loro lingua.

Infine, hanno diritto ad essere trattati con umanità e rispetto, a riposarsi, giocare, fare sport e ad esprimere la propria creatività. Diritti su cui anche la scuola ha indubbie responsabilità, evitando discriminazioni, carichi di compiti troppo pesanti o prevaricazioni.

Lo Statuto dei diritti degli studenti

C’è, infine, un altro documento che riguarda sia i diritti degli studenti minorenni sia quelli degli studenti che stanno finendo il liceo o sono già all’università. Si tratta dello Statuto dei diritti (e dei doveri) degli studenti [8]. Contiene molti dei princìpi che abbiamo già visto nelle leggi nazionali e nella Convenzione dell’Onu, ai quali si aggiungono:

  • il diritto alla riservatezza;
  • il diritto a una valutazione trasparente e tempestiva, volta ad attivare un processo di autovalutazione che lo porti a individuare i propri punti di forza e di debolezza e a migliorare il proprio rendimento;
  • il diritto ad un ambiente favorevole alla crescita integrale della persona e un servizio educativo-didattico di qualità;
  • il diritto ad offerte formative aggiuntive e integrative, anche mediante il sostegno di iniziative liberamente assunte dagli studenti e dalle loro associazioni;
  • il diritto a iniziative concrete per il recupero di situazioni di ritardo e di svantaggio nonché per la prevenzione e il recupero della dispersione scolastica;
  • il diritto alla salubrità e la sicurezza degli ambienti, che debbono essere adeguati a tutti gli studenti, anche con handicap;
  • il diritto alla disponibilità di un’adeguata strumentazione tecnologica;
  • il diritto a servizi di sostegno e promozione della salute e di assistenza psicologica.

La partecipazione alla vita scolastica

Come abbiamo già accennato, tra i diritti degli studenti minorenni (in particolare di quelli che frequentano il liceo, cioè la scuola secondaria superiore) c’è anche quello di partecipare alla vita scolastica attraverso gli organi di gestione a cui partecipano anche docenti e rappresentanti dei genitori.

I componenti degli organi di gestione vengono eletti all’interno della categoria di appartenenza. Quindi, i rappresentanti degli studenti sono scelti dagli stessi ragazzi, così come i rappresentanti dei genitori sono eletti dagli altri genitori.

Nei livelli di base della scuola, gli organi di gestione hanno una funzione propositiva, mentre nei livelli superiori è ammessa anche la funzione deliberativa.

Gli organi di gestione, a seconda dei gradi scolastici, prevedono la presenza dei docenti e del dirigente scolastico (o un docente da lui delegato) e:

  • nel consiglio di intersezione per la scuola dell’infanzia, un rappresentante dei genitori;
  • nel consiglio di interclasse per la scuola primaria (le vecchie elementari), un rappresentante dei genitori per ciascuna delle classi;
  • nel consiglio di classe per la scuola secondaria di primo grado (le vecchie scuole medie), quattro rappresentanti dei genitori;
  • nel consiglio di classe per la scuola secondaria superiore (licei ed equivalenti), due rappresentanti dei genitori e due rappresentanti degli studenti.

I ragazzi delle superiori hanno anche il diritto di far parte del consiglio di istituto.

I diritti degli studenti maggiorenni

Qual è la differenza tra i diritti degli studenti maggiorenni e quelli degli studenti maggiorenni? Intanto, questi ultimi godono di tutti i diritti visti prima, in quanto, appunto, studenti. Inoltre, arrivati a 18 anni, hanno qualche agevolazione in più.

Tra queste, forse la più richiesta dai ragazzi (chissà perché) è quella di poter decidere autonomamente di allontanarsi dalla scuola in anticipo con una giustificazione firmata dallo stesso alunno. C’è da dire che il dirigente scolastico ha, comunque, la responsabilità civile e penale su tutti i ragazzi dell’istituto (compresi quelli maggiorenni) e che, in qualche caso, potrebbe non accettare la giustificazione presentata dallo studente e negare l’uscita anticipata. Tuttavia, quest’ultima resta un diritto degli studenti maggiorenni i quali, in casi estremi, se si vedono negare da dirigente la possibilità di allontanarsi prima della fine delle lezioni, potrebbero denunciare il dirigente per violenza personale o sequestro di persona.

Ad ogni modo, il dirigente scolastico può formalmente opporsi all’uscita anticipata se la ritiene illegittima, ma lasciando allo studente la libertà di autodeterminazione che gli spetta. Alla peggio, il dirigente potrà sempre avviare un procedimento disciplinare nei confronti del ragazzo.

Lo studente maggiorenne ha diritto anche a conoscere i suoi voti, secondo il principio di trasparenza stabilito dallo Statuto dei diritti degli studenti. Volendo, può chiederlo al docente prima che vengano resi noti in pubblico (secondo il principio di riservatezza e di rispetto della privacy). Ovviamente, è facile che questo lo si chieda quando si teme di aver preso un brutto voto e non si vuole che lo si sappia in giro.

I diritti degli studenti maggiorenni contemplano anche la possibilità di contestare una valutazione che si ritiene ingiusta e non motivata da parte del docente. In questo caso, è possibile presentare un ricorso amministrativo e/o giudiziario contro quella valutazione (ma non contro il docente, a meno che ci siano atti persecutori o una palese malafede da parte sua).

note

[1] Art. 34 Costituzione italiana.

[2] Legge 197/2015.

[3] Dlgs. n. 68/2012.

[4] Circ. Min. P.I. n. 101/2010.

[5] DM n. 139/2007.

[6] Legge n. 296/2006.

[7] Legge n. 176/1991.

[8] Legge n. 249/1998.


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