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Quali conseguenze dall’addebito?

27 Feb 2018


Quali conseguenze dall’addebito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Feb 2018



Separazione e divorzio: quando al marito o alla moglie è addebitata la responsabilità per la fine del matrimonio, questi non ha la possibilità di chiedere il mantenimento.

Se ti stai per separare da tuo marito o da tua moglie avrai probabilmente chiesto un appuntamento con un avvocato che sappia spiegarti cos’è l’addebito e quali conseguenze possono scaturire per il coniuge colpevole del naufragio del matrimonio. Se però non sei ancora stato da un legale e stai cercando su internet qualche informazione per sapere a cosa vai incontro, sia sotto un profilo economico che personale, sei approdato sulla pagina giusta. In questo articolo ti spiegheremo infatti quali conseguenze dall’addebito possono derivare per il marito o la moglie in seguito alla separazione e al successivo divorzio.

Forse ancora non lo sai, ma stai per scoprire che gran parte delle guerre che le coppie si fanno in tribunale sull’addebito è priva di utilità concreta: diventa piuttosto una questione di puro principio, una rivalità che si acuisce proprio per via dell’imminente distacco e che, specie nelle piccole realtà cittadine, diventa un modo per dimostrare a tutti di aver rispettato il coniuge e di non avere colpe in merito al fallimento del matrimonio. Ma procediamo con ordine.

Cos’è l’addebito?

La condizione migliore per separarsi è firmare un accordo con cui i coniugi regolano le condizioni economiche e personali della cessazione della convivenza. Ma se la coppia non riesce a trovare l’intesa, ci si può separare ricorrendo al giudice. Sarà il tribunale a fissare tutti i termini della separazione come il riconoscimento di un assegno di mantenimento in favore del coniuge con il reddito più basso, la divisione dei beni, l’assegnazione della casa al genitore con cui i figli andranno a vivere, la quantificazione del mantenimento per i figli stessi e il diritto di visita sui minori da parte dell’altro genitore non convivente.

Se, nel corso di tale causa, il giudice accerta che la crisi definitiva del matrimonio è stata determinata dal comportamento colpevole di uno dei due coniugi, dichiara a carico di quest’ultimo la responsabilità della separazione. Questa dichiarazione si chiama «addebito» ed è prevista dal codice civile [1]. L’addebito quindi non è altro che l’accertamento della colpa di aver violato una delle norme sui doveri scaturenti dal matrimonio quali: il dovere di fedeltà, di coabitazione, di assistenza morale e materiale, di rispetto reciproco, di contribuzione alle necessità economiche del nucleo familiare in proporzione alle proprie possibilità, ecc.

Se le violazioni dei doveri sono imputabili a entrambi i coniugi, il giudice addebita la separazione a tutti e due (il cosiddetto doppio addebito).

Quali sono le conseguenze dell’addebito?

L’addebito viene definito come una sanzione per aver determinato la cessazione del matrimonio. Ma non si tratta di una normale sanzione, come può essere una multa o un risarcimento del danno. L’addebito non è una sanzione di tipo economico né tantomeno di tipo penale. Non si può ad esempio denunciare chi abbandona all’improvviso la casa coniugale senza farvi mai più ritorno (salvo che da ciò ne derivi una condizione di indigenza economica del coniuge abbandonato), né chi ha tradito il marito o la moglie. Le vessazioni e le violenze (fisiche o psicologiche) in ambito familiare sono un reato a sé, che non c’entra nulla con l’addebito. Ma allora quali sono le conseguenze dell’addebito? Sono solo due ed in queste si riassume tutta la sanzione. In particolare, il coniuge che subisce l’addebito (ossia quello colpevole):

  • non può chiedere il mantenimento anche se ha uno stipendio più basso o è disoccupato. Se però versa in condizioni economiche disperate e la sua situazione di salute o di età gli impedisce di lavorare, mantiene il diritto agli alimenti (una somma sicuramente inferiore rispetto al mantenimento, rivolta a garantirgli  lo stretto necessario per la sopravvivenza);
  • perde i diritti successori nei confronti dell’altro coniuge: in pratica non può assumere la qualità di erede del coniuge defunto prima del divorzio (di norma, infatti, dopo la separazione e prima del divorzio i due coniugi sono ancora l’uno erede dell’altro secondo le regole normali). Può però avere diritto ad un assegno vitalizio a carico dell’eredità in caso di godimento degli alimenti al momento dell’apertura della successione. L’assegno è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi e non è comunque di entità superiore a quella della prestazione alimentare goduta [2].

Se c’è l’addebito c’è l’obbligo di pagare il mantenimento? 

Sfatiamo il luogo comune in cui spesso si cade: addebito non vuol dire dovere di mantenimento. Si tratta, infatti, di due concetti con scopi e presupposti completamente diversi:

  • l’addebito è una sanzione per chi viola i doveri del matrimonio. Il presupposto dell’addebito è quindi un comportamento colpevole. Quanto alle conseguenze, l’addebito non comporta l’obbligo di pagare somme a titolo di risarcimento o di mantenimento (piuttosto è vero il contrario: chi subisce l’addebito non può chiedere il mantenimento); gli unici effetti dell’addebito sono la perdita del diritto al mantenimento (se il colpevole è anche il più povero) e dei diritti successori;
  • l’assegno di mantenimento è una misura assistenziale in favore del coniuge con il reddito più basso (sempre che questi non abbia subito l’addebito). Il presupposto del mantenimento è quindi una situazione di disparità economica. Al coniuge più “povero” è dovuto un mantenimento che gli garantisca lo «stesso tenore di vita» che aveva durante il matrimonio. Questo criterio di quantificazione del mantenimento peraltro viene meno con il divorzio: dallo scorso 10 maggio 2017, infatti, la Cassazione ha decretato che l’assegno di divorzio non è rivolto a garantire lo stesso tenore di vita ma solo l’indispensabile per «l’autosufficienza»; per cui se il coniuge che guadagna di meno è comunque indipendente da un punto di vista economico questi non potrà chiedere l’assegno mensile.

Se c’è l’addebito spetta il mantenimento?

Come abbiamo appena visto l’addebito e il mantenimento viaggiano su due binari separati. Per comprendere ancora meglio la questione facciamo un esempio. Immaginiamo una coppia in cui il marito, titolare di un’attività professionale, dichiara 3mila euro al mese e la moglie, con un contratto di lavoro part-time, guadagna 500 euro al mese. La coppia decide di separarsi perché non si ama più. In assenza di addebito, il marito è comunque tenuto a versare il mantenimento alla moglie in modo da garantirle lo stesso tenore di vita (si tratterà di una somma di circa 800/900 euro al mese). Se invece la separazione dovesse essere addebitata al marito perché ad esempio ha tradito la moglie, le cose non cambierebbero: il marito sarebbe tenuto comunque a versare il mantenimento per via della disparità di reddito; quindi dall’imputazione dell’addebito non discendono altre conseguenze se non il fatto che, se la donna dovesse decedere prima del divorzio, l’uomo non potrebbe accampare diritti sull’eredità.

Se infine la separazione dovesse essere addebitata alla moglie, perché ad esempio ha abbandonato il tetto coniugale, quest’ultima, per quanto molto più povera, non avrà diritto al mantenimento.

Se c’è l’addebito spetta il risarcimento del danno?

L’addebito non comporta, in automatico, neanche il diritto a chiedere il risarcimento del danno, salvo in casi rari. Facciamo un esempio. Immaginiamo una coppia che si sposi facendo fronte a un costoso ricevimento. Per sostenere la sua parte di spesa, la moglie contrae un finanziamento. Pochi mesi dopo le nozze, il marito l’abbandona. Lei gli chiede il risarcimento per tutte le spese sostenute e i danni per lo sconforto in cui l’ha lasciata. Difficilmente un giudice le darebbe ragione. Difatti, sebbene in teoria è ammesso il risarcimento del danno per la violazione dei doveri del matrimonio, questo viene concesso molto raramente: solo in quei casi in cui vi sia stato un comportamento talmente grave da aver leso diritti costituzionali come la privacy, l’onore, la salute. Leggi sul punto: Il coniuge tradito può chiedere i danni oltre all’addebito? Il tradimento, così come ogni altra violazione dei doveri del matrimonio, anche se procura sofferenza, non è causa di risarcimento del danno a meno che le modalità concrete con cui esso è stato posto in essere comportano una lesione del diritto alla salute, alla dignità personale, al decoro, alla privacy del coniuge.

Doppio addebito

Se entrambi i coniugi hanno contribuito a rendere intollerabile la convivenza con comportamenti contestuali e non causalmente connessi, il giudice può addebitare la separazione a entrambi. In tal caso il giudice valuta i comportamenti di entrambi i coniugi come gravemente contrari ai doveri imposti dal matrimonio e astrattamente idonei a produrre la rottura del rapporto coniugale.

Ad esempio è stato pronunciato il doppio addebito in un caso in cui la moglie ha accusato il marito, in modo reiterato ed ossessivo, di adulterio e rapporti sessuali con altre persone di famiglia comunicando le accuse a parenti, amici, conoscenti e ai dipendenti del marito.

Quando scatta l’addebito

Affinché a un determinato comportamento possa essere collegato l’addebito è necessario che vi sia la prova che sia stato proprio tale comportamento la causa della crisi della coppia e non che essa fosse già in atto. Ad esempio, in una situazione in cui i due coniugi non si amano più e sono dichiaratamente in crisi, per cui non hanno più rapporti sessuali e spesso vivono separati, il tradimento non può essere considerato causa di addebito. In tal caso si avrà una separazione senza addebito.

Spesso è difficile pronunciare l’addebito perché dall’esame del comportamento di entrambi i coniugi si ricavano pari responsabilità in relazione alla crisi coniugale. In tali ipotesi è ben possibile che il giudice pronunci la separazione senza addebito quando la violazione degli specifici obblighi matrimoniali si verifica in conseguenza di una crisi già in corso o è frutto di incomprensione o incompatibilità reciproche e persistenti.

Potrebbe infine verificarsi che dopo la violazione dei doveri del matrimonio da parte di uno dei due coniugi l’altro, per reazione, faccia altrettanto. A chi spetterà l’addebito in questi casi? Immaginiamo che un uomo tradisca ripetutamente la moglie e che questa, ormai disaffezionata per aver a lungo tollerato le scappatelle del marito, abbia a sua volta una relazione extraconiugale. L’uomo non potrà mai chiederle l’addebito, ma sarà quest’ultimo tutt’al più a subirlo.

La prova dell’addebito

Nel giudizio di separazione giudiziale il giudice può pronunciare l’addebito solo se gli è stato espressamente richiesto da uno dei due coniugi, il quale si dovrà anche assumere l’onere di provare:

  • il comportamento colpevole dell’altro coniuge;
  • che da tale comportamento colpevole è derivata la definitiva crisi del matrimonio. In particolare, il coniuge che richiede l’addebito deve provare che l’irreversibile crisi coniugale è ricollegabile esclusivamente al comportamento dell’altro contrario ai doveri nascenti dal matrimonio.

Se il giudice accerta una condotta contraria ai doveri matrimoniali è onere del coniuge che ha violato tali doveri fornire la prova dell’esistenza di valide giustificazioni, ad esempio provando che l’infedeltà è stata determinata da una giusta causa o non ha provocato la crisi coniugale.

Come si chiede l’addebito?

Il coniuge che agisce per la separazione deve quindi proporre tale domanda nel ricorso introduttivo oppure è il coniuge resistente (convenuto) che può avanzare la domanda in via riconvenzionale, ma non successivamente in corso di causa: non trattandosi di una deduzione difensiva o di semplice sviluppo logico della contesa instaurata con la domanda di separazione [3].

In via eccezionale, quando il coniuge resistente formula l’addebito con domanda riconvenzionale, dev’essere concesso all’attore di chiedere l’addebito in risposta a tale domanda: in tal caso il termine finale è quello della memoria integrativa.

Se un coniuge propone domanda di separazione senza richiesta di addebito, la richiesta non può essere formulata in seguito nel corso del giudizio. È inammissibile la domanda di addebito proposta per la prima volta in appello.

Il coniuge non può chiedere la pronuncia dell’addebito dopo la pronuncia della separazione senza addebito (o dopo l’omologazione della separazione consensuale), neanche se dimostra di essere venuto a conoscenza di fatti, precedenti alla sentenza, che avrebbero potuto fondare la domanda di addebito [4].

note

[1] Art. 151 cod. civ.

[2] Art. 548 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 2818/2006.

[4] Cass. sent. n. 7450/2008, n. 8272/1999, n. 9317/1997.

Cass. civ. Sez. I, 10 maggio 2017, n. 11448 

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 c.c., pone a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito.

Cass. civ. Sez. I, 23 marzo 2017, n. 7469 

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito presuppone l’accertamento della riconducibilità della crisi coniugale alla condotta di uno o di entrambi i coniugi, consapevolmente e volontariamente contrari a ai doveri coniugali e quindi della sussistenza di un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza, condizione per la pronuncia di separazione.

Tribunale Milano, Sezione 9 civile Sentenza 2 marzo 2016

La separazione può essere addebitata al coniuge che, assumendo un comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio, abbia determinato la disgregazione del vincolo matrimoniale in modo esclusivo od in concorso con le condotte del consorte (cd. addebito reciproco). La separazione, infatti, può essere addebitata ad entrambi i coniugi allorché gli stessi abbiano assunto condotte tali da violare i doveri nascenti dal matrimonio e rappresentanti la causa della crisi familiare. (Nella fattispecie si procedeva all’addebito reciproco, atteso che entrambe le parti avevano allegato un clima familiare caratterizzato da una situazione di reciproca intolleranza sfociata in aggressioni alla sfera personale dell’uno e dell’altro coniuge. Ciò giustificava in sé il reciproco addebito, atteso che le gravi condotte lesive, traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, ed oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto necessaria e doverosa per la personalità del partner, non possono essere giustificate come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo, sottraendosi anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.)

Corte di Cassazione, sezione VI civile, sentenza 14 luglio 2016, n. 1441

Ai fini della pronuncia di addebito, non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dall’art. 143 c.c., ma occorre verificare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza. (Nella specie la Corte ha precisato che la relazione intrecciata da uno dei coniugi sul web non costituisce un fatto giustificativo dell’addebito della separazione in assenza di una prova sull’efficienza causale di tale fatto rispetto alla crisi dell’unione coniugale).

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 9 aprile 2015, n. 7132

La pronuncia di addebito non puo’ fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali , rilevando anche la violazione del dovere di lealta’ che ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise di uno dei coniugi, cosi’ da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.

Corte di Cassazione, civile, ordinanza 9 febbraio 2015, n. 2445

La dichiarazione di addebito della separazione implica la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, ovverosia che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza; in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile  Ordinanza 6 giugno 2013, n. 14366

La violazione degli obblighi matrimoniali, ivi compreso quello di fedelta’, richiede un rapporto di causalita’ rispetto all’intollerabilita’ della convivenza, ai fini della pronuncia di addebito.

Corte di Cassazione, civile Ordinanza 23 maggio 2013, n. 12750

La ripresa della convivenza coniugale successivamente alla scoperta del tradimento del coniuge, che si sia protratta per un lungo periodo, esclude il successivo addebito della separazione al coniuge traditore. Il lasso di tempo intercorso tra l’epoca del tradimento e la concreta manifestazione della crisi coniugale, approdata alla richiesta di separazione, elide infatti il nesso di causalità che deve sussistere, ai fini dell’addebito della separazione, tra la violazione del dovere di fedeltà e il determinarsi della situazione d’intollerabilità della convivenza.

Cass. civ., sez. I,  11 agosto 2011, n. 17193

La violazione degli obblighi matrimoniali  non rileva ai fini  dell’addebito se non abbia dato causa all’intollerabilità della convivenza . Pertanto  la dichiarazione di addebito nella separazione, anche in ordine alla violazione dell’obbligo  di fedeltà, richiede la prova che  l’irreversibile crisi coniugale  sia ricollegabile al comportamento consapevole e volontario del coniuge e che sussista un preciso nesso di causalità tra tale comportamento e l’intollerabilità della convivenza: il mancato raggiungimento della prova che tale comportamento sia causa efficiente dell’intollerabilità esclude dunque la pronuncia di addebito.

Cass. civ., sez. I, 8 giugno 2009, n. 13185

La pronuncia di addebito ai sensi dell’articolo 151 c.c., comma 2, presuppone che uno dei coniugi abbia tenuto un comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio e sussista un nesso di causalità tra questo comportamento ed il determinarsi dell’intollerabilità nella prosecuzione della convivenza. L’indagine sul punto, involgendo un apprezzamento di fatto, è riservata alla valutazione del giudice del merito ed è quindi censurabile in sede di legittimità soltanto qualora la motivazione che la sorregge sia inficiata da un vizio che dia luogo ad un’obiettiva deficienza del criterio logico seguito dal giudice nella formazione del suo convincimento, ovvero da una contraddittorietà fra le varie parti della pronuncia, oppure da una totale omissione della motivazione su di un punto decisivo. Non sono, invece, proponibili quelle censure che contengano una autonoma valutazione dei fatti, sostitutiva rispetto a quella operata dal giudice del merito.

Corte di Cassazione Sezione 1 civile Sentenza 22.05.2009, n. 11922

La pronuncia di addebito della separazione non può essere basata sulla semplice violazione dei doveri di cui all’art. 143 c.c., essendo viceversa necessario accertare l’eventuale esistenza di un collegamento fra la detta violazione e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. Da ciò dunque consegue che, pur a fronte della constatata esistenza della violazione degli obblighi in questione, l’addebito della separazione va escluso quando il giudice accerti la preesistenza di una situazione di irrimediabile contrasto fra le parti o nella quale emerga il carattere meramente formale della convivenza, del tutto autonoma dunque rispetto alla successiva violazione e tale pertanto da rimanere insensibile agli effetti da essa altrimenti prodotti.

Cass. civ., sez. I,  19 settembre 2008, n. 23885

Una volta iniziato il giudizio di separazione e cessata di fatto la convivenza, non possono logicamente più assumere autonomo rilievo i comportamenti successivi del coniuge separato, anche se, in ipotesi, idonei a giustificare una dichiarazione di addebitabilità, posto che l’addebito trova la sua collocazione esclusivamente nel quadro della separazione, come responsabilità causativa dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, e non ha quindi ragion d’essere allorchè la convivenza è cessata.

Corte di Cassazione, Sezione 1 Civile, Sentenza del 5 febbraio 2008, n. 2740

In caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito.

Corte di Cassazione, Sezione 1, Sentenza 10.03.2005, n. 5283

La dichiarazione di addebito della separazione personale dei coniugi presuppone non solo la prova dell’avvenuta violazione dei doveri nascenti dal matrimonio ma anche quella dell’efficienza causale in concreto rivestita da tale violazione nel determinarsi dell’intollerabilità della convivenza coniugale.

I fatti successivi alla fine della convivenza sono irrilevanti ai fini della frattura della vita coniugale che si è già realizzata al punto tale che comportamenti, pur gravemente lesivi della dignità e del rispetto dell’altro coniuge non vengono considerati causa di addebito in quanto già con l’introduzione del ricorso di separazione i coniugi ritenevano impossibile proseguire la vita matrimoniale.

Corte di Cassazione, civile Sentenza 6 febbraio 2014, n. 2539

L’abbandono della casa familiare, che di per se’ costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta alla impossibilita’ della convivenza, non concreta tale violazione se si provi – e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono – che esso e’ stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilita’ della prosecuzione della convivenza si sia gia’ verificata, ed in conseguenza di tale fatto. Grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza degli obblighi familiari, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, e’ onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedelta’ nella determinazione dell’intollerabilita’ della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorita’ della crisi matrimoniale all’accertata violazione del dovere derivante dal matrimonio.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 27 giugno 2013, n. 16285

Va riconosciuta l’irrilevanza, ai fini dell’addebito, delle condotte sopravvenute in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale quale rispondente al dettato normativo e al comune sentire, in una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da “affectio coniugalis”.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 04.01.2005, n. 116

La separazione, con o senza addebito, può essere chiesta (a norma dell’art. 151 c.c.) sulla base di fatti che mostrano l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, tali fatti devono essere relativi alla convivenza, mentre restano irrilevanti quelli eventualmente accaduti dopo il provvedimento del presidente del Tribunale che autorizza i coniugi a vivere separatamente, a meno che essi non posseggano autonomo e concreto rilievo causale in ordine alla produzione dell’effetto dell’improseguibilità della convivenza e, quindi, dell’addebito.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 17.07.1999, n. 7566

Il comportamento infedele, se successivo al verificarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza (per esempio nel caso in cui il coniuge intrattenga una nuova relazione nell’abitazione familiare dopo l’emissione dei provvedimenti temporanei del giudice) non è di per sé rilevante, e non può giustificare la pronunzia di addebito della separazione.

Come conseguenza la dichiarazione di addebito può essere richiesta e adottata solo nell’ambito del giudizio di separazione.

Corte di Cassazione Sezione 1 civile Sentenza 20.03.2008, n. 7450

Ai sensi del disposto dell’articolo 151 del Cc la dichiarazione di addebito può essere richiesta e adottata soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità, in tema di addebito, di domande successive a tale giudizio, in quanto il secondo comma dell’articolo 151 del Cc attribuisce la relativa cognizione alla competenza esclusiva del giudice della separazione, con conseguente improponibilità di domande di addebito al di fuori del suddetto giudizio. Pertanto i coniugi che siano pervenuti a una separazione giudiziale senza pronuncia di addebito oppure a una separazione consensuale omologata, non possono chiedere, in un successivo giudizio, né per fatti sopravvenuti né per fatti anteriori alla separazione medesima, una pronuncia di addebito.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 29.03.2005, n. 6625

La dichiarazione di addebito della separazione personale dei coniugi può essere richiesta e adottata solo nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità, in tema di addebito, di domande successive a tale giudizio, poiché il capoverso dell’art. 151 c.c. espressamente attribuisce la cognizione della relativa domanda alla competenza esclusiva del giudice della separazione. Ne consegue che, successivamente alla pronuncia di separazione senza addebito, come all’omologazione di separazione consensuale, le parti non possono chiedere, né per fatti sopravvenuti, né per fatti anteriori alla separazione, una pronuncia di addebito, a nulla rilevando, nel caso di separazione consensuale, nemmeno il carattere negoziale della stessa, e la conseguente applicabilità a essa delle norme generali relative alla disciplina dei vizi della volontà -nei limiti in cui siano compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare- implicando tale regime solo la possibilità di promuovere il relativo giudizio di annullamento.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile  Sentenza 8 maggio 2013, n. 10719

Ai fini dell’addebito conta anche il comportamento che il coniuge tiene subito dopo aver cessato la convivenza qualora costituisca una conferma del passato e concorra ad illuminare sulla condotta pregressa. (Nel caso di specie: un’ingiustificate imposizione unilaterale di una condizione di lontananza dell’altro genitore dai figli minori, iniziata prima della notifica del ricorso separativo e protrattasi anche dopo tale adempimento processuale).

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 4 giugno 2012, n. 8928

Il giudice del merito può inferire, sulla base di un comprovato episodio di violenza (quale quello accertato in sede penale e non contestato neppure dal ricorrente), la veridicita’ della denuncia di precedenti comportamenti analoghi, verificatisi all’interno della mura domestiche. La condotta tenuta da uno dei coniugi dopo la separazione e in prossimita’ di essa, se pure priva di efficacia autonoma nel determinare l’intollerabilita’ della convivenza, puo’ comunque essere valutata dal giudice, quale elemento alla luce del quale valutare la condotta pregressa ai fini del giudizio di addebitabilita’.

Corte di Cassazione Sezione 1 civile Sentenza 28.05.2008, n. 14042

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri di cui all’articolo 143 del C.c., necessitando la prova della sussistenza del nesso causale tra i comportamenti addebitati e il fallimento della convivenza. Ciò posto, la condotta contraria ai doveri coniugali, ove successiva al venir meno della convivenza, sia pure immediatamente prossima alla cessazione della stessa, può rilevare, ai fini della dichiarazione di addebito, solo ove concorra a illuminare sulla condotta pregressa. In punto di onere probatorio, il giudice di merito non è tenuto a giustificare diffusamente le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, ove manchino contrarie argomentazioni delle parti o esse non siano specifiche, potendo, in tal caso, limitarsi a riconoscere quelle conclusioni come giustificate dalle indagini svolte dall’esperto e dalle spiegazioni contenute nella relativa relazione. Ne consegue, che non è censurabile, in sede di legittimità, la statuizione del giudice di merito che abbia disposto l’affidamento della prole minore all’ente locale, dando conto delle ragioni del proprio apprezzamento mediante una congrua e logica motivazione.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 02.09.2005, n. 17710

Il comportamento tenuto dal coniuge successivamente al venir meno della convivenza, ma in tempi immediatamente prossimi a detta cessazione, sebbene privo, in sé, di efficacia autonoma nel determinare l’intollerabilità della convivenza stessa, può nondimeno rilevare ai fini della dichiarazione di addebito della separazione allorché costituisca una conferma del passato e concorra a illuminare sulla condotta pregressa.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 20 giugno 2013, n. 15486

In tema di separazione giudiziale, l’addebitabilità della colpa del fallimento del matrimonio deve essere riferita anche al periodo di convivenza pre-matrimoniale, allorchè questo si collochi rispetto al matrimonio come un periodo di convivenza continuativo, che consente, quindi, di valutare complessivamente la vita della coppia e le reciproche responsabilità dei coniugi.

Cassazione Civile, Sez. VI, 23 giugno 2017, n. 15811, ord.

Grava sulla parte che richiede l’addebito della separazione all’altro coniuge, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 22 aprile 2016, n. 8149

In materia di separazione tra coniugi, la lettera mediante la quale uno dei coniugi fa autocritica ammettendo alcuni errori commessi durante la relazione matrimoniale non è sufficiente per addebitargli la separazione. La missiva, infatti, non può essere valutata alla stregua di una confessione probante la violazione dei doveri coniugali. (Nella specie la Cassazione ha così respinto il ricorso di un ex marito che aveva portato in tribunale stralci delle missive nelle quali la sua ex moglie riconosceva di essere stata sgarbata e di aver tenuto un comportamento sbagliato. Non basta questo però per ottenere l’addebito).

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 23 maggio 2014, n. 11516

A fronte dell’adulterio il richiedente l’addebito non è onerato anche della dimostrazione dell’efficienza causale dal medesimo svolta; spetta, di conseguenza, all’altro coniuge di provare, per evitare l’addebito, il fatto estintivo e cioè che l’adulterio

sopravvenne in un contesto familiare già disgregato, al punto che la convivenza era mero simulacro; ne deriva parimenti che, una volta accertato l’adulterio, la sentenza che su tale premessa fonda la pronuncia di addebito è sufficientemente motivate.  (nella specie la Corte ha affermato la liceità dell’utilizzo della relazione investigativa redatta da tecnico incaricato da una delle parti del giudizio).

Cassazione civile, sez. VI, 31 ottobre 2015, n. 23307

La separazione giudiziale è addebitabile al coniuge, nella specie il marito, che abbia effettuato, in violazione dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c., un’ingente donazione in favore del fratello, dalla quale ne sia derivato un notevole depauperamento del patrimonio familiare, sempre che si accerti che tale condotta abbia determinato l’intollerabilità della convivenza.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 18 novembre 2013, n. 25843

La dichiarazione di addebito della separazione implica la imputabilità al coniuge del comportamento, volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri del matrimonio, cui sia ricollegabile l’irreversibile crisi del rapporto fra coniugi. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva ritenuto, da un lato, che la condotta, consistente in furti di danaro ai familiari ed ai terzi ed in acquisti particolarmente frequenti e fuori misura di beni mobili, configurasse violazione dei doveri matrimoniali, e, dall’altro lato, che il disturbo della personalità del coniuge, caratterizzato da un impulso compulsivo all’acquisto, non escludesse la capacità di intendere e di volere e l’imputabilità di detti comportamenti).

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 14 febbraio 2012, n. 2059

Il coniuge che provi l’abbandono volontario e definitivo della residenza familiare da parte dell’altro, senza che questi abbia proposto domanda di separazione, non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio. Un simile comportamento, infatti, implica di fatto la cessazione della convivenza e degli obblighi ad essa connaturati, gravando dunque sulla parte che si è allontanata l’onere di offrire la prova contraria, e cioè che quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità delle coabitazione. Infatti, l’unico caso in cui è ammissibile l’abbandono del tetto coniugale, come previsto dalla L. 171/1975 che ha integrato l’art. 146 del c.c., è quello in cui sia stata proposta domanda di separazione.

Corte di Cassazione Sezione 1 Civile Ordinanza del 24 febbraio 2011, n. 4540

Ai fini della pronuncia di addebito non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dall’articolo 143 del Cc, ma occorre verificare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, cosicché, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito. Non elide il nesso causale tra l’allontanamento volontario e la persistenza di una pregressa condizione d’irreversibile dissidio della coppia che avrebbe indotto l’abbandono, l’assenza di episodi di maltrattamenti o di vessazioni da parte del coniuge abbandonato. (si veda anche Tribunale Ancona, civile  Sentenza 13 febbraio 2013, n. 185 secondo cui “Scatta l’addebito della separazione per il coniuge che abbia reso insostenibile la convivenza, inducendo l’altro ad abbandonare il tetto familiare”. Nel caso di specie è stato considerato giustificato l’allontanamento da casa della moglie che, vittima di soprusi, fisici e psicologici, sia stata costretta a trovare un’altra sistemazione).

Corte di Cassazione, Sezione 1 Civile, Sentenza del 5 febbraio 2008, n. 2740

Ai fini dell’addebitabilità della separazione, l’indagine circa l’intollerabilità della convivenza deve essere svolta sulla base della valutazione globale e della comparazione dei comportamenti di entrambi i coniugi, non potendo la condotta dell’uno formare oggetto di apprezzamento senza un raffronto con quella dell’altro, dal momento che solo tale comparazione permette di riscontrare se e quale incidenza esse abbiano avuto, nelle loro reciproche interferenze, agli effetti della determinazione della crisi matrimoniale (Cass. 14 novembre 2001, n. 14162; Corte di Cassazione civ, Sezione 1 Civile, Sentenza del 17 dicembre 2007, n. 26571).

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 16.01.2003, n. 559

Al fine di decidere circa la domanda di addebito della separazione il giudice è tenuto a esaminare la condotta di entrambi i coniugi, e le circostanze di fatto affermate da uno dei due non possono considerarsi provate perché l’altro non le ha contestate.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 07.09.1999, n. 9472

In tema di separazione personale dei coniugi, l’indagine sull’intollerabilità della convivenza e sull’addebitabilità della separazione stessa -istituzionalmente riservata al giudice del merito ed incensurabile in Cassazione se sorretta da congrua motivazione- non può basarsi sull’esame di singoli episodi di frattura (che possono essere anche successivi al verificarsi della situazione di intollerabilità della convivenza e possono incidere sul giudizio di addebitabilità quale causa concorrente alla definitiva rottura) ma deve derivare dalla valutazione globale dei reciproci comportamenti, quali emergono dal processo.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 27 giugno 2013, n. 16285

In relazione all’efficacia lesiva dell’abbandono del tetto coniugale, la più recente giurisprudenza della Corte (Cass., 30/1/2013, n. 2183) ha ribadito il principio secondo cui deve escludersi che esso, quando intervenga in una situazione già irrimediabilmente compromessa, anche per ragioni obiettive, che prescindono dall’addebitabilità ad uno dei coniugi (Cass., 21/3/2011, n. 2011; Cass., 9/10/2007, n. 21099), costituisca condotta contraria ai doveri del matrimonio.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 8 maggio 2013, n. 10719

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto; tale prova è più rigorosa nell’ipotesi in cui l’allontanamento riguardi pure i figli, dovendosi specificamente ed adeguatamente dimostrare, anche riguardo ad essi, la situazione d’intollerabilità.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 14 febbraio 2012, n. 2059

Il coniuge che provi l’abbandono volontario e definitivo della residenza familiare da parte dell’altro, senza che questi abbia proposto domanda di separazione, non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio. Un simile comportamento, infatti, implica di fatto la cessazione della convivenza e degli obblighi ad essa connaturati, gravando dunque sulla parte che si è allontanata l’onere di offrire la prova contraria, e cioè che quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità delle coabitazione. Infatti, l’unico caso in cui è ammissibile l’abbandono del tetto coniugale, come previsto dalla L. 171/1975 che ha integrato l’art. 146 del c.c., è quello in cui sia stata proposta domanda di separazione.

Cassazione Civile, Sez. VI, 15 dicembre 2016, n. 25966

L’allontanamento dalla residenza familiare costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed è conseguentemente causa di addebito della separazione; non concreta, invece, tale violazione se l’allontanamento risulti legittimato da una “giusta causa”, vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza.

Cassazione Civile, Sez. VI, 12 aprile 2016, n. 7163

L’allontanamento di uno dei coniugi dalla residenza familiare non concreta violazione di un obbligo matrimoniale, e quindi causa di addebito della separazione, laddove il coniuge risulti legittimato da una “giusta causa”, vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare.

Corte cassazione, sezione I, sentenza 29 settembre 2015 n. 19328 

L’allontanamento dal domicilio coniugale può costituire causa di addebito della separazione a meno che sia avvenuto per giusta causa che può essere rappresentata dalla stessa proposizione della domanda di separazione, di per sé indicativa di pregresse tensioni tra i coniugi e, quindi, dell’intollerabilità della convivenza, sicché, in caso di allontanamento e di richiesta di addebito, spetta al richiedente, e non all’altro coniuge, provare non solo l’allontanamento dalla casa coniugale, ma anche il nesso di causalità tra detto comportamento e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

Corte di Cassazione Sezione 1 civile Sentenza 03.04.2009, n. 8124

Ai fini dell’addebitabilità della separazione dei coniugi è necessario accertare se la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento di uno o di entrambi i coniugi e se sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati e il verificarsi dell’intollerabilità della convivenza. Sussiste tale nesso nel caso del comportamento di un coniuge, dispotico e non rispettoso della dignità dell’altro, al quale aveva cercato di impedire di frequentare un corso di insegnante di sostegno, rifiutando ogni finanziamento al riguardo, prendendolo a schiaffi, ostacolando i suoi rapporti con la famiglia di origine e insolentendolo alla presenza dei bambini e dei parenti.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 02.09.2005, n. 17710

Ai sensi dell’art. 144 c.c., prevedente l’obbligo per i coniugi di concordare tra di loro l’indirizzo della vita familiare, le scelte educative e gli interventi diretti a risolvere i problemi dei figli devono essere adottati d’intesa tra i coniugi. Un atteggiamento unilaterale, sordo alle valutazioni e alle richieste dell’altro coniuge, a tratti violento ed eccessivamente rigido, può tradursi, oltre che in una violazione degli obblighi del genitore nei confronti dei figli, anche nella violazione dell’obbligo, nei confronti dell’altro coniuge, di concordare l’indirizzo della vita familiare e, in quanto fonte di angoscia e dolore per il medesimo, nella violazione del dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 c.c. Ove tale condotta si protragga e persista nel tempo, aprendo una frattura tra un coniuge e i figli e obbligando l’altro coniuge a schierarsi a difesa di costoro, essa può divenire fonte di intollerabilità della convivenza e rappresentare, in quanto contraria ai doveri che derivano dal matrimonio sia nei confronti del coniuge che dei figli in quanto tali, causa di addebito della separazione ai sensi dell’art. 151 secondo comma, c.c..

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 31 maggio 2012, n. 8773

La mancanza di un’intesa sessuale rappresenta una «giusta causa» per abbandonare il tetto coniugale, ragion per cui l’abbandono, giustificato da tale motivo, non può sorreggere una pronuncia di addebito, emergendo, nella relazione di coniugio, l’assenza di un rapporto «sereno e appagante».

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 23.03.2005, n. 6276

Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge -poiché, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner- configura e integra violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall’art. 143 c.c., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale. Tale volontario comportamento sfugge, pertanto, a ogni giudizio di comparazione, non potendo in alcun modo essere giustificato come reazione o ritorsione nei confronti del partner e legittima pienamente l’addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 20.12.1995, n. 13021

In tema di separazione personale, il grave stato di infermità di uno dei coniugi, perdurante nel tempo e non reversibile, può costituire, per le modalità in cui si manifesti e per le implicazioni nella vita degli altri componenti il nucleo familiare, specialmente se investe la sfera psichica della persona precludendo ogni possibilità di comunicazione o di intesa, un elemento di così grave alterazione dell’equilibrio coniugale, da determinare di per se stesso un’oggettiva impossibilità di prosecuzione della convivenza. In siffatta ipotesi, ove l’altro coniuge non adempia ai doveri di assistenza morale e materiale, ai fini della eventuale pronuncia di addebito, la violazione di tale dovere non può essere riguardata di per se stessa, ma occorre invece accertare in concreto -con riferimento a tutte le circostanze del caso concreto e alla successione temporale degli avvenimenti- se la condotta del coniuge rifletta un atteggiamento di mero rifiuto dell’impegno solidaristico assunto con il matrimonio, con efficacia diretta sulla definitiva dissoluzione del vincolo matrimoniale, o non costituisca piuttosto una presa d’atto di una non superabile e già maturata situazione di impossibilità della convivenza.

Corte di Cassazione, civile Sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183

In tema di addebito della separazione, il giudice di merito non ha l’obbligo di verificare se ci siano stati atti contrari ai doveri del matrimonio da parte dell’ex coniuge, basta, infatti, la constatazione, in base ai fatti oggettivi emersi, della disaffezione da parte dell’altro coniuge. In particolare, l’esigenza avvertita da uno dei due coniugi, dopo anni di matrimonio infelice, di fare le valige e di chiedere la separazione è sufficiente a provare quell’impossibilità di convivenza prevista dalla legge per escludere l’addebito e lasciare la libertà, costituzionalmente garantita, a uno dei coniugi di sciogliere l’unione. (Nel caso di specie, questa era provata da una scelta compiuta dalla moglie in un’età avanzata, età in cui si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari per ricevere solidarietà morale e materiale piuttosto che allontanarsene. Il fatto che la donna vi avesse rinunciato va considerato come il segnale che l’infelicità, per lei, aveva superato il limite della tollerabilità).

Cass. civ., sez. I, 12 agosto 2009, n. 18235

Non integra causa di addebito della separazione l’allontanamento dalla casa coniugale del coniuge, andato all’estero per assistere il genitore malato, qualora non si dimostri che l’intollerabilità della convivenza fosse antecedente rispetto all’allontanamento e dipendente dalla violazione del dovere di fedeltà da parte dell’altro coniuge.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 06.02.2003, n. 1744

Il trasferimento del domicilio del coniuge non comporta l’addebito della separazione qualora la violazione del dovere di fissare concordemente la residenza familiare anziché essere la causa del disintegrarsi del consorzio familiare ne sia uno degli effetti.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 16 maggio 2013, n. 11981 

In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative e inderogabili, traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, e oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo e si sottraggono anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 4 giugno 2012, n. 8928

Ove i fatti accertati a carico di un coniuge si traducano nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo; in tali casi, anche la comparazione con tale comportamento non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.(1)


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