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Lo sai che? Cartella di pagamento: spetta il rimborso delle spese?

Lo sai che? Pubblicato il 27 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 febbraio 2018

L’agente di riscossione è tenuto a sopportare le conseguenze processuali dell’accoglimento dell’opposizione, tra cui la condanna alla rifusione delle spese di lite.  

Hai fatto ricorso contro una cartella di pagamento e il tuo avvocato ti ha chiesto un onorario particolarmente elevato. In parte sono le tasse che devi pagare per avviare il giudizio (il cosiddetto «contributo unificato»); in parte si tratta del giusto onorario dovuto al professionista. A te sembra assurdo dover pagare per colpa di un errore commesso da altri (nel caso di specie il fisco italiano) e, se anche sei costretto per il momento ad anticipare queste spese, speri di ottenere, a fine causa, il rimborso dall’avversario. Così ti chiedi se, in caso di ricorso contro la cartella di pagamento, spetta il rimborso delle spese legali al contribuente che vince la causa. La soluzione è stata fornita dalla Cassazione qualche giorno fa [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi.

La regola vuole che chi perde una causa debba pagare le spese processuali alla controparte: questo principio (detto «principio della soccombenza») vale sia per il processo civile che per quello tributario ma, in passato, ha trovato numerose eccezioni tutte le volte in cui il giudizio aveva ad oggetto delle cartelle di pagamento. Questo perché molti giudici ritenevano che, anche nel caso in cui il debito non fosse dovuto, la responsabilità per una illegittima richiesta di pagamento non dovesse ricadere sull’Agente della riscossione – il quale ha solo una funzione di intermediario per la riscossione – ma tutt’al più sulla pubblica amministrazione. Risultato: il cittadino vinceva il ricorso ma le spese legali restavano a suo carico. Ciò ha portato molti contribuenti a fare ricorso fino alla Cassazione per ottenere la restituzione dei costi sostenuti per la parcella dell’avvocato o del commercialista. A mettere le cose in ordine ora interviene una ordinanza della Suprema Corte secondo cui, se l’opposizione alla cartella esattoriale è fondata, l’Agenzia Entrate Riscossione deve pagare le spese processuali.

È vero, nella procedura di riscossione esattoriale, l’agente della riscossione non è tenuto a verificare la legittimità del titolo esecutivo; questi si deve limitare a compilare la cartella secondo il modello ministeriale e a notificarla al debitore. Tutt’al più la responsabilità dell’Esattore può scattare solo per vizi formali, ossia quando la cartella viene notificata a termini ormai decorsi oppure omettendo le informazioni necessarie per consentire al contribuente di difendersi (l’indicazione della motivazione della cartella, la quantificazione degli interessi, la firma del responsabile del procedimento, ecc.). Se invece l’ente titolare del credito ha errato nell’iscrivere a ruolo l’importo, chi ne risponde?

La Cassazione, a riguardo, ricorda che tra titolarità del credito e titolarità del potere di azione esecutiva vi è una netta scissione e dunque l’opposizione all’esecuzione deve essere proposta nei confronti dell’agente di riscossione. Ne consegue che in capo a quest’ultimo, quale legittimato passivo, si produrranno tutte le conseguenze dell’eventuale fondatezza dell’opposizione all’azione esecutiva.

Detto in parole povere, tutte le volte in cui viene notificata una cartella di pagamento il contribuente è tenuto a proporre ricorso contro quest’ultima nei termini indicati dalla legge (60 giorni come regola; 40 giorni per i contributi previdenziali; 30 per le sanzioni amministrative). Null’altro gli è richiesto. Sarà l’esattore a doversi difendere in giudizio contro il ricorso avanzato dal cittadino, eventualmente chiamando in causa l’ente titolare del credito responsabile per aver azionato una pretesa di pagamento illegittima (il quale sarà responsabile in solido con l’esattore per il pagamento delle spese processuali). Se non lo fa, le conseguenze di una eventuale soccombenza da parte dell’amministrazione non possono che ricadere sullo stesso agente della riscossione e non certo sul cittadino. Diversamente, si avrebbe la paradossale conseguenza che sul contribuente ricadrebbero le conseguenze dell’inerzia dell’esattore per non aver chiamato in causa l’ente titolare del credito.

note

[1] Cass. ord. n. 2993/2018 del 7.02.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 14 dicembre 2017 – 7 febbraio 2018, n. 2993
Presidente Amendola – Relatore Rossetti

Fatto e diritto

Rilevato che:
la società Equitalia Sud spa ha impugnato per cassazione la sentenza del Tribunale di Roma 30.9.2015 n. 19462;
tale sentenza, accogliendo l’opposizione proposta da M.C. all’esecuzione iniziata da Equitalia Sud per la riscossione d’una cartella esattoriale, a sua volta emessa per il pagamento d’una sanzione amministrativa (irrogata per violazione delle norme del codice della strada), ha condannato in solido sia il Comune di Roma (ovvero l’ente che irrogò la sanzione amministrativa), sia la Equitalia Sud s.p.a. (ovvero l’egente della riscossione), alla rifusione in favore dell’opponente delle spese di lite, liquidate in Euro 265;
con l’unico motivo del proprio ricorso, la Equitalia lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c.; è denunciata, in particolare, la violazione degli artt. 91 e 97 c.p.c., nonché degli artt. 12, 24, 25, 59 d.p.r. 29.9.1973 n. 602;
il motivo, pur formalmente unitario, contiene in realtà due censure:
(a) con una prima censura, la ricorrente sostiene che nel giudizio di opposizione all’esecuzione proposto da M.C. essa non si sarebbe potuta ritenere “soccombente” ai sensi dell’art. 91 c.p.c., e di conseguenza non poteva essere condannata alle spese;
(b) con una seconda censura sostiene che, in virtù delle norme che disciplinano la riscossione coattiva a mezzo ruolo esattoriale (d.p.r. 29.9.1973 n. 602), l’agente della riscossione non ha né l’obbligo, né il potere, di verificare la legittimità del titolo esecutivo in base al quale è iniziata l’esecuzione, e di conseguenza non può essere condannata alla rifusione delle spese processuali, nel caso in cui l’opposizione venga accolta per fatti imputabili all’ente impositore (come appunto nel caso di specie, nel quale l’opposizione venne accolta a causa d’un difetto della notifica del verbale di contestazione dell’infrazione al codice della strada commessa dall’opponente, attività che è di esclusiva competenza del Comune di Roma);
Considerato che:
il ricorso è infondato;
il presente giudizio ha preso le mosse da una opposizione a cartella di pagamento, con la quale l’opponente si dolse di non avere mai ricevuto la notifica del verbale di contestazione dell’infrazione;
tale opposizione, in virtù della scissione che il nostro ordinamento prevede tra la titolarità del credito e la titolarità del potere di azione esecutiva, va proposta nei confronti dell’agente della riscossione;
questi, pertanto, è il solo soggetto che, iniziando l’esecuzione, fa sorgere l’onere di contestazione in capo al debitore ed è quindi giocoforza che sia esso a sopportarne le conseguenze in dipendenza della sua veste, per il caso di fondatezza delle contestazioni all’azione esecutiva da esso, come già ritenuto da questa Corte (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3101 del 6.2.2017, alla cui ampia motivazione può in questa sede farsi rinvio);
la sopportazione di tali conseguenze, da parte dell’agente della riscossione, costituisce dunque applicazione del principio di causalità, non di quello di soccombenza, e trova il giusto contrappeso nella facoltà dell’agente della riscossione di chiamare in causa l’ente creditore (ai sensi dell’art. 39 d. lgs. 13 aprile 1999, n. 112), quando l’opposizione si fondi su vizi di procedimento o di merito ascrivibili esclusivamente all’ente impositore o creditore;
aggiungasi che al fine di non aggravare ulteriormente la posizione del debitore d’una pretesa esattoriale, il quale è già assoggettato ad un regime di particolare sfavore – rispetto all’esecuzione ordinaria – in nome delle esigenze di maggiore effettività del recupero connesse alle qualità oggettive o funzionali del credito, non può farglisi carico della ripartizione, tutta interna al rapporto tra ente creditore interessato ed agente della riscossione, dell’imputabilità dell’ingiustizia od iniquità dell’azione esecutiva al primo o al secondo, nemmeno ai fini del riparto delle spese della lite che egli è stato costretto a promuovere per fare valere l’illegittimità dell’azione esecutiva stessa;
le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza nei rapporti tra la ricorrente e M.C. ; nei rapporti tra la ricorrente e Roma Capitale possono essere compensate, in considerazione del fatto che l’amministrazione comunale, non essendo destinataria delle doglianze formulate col ricorso, non aveva interesse a contraddire;
il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228).

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;
(-) condanna Equitalia Sud s.p.a. alla rifusione in favore di M.C. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 710, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55;
(-) compensa integralmente le spese del presente giudizio di legittimità tra Equitalia Sud s.p.a. e Roma Capitale;
(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dall’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte di Equitalia Sud s.p.a. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.


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