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Lo sai che? Redditi attività illecite: come dichiararli

Lo sai che? Pubblicato il 1 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 marzo 2018

I proventi incassati da attività illecite o prive di codici devono essere dichiarati alla voce «Redditi diversi».

Non esistono attività non tassabili. Tutti, ma proprio tutti, devono presentare la dichiarazione dei redditi. Anche chi incassa somme modeste o chi svolge particolari tipi di commercio che – per il diritto civile – non possono essere contrattualizzati. È il caso, ad esempio, di chi svolge prestazioni contrarie al buon costume o impossibili da realizzare perché sfruttano la credulità popolare. Quando il contribuente non trova un proprio codice attività, deve dichiarare all’Agenzia delle Entrate gli incassi percepiti come «redditi diversi». È quanto traspare dalle ultime sentenze della Cassazione che hanno dichiarato tassabili, ad esempio, gli introiti di veggenti, cartomanti, santoni, prostitute. In tutte queste occasioni la Corte ha chiarito come dichiarare i redditi da attività illecite. Non ci sono scuse neanche per chi si inventa un’attività dal nulla anche se lecita come la vendita sistematica di oggetti usati su aste online (come eBay), i ricavi ottenuti dall’affiliazione con Amazon e dalla promozione dei relativi prodotti, i proventi pubblicitari di un piccolo blog collegato a Google Adsense o a qualsiasi altra concessionaria pubblicitaria. Vediamo più da vicino cosa è stato chiarito dalla giurisprudenza.

Non presentare la dichiarazione dei redditi è reato?

Se è vero che abbiamo esordito dicendo che tutti devono presentare la dichiarazione dei redditi, anche quando svolgono attività illecite, è anche vero che questo comportamento non dà subito origine a un reato. Se l’evasione delle imposte Iva e Irpef è infatti fino a 50mila euro sono previste solo sanzioni di tipo tributario ossia amministrative. Dal 1° gennaio 2016 le sanzioni sono da 250 euro a 1000 euro. Se si presenta la dichiarazione entro i termini dell’anno successivo, la sanzione va da 150 a 500 euro.

Quando invece i redditi non dichiarati superano la soglia di 50mila euro, non presentare la dichiarazione dei redditi è reato e, quindi, scatta il procedimento penale.

Cartomanti e veggenti devono presentare la dichiarazione dei redditi

Con una pronuncia pubblicata ieri, la Cassazione ha detto che cartomanti, santoni e veggenti, anche quando svolgono attività illecite (perché fanno credere ai clienti di poter parlare con il divino o di poter curare malattie) devono presentare la dichiarazione dei redditi e, quindi, pagare le tasse. I proventi dall’attività “divinatoria”  devono essere riportati alla voce «redditi diversi» della dichiarazione dei redditi.

Se si supera la soglia di 50mila euro, la mancata sottoesposizione all’Irpef dei proventi viene configurata come delitto. Infatti, qualsiasi credito, anche illecito, costituisce reddito tassabile. Se poi c’è il rischio che il contribuente possa occultare i guadagni, il tribunale può disporre il sequestro finalizzato alla confisca dei beni (conto corrente, polizze assicurative, ecc.).

Anche le prostitute devono pagare le tasse

L’attività della prostituta non è considerata illecita come quella dei cartomanti quando sfruttano la credulità popolare e magari fanno credere di poter guarire mali incurabili. Se però è vero che sul profilo penale le escort non rischiano nulla, da un lato civilistico la loro attività è considerata contraria al buon costume e il contratto (per quanto verbale) è nullo. Il che significa, ad esempio, che se la lucciola volesse agire contro un proprio cliente che non vuol pagarla non può farlo perché la legge non tutela il suo interesse patrimoniale.

Da un punto di vista fiscale, a lungo le prostitute si sono giustificate di non poter pagare le tasse perché non esisterebbe un codice attività previsto nella dichiarazione dei redditi. Ma secondo la Cassazione anche per loro è necessario indicare i proventi ricevuti con la voce «redditi diversi» [2]; non ci sono quindi scuse per non presentare la dichiarazione dei redditi e non pagare le tasse.

Lo sfruttatore deve presentare la dichiarazione dei redditi

Andando avanti nella rassegna delle sentenze, troviamo una pronuncia del 2010 con cui la Cassazione ha ritenuto tassabile anche il guadagno del “pappone”. Chi sfrutta le escort deve presentare la dichiarazione dei redditi. Dice la Corte: «Il reddito proveniente dall’attività di prostituzione e riconosciuto alle prostitute non può essere considerato un costo per colui che incassa le somme guadagnate dalle prostitute e, in ogni caso, provenendo da attività illecite, concorre a formare la base imponibile; risponde, pertanto, del delitto di omessa dichiarazione dei redditi il soggetto che ometta di indicare nella dichiarazione dei redditi i ricavi derivanti dallo sfruttamento dell’altrui prostituzione» [3]. Con la conseguenza che se lo sfruttatore non presenta la dichiarazione dei redditi e non paga le tasse come tutti gli altri contribuenti, l’Agenzia delle Entrate potrà inviargli un accertamento fiscale e, nei casi di evasione più grave, denunciarlo alla procura della Repubblica per evasione fiscale.

Vendere su internet: se l’attività è sistematica è reddito di impresa

Venendo ad attività più “regolari” e lecite, chi apre una piccola attività con cui, in modo sistematico, acquista beni usati e poi li rivende (magari online su siti di aste come eBay) svolge attività commerciale e quindi è tassabile come reddito di impresa. Il blogger che inserisce, sul proprio sito, i codici di Google Adsense per guadagnare con la pubblicità deve dichiarare gli incassi ricevuti e, se le pubblicazioni sono costanti, anche lui rientra nella voce di redditi di impresa.

note

[1] Cass. sent. n. 9091/18 del 28.02.2018.

[2] Cass. sent. n. 22413 del 4.11.2016.

[3] Cass. sent. n. 42160/2010. Cfr. Cass. sent. n. 408/1996: «La tassazione dei redditi derivanti da attività illecite non comporta violazione degli art. 1, 2, 3, 24, 41, 53 cost. Già nel sistema originario di cui alle norme del testo unico delle imposte sui redditi i proventi derivanti da attività illecite e rientranti nelle categorie reddituali di cui all’art. 6 del medesimo dovevano ritenersi tassabili, se ancora nella disponibilità del percettore. La disposizione di cui all’art. 14, comma 4, l. 24 dicembre 1993 n. 537 ha, pertanto, natura interpretativa. L’eventuale convinzione dell’agente circa l’intassabilità di tali redditi in epoca anteriore all’entrata in vigore della l. n. 537 del 1993 non può configurare una fattispecie di ignoranza inevitabile della legge penale (rispetto ai reati di infedele dichiarazione e omessa annotazione del provento nelle scritture contabili), non potendo detta convinzione considerarsi propria di un contribuente modello, adeguatamente scrupoloso e diligente».


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1 Commento

  1. Per meglio intendere la faccenda, i soli redditi diversi devono essere indicati se si svolge la relativa attività in via occasionale e non abituale o professionale. In questi ultimi due casi, bisogna aprire la Partita IVA con un Codice Ateco di “altre attività non classificabili altrove”, più vicino alla connessa mansione.
    Difatti, la prostituzione in Italia è già tassata; questo ai sensi dell’articolo 36 comma 34bis della Legge 248/2006, come chiarificato dalla Cassazione con le Sentenze n. 10578/2011, 18030/2013, 7206/2016, 15596/2016 e 22413/2016. Il Codice relativo è 96.09.09 “Altre attività di servizio per la persona non classificabili altrove”.
    Cosa aspettano i sex workers ad aprire la partita IVA e pagare le tasse in merito, rilasciando la ricevuta fiscale ad ogni rispettivo cliente?

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