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Abuso edilizio: responsabile il progettista oltre al proprietario?

1 marzo 2018


Abuso edilizio: responsabile il progettista oltre al proprietario?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 marzo 2018



L’ingegnere o l’architetto che hanno redatto il progetto e lo hanno depositato in Comune sono responsabili se l’opera necessitava il permesso di costruire. 

Uno degli ambiti in cui il diritto diventa più contorto e difficile da comprendere per il cittadino medio è l’edilizia: innanzitutto perché le norme sono quasi tutte contenute in leggi speciali e non nel codice (sicché il loro reperimento non è sempre facile per il non esperto); poi perché alle cognizioni giuridiche si devono sommare quelle tecniche che non sempre ha lo stesso avvocato. Non in ultimo, la materia è spesso sensibile alle discipline locali: regolamenti comunali e leggi regionali potrebbero incidere diversamente a seconda del territorio nonostante l’esistenza di un testo unico sull’edilizia. Ecco perché non ci si deve stupire quando si sente parlare di abusi edilizi dovuti più all’ignoranza che alla malafede. Se poi si tiene conto che, in alcune situazioni, le irregolarità sono frutto delle non corrette indicazioni ricevute dagli uffici comunali (delle quali peraltro risponde il proprietario e non il dirigente dell’ufficio) il quadro è abbastanza completo per capire in che ginepraio ci muoviamo. Naturale a questo punto chiedersi se sia davvero giusto che tutta la responsabilità dell’abuso edilizio ricada in capo al titolare dell’immobile o se non sia più corretto che questi debba piuttosto spartirla con il progettista e il direttore dei lavori, ossia il tecnico, l’ingegnere o l’architetto che ha curato il disegno, lo ha portato in Comune, si è sbrigato tutta la questione burocratica e ha controllato l’esecuzione materiale delle opere da parte degli operai. Una soddisfacente risposta è stata data dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1] che mira a trovare una salomonica soluzione al problema. Al giudice è stato in particolare chiesto se, per l’abuso edilizio è responsabile il progettista oltre che il proprietario. Ecco cosa è stato detto.

L’abuso edilizio è un reato?

In cosa consiste innanzitutto un abuso edilizio? Si tratta della realizzazione di un’opera (immobile) in assenza delle autorizzazioni prescritte dalla legge.

Di solito si parla di «edilizia libera» per tutti i lavori che non richiedono il permesso di costruire (per l’elenco leggi Lavori in casa senza bisogno di permesso di costruire). Le opere di maggior impatto in termini di dimensione e che creano una superficie abitabile sono dette «nuove costruzioni» e richiedono il permesso di costruire: chi le esegue senza averlo ottenuto è responsabile di abuso edilizio. Infine ci sono una serie di opere intermedie per le quali è richiesta la Cil, la Cila e la Scia; anche in questo caso, la realizzazione dell’opera senza la denuncia di inizio attività con la relazione del progettista è considerata un abuso.

L’abuso edilizio è un reato. Chi ne deve rispondere viene processato. La responsabilità ricade su chi è l’artefice effettivo dell’abuso; per cui se l’immobile viene venduto con un abuso, il procedimento penale viene avviato nei confronti del vecchio proprietario e non del nuovo; quest’ultimo ne risponde solo se risulta che l’opera, realizzata prima del passaggio di proprietà, era stata chiesta specificamente dall’acquirente come condizione per procedere al rogito.

Il fatto che il nuovo titolare della casa con l’abuso edilizio non risponde del reato non lo mette però al sicuro dall’ordine di demolizione che può essere avviato anche nei suoi confronti benché non artefice dell’opera e non responsabile. Se inoltre il reato è soggetto a prescrizione, l’ordine di demolizione non “scade” mai e può essere intimato in qualsiasi momento.

Quando l’architetto o l’ingegnere sono responsabili per l’abuso edilizio

Insieme al proprietario è responsabile per l’abuso edilizio anche il progettista e il direttore dei lavori quando l’opera eseguita è diversa da quella autorizzata dal Comune o per la quale era richiesta un permesso di costruire a fronte invece della presentazione della Dia, la Scia, la Cil o la Cila. Insomma, quando la difformità dei lavori implica un diverso regime di autorizzazioni amministrative, il procedimento penale scatta anche nei confronti dei tecnici.

Secondo i giudici, l’attestazione di conformità alle norme edilizie e urbanistiche rilasciata dal progettista e l’obbligo di vigilanza in capo al professionista in capo al direttore dei lavori sarebbero svuotate di significato se, in caso di difformità, non scattasse il concorso nel reato da parte di entrambi con il proprietario dell’immobile.

Quindi per l’abuso edilizio non risponde solo il proprietario e costruttore ma anche il progettista e direttore dei lavori se l’opera eseguita, necessitante del permesso a costruire, è difforme e diversa da quella autorizzata con la denuncia di inizio attività.

La Corte Suprema ha stabilito che «per il reato di abuso edilizio [2] è configurabile la responsabilità del progettista e direttore dei lavori, e del costruttore in caso di realizzazione di interventi edilizi necessitanti il permesso di costruire, ma eseguiti in base ad una denuncia di inizio attività accompagnata da dettagliata relazione a firma del predetto professionista, in quanto l’attestazione del progettista di conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e non in contrasto con quelli adottati e ai regolamenti edilizi vigenti comporta l’esistenza in capo al medesimo di un effettivo e concreto obbligo di vigilanza anche nel corso dell’esecuzione dei lavori. Con la logica conseguenza che, se i lavori eseguiti risultano difformi e diversi da quelli autorizzati con Dia, e per essi necessitava il permesso di costruire, responsabile dell’abuso è anche il progettista e direttore dei lavori, in concorso con gli altri autori».

note

[1] Cass. sent. n. 9058/18 del 1.03.2018.

[2] Art.  44, co. 1, lett. b), Dpr 380/01.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 ottobre 2017 – 28 febbraio 2018, n. 9058
Presidente Ramacci – Relatore Socci

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Lecce con decisione del 6 luglio 2015 in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Brindisi del 18 giugno 2014, rideterminava la pena nei confronti di C.D. , Cu.Vi. e P.I. in mesi 4 di arresto ed Euro 14.000,00 di ammenda ciascuno, relativamente al reato loro contestato di cui agli art. 110 cod. pen. e 44, comma 1, lettera B, d.P.R. 380/2001, nelle rispettive qualità di proprietario (C. ), progettista direttore dei lavori (Cu. ) ed esecutore dei lavori (P. , titolare della ditta CAR.MET.EDIL. s.r.l.); fatti accertati in (omissis) .
2. Ricorrono in Cassazione gli imputati, tramite il difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., c.p.p.
2. 1. Per C. .
Violazione di legge, art. 6, 10, 22 e 36 d. P.R. 380 /2001, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.
L’opera edilizia contestata doveva considerarsi di natura precaria e in quanto tale autorizzata dalla D.I.A..
L’opera anche se non corrispondente appieno al progetto della D.I.A. rientrava nella nozione di opera amovibile e temporanea prevista dall’art. 6, d.P.R. 380/2001; non era necessario quindi nessun permesso di costruire. Riferisce sul punto il teste Arch. G. .
2.2. Violazione di legge, art. 36 d.P.R. 380/2001, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.
Il ricorrente ha ottenuto permesso di costruire in sanatoria, n. 5 del 10 luglio 2012, Comune di Fasano. Il reato doveva quindi dichiararsi estinto per sanatoria.
2.3. Violazione di legge, art. 44, comma 1, lettera A, d.P.R. 380/2001, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.
In luogo della contestata lettera B doveva trovare applicazione la lettera A dell’art. 44, comma 1, d.P.R. 38072001, poiché si trattava di mera difformità rispetto all’originario titolo abilitativo.
2. 4. Prescrizione del reato nelle more del deposito della motivazione della sentenza (avvenuta il 15 settembre 2015).
3. Per Cu. .
3. 1. Violazione di legge, art. 481 cod. pen. 522 e 604 cod. proc. pen. Mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione.
La Corte di appello ha operato una diversa qualificazione giuridica del reato, uniformandosi alla decisione del Tribunale.
Infatti si è ritenuto responsabile il ricorrente di aver redatto una dichiarazione di conformità delle opere ultimate rispetto alla D.I.A. palesemente falsa, il fatto quindi andava riqualificato.
3. 2. Violazione di legge e vizio di motivazione.
Al relatore del collaudo finale non risulta attribuibile la condizione soggettiva del reato proprio. La relazione finale, al contrario dell’iniziale D.I.A. non comporta alcuna forma solenne di asseveramento. Ne consegue l’assoluta irrilevanza ed insussistenza penale della presunta natura mendace della dichiarazione di conformità finale.
3. 3. Vizio di motivazione.
Illogicamente la sentenza ritiene che l’arco temporale corrente tra il deposito della relazione e il sopralluogo (30 agosto 2010 e 7 settembre 2010) sia un breve periodo valido a ritenere il ricorrente non estraneo ai lavori abusivi; invero le opere non sono state realizzate in loco, ma prefabbricate e quindi per la posa in opera sarebbe sufficiente anche un solo giorno. Il progettista quindi poteva essere all’oscuro delle opere abusive.
3.4. Violazione di legge, art. 22 e 37 d.P.R. 380/2001; vizio di motivazione.
La realizzazione di interventi in assenza o in difformità della D.I.A. è sanzionata solo in via amministrativa; inoltre non è stata considerata la sanatoria.
3. 5. Prescrizione del reato per decorso del termine massimo di prescrizione.
4. Per P. .
Violazione di legge. Vizio di motivazione.
La concessione in sanatoria esclude la configurabilità del reato; il ricorrente ha seguito le direttive del proprietario e del progettista; la responsabilità delle difformità quindi grava sul progettista e non sull’esecutore dei lavori. Inoltre il ricorrente fin dal primo momento si è reso disponibile all’esecuzione dei lavori come prescritti nella variante edilizia (sanatoria) ma è stato impedito dal proprietario.
Hanno chiesto pertanto l’annullamento della decisione impugnata.

Considerato in diritto

5. I ricorsi risultano inammissibili per manifesta infondatezza dei motivi e per genericità.
La sentenza impugnata (e la decisione di primo grado, in doppia conforme) con motivazione adeguata, immune da contraddizioni e da manifeste illogicità, e con corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte di cassazione, rileva come la struttura realizzata dagli imputati sia “completamente chiusa su tutti i lati munita di vere e proprie finestre, destinata a servizio dell’adiacente servizio commerciale gestito dal C. .. la documentazione fotografica inoltre dimostra in modo inequivocabile che la struttura realizzata non solo non poteva essere edificata con il rilascio della semplice D.I.A…. ma non è per nulla un’opera precaria. Non può infatti, definirsi, né amovibile né precaria una struttura di grandi dimensioni realizzata nel cortile davanti all’esercizio commerciale gestito dal C. funzionalmente destinato ad ospitare i clienti…”.
6. La sanatoria è stata correttamente ritenuta dalla sentenza impugnata ininfluente per l’estinzione del reato, poiché condizionata all’adempimento di prescrizioni, peraltro non effettuate: “È illegittimo, e non determina l’estinzione del reato edilizio di cui all’art. 44 lett. b) del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, il rilascio di un permesso di costruire in sanatoria condizionato all’esecuzione di specifici interventi finalizzati a ricondurre il manufatto abusivo nell’alveo di conformità agli strumenti urbanistici, in quanto detta subordinazione contrasta ontologicamente con la “ratio” della sanatoria, collegabile alla già avvenuta esecuzione delle opere e alla loro integrale rispondenza alla disciplina urbanistica. (Sez. 3, n. 51013 del 05/11/2015 – dep. 29/12/2015, Carratù e altro, Rv. 26603401; vedi anche Sez. 3, n. 22256 del 28/04/2016 – dep. 27/05/2016, Rongo, Rv. 26729001).
7. La lettera A dell’art. 44 d.P.R. 380/2001 prevede l’inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive del titolo abilitativo permesso di costruire-, nel caso in giudizio mancava proprio il titolo abilitativo del permesso di costruire, e quindi la norma applicabile è quella della lettera B, dell’art. 44 cit.
8. Alla data della decisione della Corte di appello (6 luglio 2015, reato accertato il 7 settembre 2010) il reato non era prescritto, non rileva infatti l’attività successiva alla pronuncia: “Ai fini del computo della prescrizione rileva il momento della lettura del dispositivo della sentenza di condanna e non quello successivo del deposito della stessa. (In applicazione del principio, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso che deduceva l’intervenuta estinzione del reato per decorso del termine della prescrizione, essendo il medesimo maturato dopo la pronuncia della sentenza, anche se prima della data di notificazione dell’estratto della decisione all’imputato contumace)”. (Sez. 1, n. 20432 del 27/01/2015 -dep. 18/05/2015, Lione, Rv. 26336501).
L’inammissibilità, del resto, esclude la valutazione della prescrizione eventualmente maturata dopo la sentenza impugnata: “L’inammissibilità del ricorso per Cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen. (Nella specie la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso)” (Sez. U, n. 32 del 22/11/2000 – dep. 21/12/2000, D. L, Rv. 217266).
9. Manifestamente infondati risultano anche i ricorsi di Cu. , progettista e direttore dei lavori, e di P. , esecutore materiale dei lavori. Infatti Cu. non è stato condannato per reato diverso da quello contestatogli (art. 110 cod. pen. e 44, comma 1, lettera B, d.P.R. 380/2001), ma la motivazione della sentenza della Corte di appello (e in parte di quella del Tribunale) se richiama l’attività di documentazione-attestazione (dichiarazione di conformità) del tecnico lo fa incidentalmente ai fini dell’elemento soggettivo del reato. Del resto il progettista e direttore dei lavori risponde del reato edilizio, quando la sua opera non si è limitata alla progettazione ma è andata oltre: “In tema di reati edilizi, è configurabile la responsabilità del progettista in caso di realizzazione di interventi edilizi necessitanti il permesso di costruire, ma eseguiti in base ad una denuncia di inizio attività accompagnata da dettagliata relazione a firma del predetto professionista, in quanto l’attestazione del progettista di “conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e non in contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti” comporta l’esistenza in capo al medesimo di un obbligo di vigilanza anche nel corso dell’esecuzione dei lavori” (Sez. 3, n. 28267 del 09/05/2008 – dep. 10/07/2008, Pacecca e altri, Rv. 24082101); “In tema di violazioni urbanistico – edilizie, la responsabilità per abuso edilizio del committente, del titolare del permesso di costruire, del direttore dei lavori e del costruttore, individuata ai sensi dell’art. 29 del d.P.R. n. 380 del 2001, non è esclusa dall’avvenuto rilascio del titolo abilitativo in violazione di legge o degli strumenti urbanistici, ovvero nell’ipotesi di intervento realizzato direttamente in base ad una D.I.A. illegittima” (Sez. 3, n. 10106 del 21/01/2016 – dep. 11/03/2016, Torzini, Rv. 26629101).
Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Per il reato di cui all’art. 44, comma 1, lettera B, d.P.R. 380/2001, è configurabile la responsabilità del progettista e direttore dei lavori, e del costruttore in caso di realizzazione di interventi edilizi necessitanti il permesso di costruire, ma eseguiti in base ad una denuncia di inizio attività accompagnata da dettagliata relazione a firma del predetto professionista, in quanto l’attestazione del progettista di “conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e non in contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti” comporta l’esistenza in capo al medesimo di un effettivo e concreto obbligo di vigilanza anche nel corso dell’esecuzione dei lavori, con la logica conseguenza che – se i lavori eseguiti risultano difformi e diversi da quelli autorizzati con D.I.A., e per essi necessitava il permesso di costruire -, responsabile dell’abuso è anche il progettista e direttore dei lavori, in concorso con gli altri autori”.
9. 1. Relativamente al ricorso di P. , oltre a quanto visto sopra sotto il profilo della sua responsabilità, si deve evidenziare che la sua intenzione di ottemperare alle prescrizioni della sanatoria (impedito a suo dire dal proprietario) non è rilevante ai fini dell’esclusione della responsabilità, ma in tesi, potrebbe rilevare sul trattamento sanzionatorio, che non risulta sia motivo di ricorso.
Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 2.000,00, per ogni ricorrente, e delle spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen..

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

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