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Una promessa ha valore legale?

4 Marzo 2018


Una promessa ha valore legale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Marzo 2018



Che fare se una persona, che ha dato la propria parola, non mantiene l’impegno: come far rispettare una promessa.

C’è una gran confusione quando si parla di impegni e contratti: comunemente si crede che “non avere nulla di scritto” possa costituire un ostacolo al far valere i propri diritti così come si cade nell’equivoco di pensare che una promessa non abbia valore legale. Invece la legge prende atto della facilità con cui gli impegni vengono spesso proferiti a voce e dà valore a tutto ciò che è verbale al pari di uno scritto, anche se quest’ultimo può essere più facilmente dimostrato. Salvo casi eccezionali (come, ad esempio, nei contratti con la banca o quando si trasferiscono diritti immobiliari) un contratto può essere stipulato anche a voce. Tanto per fare un esempio, si conclude una compravendita quando si paga alla cassa del supermercato, quando si acquista un giornale o un caffè, quando si clicca sul pulsante “acquista” di un sito di e-commerce. Una promessa, in questo contesto, come si colloca? È già un impegno definitivo o solo l’inizio di una trattativa che necessita però di una successiva conferma, magari per iscritto? Esistono varie ipotesi contemplate dal diritto, che necessitano di essere analizzate singolarmente. Ecco dunque quando una promessa ha valore legale e quando invece non lo ha.

Promessa di un regalo

Forse ancora non lo sai ma quel semplice gesto con cui regali un oggetto o del denaro a qualcuno è un contratto. Si chiama «donazione». Per la legge è un «contratto a titolo gratuito», cioè senza che vi sia nulla in cambio. Resta pur sempre un contratto perché richiede il consenso (esplicito o implicito) del beneficiario (cosiddetto donatario). Non puoi – in altri termini – regalare qualcosa a qualcuno nonostante il suo dissenso. Prendi il caso di una persona che non voglia ricevere soldi o altri doni da un’altra di dubbia moralità e con precedenti penali; o l’ipotesi in cui un tale voglia regalare un vecchio terreno abbandonato a un parente, che è per lui solo un peso e causa di inutili spese. Non c’è bisogno che il consenso del donatario sia esplicito e formalizzato su un pezzo di carta, ben potendo essere manifestato con un comportamento concludente, come l’accettazione del bene.

Se però la donazione ha ad oggetto un bene che impoverisce il donatario (cosiddetta «donazione di non modico valore») questa deve avvenire necessariamente davanti al notaio e alla presenza di due testimoni.

L’aspetto che qui più ci interessa della donazione è però quello della spontaneità del gesto: non si può avere una donazione se il donante lo fa in forza di un obbligo, sebbene assunto volontariamente. Questo significa che non ci si può impegnare a donare in un momento successivo. Chi si impegna con un’altra persona promettendole che, entro una determinata data, le farà un regalo, sta realizzando un atto privo di alcun effetto. Questo significa che la promessa di un regalo, o meglio la promessa di una donazione, non ha valore giuridico e non può essere fatta rispettare.

Tanto per chiarirci, una persona che promette al proprio figlio di regalargli un’auto non appena si sarà laureato non può essere citata davanti al giudice se non rispetta la parola data. Allo stesso modo, un soggetto che si impegna ad aiutare un proprio amico in un momento di difficoltà e poi non lo sostiene non è passibile di una causa.

In tutti questi casi, infatti, siamo in presenza di una donazione. Diverso è il discorso – lo vedremo a breve – se, a fronte dell’impegno, viene corrisposto un prezzo o se la prestazione non è a titolo gratuito.

La promessa di concludere un contratto

Abbandoniamo ora l’ipotesi della donazione e facciamo l’esempio di due persone che si stanno accordando per concludere un contratto: ad esempio l’affitto di un appartamento, la vendita di un capo d’abbigliamento, l’esecuzione di una prestazione professionale, ecc. In questo caso la promessa può intervenire in due momenti diversi:

  • in una fase anteriore alla stipula vera e propria del contratto, si può avere la promessa di concludere successivamente l’accordo vero e proprio;
  • in una fase invece successiva, invece, quando i termini dell’accordo sembrano orami definiti in tutti i sensi, si può avere la promessa di eseguire la prestazione concordata (di questa ci occuperemo nel paragrafo successivo).

Vediamo la prima ipotesi, ossia la promessa di concludere un contratto. Qui siamo nell’ambito delle cosiddette trattative che impegnano le parti a comportarsi secondo buona fede. Facciamo un esempio. Immaginiamo una persona che sta cercando un appartamento in affitto; ne trova finalmente uno e, dopo alcune trattative, il proprietario si dichiara disponibile a cederglielo, rinviando la firma del contratto a qualche giorno successivo. Quest’ultimo, però, nel frattempo, trova un altro offerente a un prezzo superiore e firma il contratto con questi, lasciando il precedente inquilino senza una casa e con una disdetta già inviata al proprio padrone di casa. In un precedente la Cassazione ha ritenuto possa esserci responsabilità anche nell’ipotesi di una promessa di assunzione non mantenuta se le rassicurazioni sul posto erano state certe e convincenti.

A riguardo, il codice civile impone di non far credere alla controparte di voler concludere un contratto quando invece non si ha questa intenzione o la si ha ma a condizioni differenti. Ma la responsabilità per chi fa una promessa e poi non la mantiene scatta solo se le trattative sono a uno stadio avanzato, tale cioè da far confidare all’altro contraente la sicura conclusione del contratto. Quindi, non basta una semplice e generica promessa, subordinata però a valutazioni ancora da fare o ad accordi ancora da definire, ma è necessario far ritenere ragionevolmente all’altro soggetto – con frasi, comportamenti o dichiarazioni ufficiali – che il contratto verrà sicuramente stipulato. In tale ipotesi, chi interrompe le trattative è responsabile e deve risarcire il danno all’altra parte per averle fatto perdere tempo e altre occasioni. Sul punto leggi Promessa non mantenuta: che fare per tutelarsi?

In una fase successiva – e intermedia – si colloca la promessa di vendere e di acquistare, intesa come contratto preliminare (quello che comunemente si chiama compromesso). Il caso tipico è la vendita di una casa, ma lo stesso impegno si può avere anche con i beni mobili. Immaginiamo una persona che entra in un negozio, vede un capo di abbigliamento che gli piace e dichiara di volerlo acquistare. Non ha con sé il portafogli e il venditore lo rassicura che glielo mette da parte, che pertanto l’indumento «è già suo!». Poi però, il giorno dopo, il vestito viene venduto a un’altra persona. In questa ipotesi si può ipotizzare che tra le parti era già stato concluso un contratto preliminare di vendita del capo di abbigliamento, vendita posticipata in un successivo momento; pertanto il negoziante è responsabile del danno prodotto al cliente. Il contratto preliminare altro non è che una promessa di vendere (dal lato del venditore) e una promessa di comprare (dal lato dell’acquirente): nessuna delle due parti si può più tirare indietro quando si è concluso questo patto, che – se non ha ad oggetto immobili – può essere anche verbale.

La promessa di una prestazione

La seconda ipotesi indicata in precedenza riguarda la promessa di una prestazione quando già l’accordo si deve ritenere concluso. Immaginiamo un cliente che entra nello studio di un avvocato e, dopo aver ottenuto una consulenza e ricevuto il preventivo (che accetta), ottiene dal professionista la rassicurazione che lo difenderà in causa. Così, il cliente gli lascia gli originali delle carte. Poi però l’avvocato lascia scadere i termini e non si costituire. Il cliente gli contesta di non aver svolto l’incarico promesso, ma il legale si giustifica sostenendo che, non essendo stato ancora pagato il prezzo e firmato il mandato, non era tenuto a erogare la prestazione. In questo caso l’avvocato ha torto. Difatti, la conclusione del contratto di mandato professionale era già avvenuta in precedenza e perfezionatasi con lo scambio dei rispettivi consensi verbali nel corso del primo appuntamento. Facciamo anche l’esempio di una persona che telefona a una ditta chiedendo una fornitura e quest’ultima promette di inviargliela entro sette giorni. Poi però la consegna non avviene. Anche in questo caso il contratto di vendita era già stato concluso al momento della telefonata, sebbene la consegna della merce fosse – per ovvie ragioni – rinviata a un momento successivo. Affinché molti contratti possano dirsi conclusi non è infatti necessaria la consegna del bene, ma basta la manifestazione del consenso. Pertanto la promessa di consegna deve considerarsi già obbligatoria.

Promessa di pagamento

C’è poi da considerare l’ipotesi di una promessa di pagamento. Immaginiamo Tizio che prometta a Caio di dargli 10mila euro o di consegnarli un determinato bene e lo mette per iscritto. Tizio non specifica le ragioni. Per la legge, questa è una assunzione di debito, salvo prova contraria [1]. Se Tizio non dovesse adempiere, Caio potrebbe ottenere nei suoi riguardi un decreto ingiuntivo dal tribunale. Spetterebbe a Tizio dimostrare la ragione di tale impegno per renderla inefficace (ad esempio una futura donazione che, come detto, non ha valore; oppure il pagamento di una prestazione che non è stata mai eseguita).

La legge dice che «La promessa di pagamento o la ricognizione di un debito dispensa colui a favore del quale è fatta dall’onere di provare il rapporto fondamentale. L’esistenza di questo si presume fino a prova contraria». In pratica si inverte l’onere della prova sull’esistenza del debito: se di norma è il creditore a dover dimostrare il proprio diritto, in presenza di una promessa di pagamento spetta al debitore dimostrare l’inesistenza dell’obbligo benché volontariamente assunto in un momento precedente.

Costituiscono una promessa di pagamento anche l’assegno e la cambiale che però sono titoli esecutivi e pertanto, in caso di mancato pagamento, consentono al creditore di agire direttamente con l’esecuzione forzata.

Promessa di un posto di lavoro

Come abbiamo anticipato in precedenza, la giurisprudenza si è pronunciata anche in merito alla promessa di assunzione non mantenuta. La Cassazione ha detto che in questi casi si può avere una responsabilità del datore se questi aveva fatto credere al lavoratore che lo avrebbe assunto [2]. Si ha anche in questo caso una responsabilità precontrattuale solo se le trattative erano arrivate a uno stadio avanzato. In caso di In caso di mancato rispetto, da parte del datore di lavoro, della promessa di assumere il lavoratore, quest’ultimo può ricorrere al giudice e chiedere una delle due soluzioni:

  • l’assunzione forzata (a condizione che la lettera d’impegno contenga tutti gli elementi essenziali del contratto di lavoro);
  • oppure il diritto al risarcimento del danno [3].

Diverso è il discorso in caso di promessa di un posto di lavoro in cambio di un voto:  qui siamo nell’ambito del reato di corruzione elettorale [4]. La Cassazione ha detto [5] che a commettere il reato è il candidato politico che, in cambio del sostegno elettorale e del voto alle elezioni, promette a un elettore, il quale accetti, l’assunzione propria o di un familiare (ad esempio la moglie). Il reato scatta già all’atto della semplice promessa, al di là del fatto che poi il politico rispetti il proprio impegno o meno.

Viene punito anche il comportamento dell’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, accetta offerte o promesse o riceve denaro o altra utilità. La pena è la medesima prevista per il politico: la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 309 a euro 2.065.

Promessa al pubblico

C’è infine la figura della promessa al pubblico: si tratta di un impegno da parte di una persona a eseguire una prestazione a favore di chi si trovi in una determinata situazione o compia una determinata azione [6]. Gli esempi possono essere svariati: si pensi a una gara o a un contest in cui una persona promette un premio a chi realizzerà l’opera più bella o avrà il miglior risultato sportivo, oppure una ricompensa a chi porterà a casa un cane smarrito. Chi fa una promessa al pubblico deve rispettarla, altrimenti può essere citato in causa. Visto che la promessa al pubblico non può avere una durata illimitata, la legge ne vincola l’efficacia a un anno.

Caratteristica della promessa al pubblico è proprio il fatto di essere rivolta “al pubblico” cioè a un destinatario indeterminato. Prima della scadenza del termine, la promessa può essere revocata solo per giusta causa, ma solo se la revoca avviene nella stessa forma pubblica con cui è stata data la promessa. Ovviamente la revoca non avrà effetto se si è già verificata la situazione promessa o si è compiuta l’azione oggetto della promessa.

note

[1] Art. 1988 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 24742/2015; n. 1051/2012; n. 15040/2004: «La responsabilità precontrattuale per violazione dell’art. 1337 cod. civ., che costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale, la quale si collega alla violazione della regola di condotta stabilita a tutela del corretto svolgimento dell’”iter” formativo del contratto, presuppone che tra le parti siano intercorse trattative per la conclusione di un contratto giunte ad uno stadio tale da giustificare oggettivamente l’affidamento nella conclusione del contratto, inoltre che una delle parti abbia interrotto le trattative così eludendo le ragionevoli aspettative dell’altra, la quale, avendo confidato nella conclusione finale del contratto, sia stata indotta a sostenere spese o a rinunciare ad occasioni più favorevoli, e infine che il comportamento della parte inadempiente sia stato determinato, se non da malafede, almeno da colpa, e non sia quindi assistito da un giusto motivo.» Ed ancora «La responsabilità precontrattuale derivante dalla violazione della regola di condotta posta dall’art. 1337 cod. civ. a tutela del corretto dipanarsi dell’iter formativo del negozio costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale, cui vanno applicate le relative regole in tema di distribuzione dell’onere della prova. Ne consegue che, qualora gli estremi del comportamento illecito siano integrati (come nella specie) dal recesso ingiustificato di una parte (in un contesto connotato dall’affidamento dell’altra parte nella conclusione del contratto), grava non su chi recede la prova che il proprio comportamento corrisponde ai canoni di buona fede e correttezza, ma incombe, viceversa, sull’altra parte l’onere di dimostrare che il recesso esula dai limiti della buona fede e correttezza postulati dalla norma “de qua”». Pertanto «Non è legittimamente configurabile un’ipotesi di responsabilità precontrattuale tutte le volte in cui la rottura delle trattative e la mancata conclusione del contratto siano state in anticipo programmate, e costituiscano, pertanto, l’esercizio di una facoltà legittima da parte del recedente».

[3] Cass. sent. n. 8889/2003.

[4] Art. 86 del Dpr 16 maggio 1960 n. 570.

[5] Cass. sent. n. 39064/2017.

[6] Art. 1989 cod. civ.


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