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Lo sai che? Cosa significa lavorare in ritenuta d’acconto?

Lo sai che? Pubblicato il 5 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 marzo 2018

Come funziona l’attività del collaboratore a prestazione occasionale. Come si fa la ricevuta. Quando deve pagare i contributi e fare il 730.

Chi non ha una busta paga o una partita Iva e svolge dei lavori saltuari viene pagato con una ritenuta d’acconto. Si tratta di una trattenuta che opera il datore di lavoro e che rappresenta un anticipo sulle imposte del collaboratore.

In pratica, il lavoratore riceve una parte in meno del suo compenso, a seconda della percentuale applicata (che vedremo dopo), che rappresenta un acconto sull’Irpef e che viene versata allo Stato.

Ma vediamo nel dettaglio che cosa significa lavorare in ritenuta d’acconto, qual è il tetto di reddito previsto e quali le percentuali di ritenuta che vengono applicate.

Lavorare in ritenuta d’acconto: come funziona?

Quando un lavoratore viene chiamato per una prestazione occasionale senza partita Iva deve consegnare al committente una ricevuta che riporta il compenso da cui scalare la percentuale di ritenuta d’acconto.

Ad esempio: se vengo contattato per scrivere una serie di articoli e concordo un compenso di 1.000 euro, dovrò emettere una ricevuta in questi termini:

Compenso lordo per la redazione di n… articoli: € 1.000

Ritenuta d’acconto 20%: € 200

Totale da pagare: € 800.

Significa che dei 1.000 euro pattuiti, 800 verranno a me e 200 allo Stato in qualità di ritenuta d’acconto sull’Irpef.

La ricevuta dovrà, quindi, riportare:

  • data e numero della ricevuta;
  • dati del collaboratore (con codice fiscale);
  • dati del committente (con codice fiscale e partita Iva);
  • descrizione della prestazione effettuata;
  • importo lordo della prestazione;
  • importo della ritenuta d’acconto;
  • importo netto da pagare (lordo – ritenuta);
  • firma del collaboratore.

Consegnata la ricevuta, il committente provvede a pagare il netto al collaboratore e a versare l’importo della ritenuta d’acconto allo Stato per conto del lavoratore entro il giorno 16 del mese successivo tramite modello F24.

Al momento della dichiarazione dei redditi, e conseguentemente ai compensi e alle deduzioni o detrazioni a cui il contribuente ha diritto, lo Stato:

  • restituirà una parte o tutto l’acconto versato se l’Irpef non fosse dovuta;
  • chiederà un conguaglio se le imposte dovute eccedono il 20% già versato.

Attenzione, però: la ritenuta d’acconto va applicata solo nei casi in cui la prestazione venga effettuata nei confronti di un sostituto di imposta, e quindi verso:

  • imprese e professionisti che non applicano il regime forfettario;
  • società di persone e di capitali;
  • associazioni ed enti di ogni tipo;
  • condomini.

Lavorare in ritenuta d’acconto: su quali redditi si applica?

Chi decide di lavorare in ritenuta d’acconto dovrà applicarla (e quindi fare la relativa ricevuta come spiegato prima) su questi compensi:

  • prestazioni autonome e occasionali;
  • partecipazione agli utili;
  • prestazioni a terzi o nel loro interesse;
  • assunzione di obblighi;
  • contratti di associazione in partecipazione in caso di prestazione esclusivamente lavorativa;
  • utili per promotori e soci fondatori di una società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata;
  • cessione di diritto d’autore;
  • diritti per opere di ingegno ceduti da persone fisiche che le hanno acquistate.

Lavorare in ritenuta d’acconto: su quali redditi non si applica?

La ritenuta d’acconto non va applicata, invece sui compensi inferiori a 25,82 euro per prestazioni di lavoro autonomo occasionale corrisposti da enti pubblici o privati che non hanno come oggetto principale l’esercizio di attività commerciali.

Lavorare in ritenuta d’acconto: cosa rientra nella base imponibile?

La base imponibile su cui calcolare la ritenuta d’acconto è composta dalle seguenti voci:

  • il compenso professionale;
  • i rimborsi a piè di lista per le spese effettivamente sostenute di viaggio, vitto e alloggio;
  • le spese documentate anticipate dal collaboratore e rimborsate dal committente.

Lavorare in ritenuta d’acconto: cosa non rientra nella base imponibile?

Al momento di calcolare la base imponibile per poi applicare la ritenuta d’acconto, bisogna lasciare fuori:

  • i contributi previdenziali;
  • l’eventuale addebito di rivalsa del contributo per la Cassa previdenziale dell’Ordine professionale;
  • i compensi pagati come anticipo del rimborso spese in nome e per conto del cliente, purché documentate e non si tratti di spese riguardanti la produzione del reddito di lavoro autonomo.

Lavorare in ritenuta d’acconto: quali sono le aliquote?

Prima abbiamo fatto un esempio di ricevuta in cui è stata applicata una ritenuta d’acconto del 20%. Oltre a questa aliquota, c’è anche quella del 30% da prendere in considerazione a seconda del tipo di reddito percepito e del luogo di residenza.

Quando applicare l’aliquota del 20%

Quando si deve lavorare in ritenuta d’acconto, bisogna applicare sulla ricevuta l’aliquota del 20% su questi tipi di redditi:

  • compensi per prestazioni di lavoro autonomo anche occasionale;
  • compensi per assunzione di obblighi di fare, non fare e permettere;
  • compensi ad associati in partecipazione che prestano solo lavoro;
  • partecipazione agli utili di soci fondatori o promotori.

Quando applicare l’aliquota del 30%

La ritenuta d’acconto del 30% viene applicata, invece, su questi redditi:

  • compensi di qualsiasi tipo per prestazioni di lavoro autonomo anche occasionali corrisposti a persone non residenti;
  • compensi per cessione di opere d’ingegno, brevetti, marchi, ecc. corrisposti a persone non residenti.

Lavorare in ritenuta d’acconto: che cos’è la certificazione?

Chiunque decida di lavorare in ritenuta d’acconto dovrà presentare, in sede di dichiarazione dei redditi, la certificazione dei compensi ricevuti e delle ritenute applicate durante l’anno. Questa certificazione deve essere consegnata al collaboratore dal datore di lavoro entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui ha prestato l’opera. Quindi, per esempio, per i compensi ricevuti in ritenuta d’acconto durante il 2018, la certificazione deve essere consegnata entro il 31 marzo 2019.

Il documento dovrà riportare:

  • la somma complessiva dei compensi pagati;
  • la somma delle ritenute e delle detrazioni d’imposta effettuate, dei contributi previdenziali e di quelli assistenziali.

Lavorare in ritenuta d’acconto: quando conviene?

Non sempre conviene lavorare in ritenuta d’acconto. Questa scelta è opportuna se le collaborazioni sono molto isolate e la cifra percepita non è importante. Se a breve o medio termine non si prevede di effettuare altre prestazioni, è inutile valutare altre possibilità.

Viceversa, lavorare in ritenuta d’acconto non conviene quando il committente pianifica numerose collaborazioni oppure quando il lavoratore sa di avere più committenti che possono garantire un’attività continuativa. In questi casi sarebbe opportuno valutare di aprire una partita Iva.

Lavorare in ritenuta d’acconto: devo sempre fare il 730?

Chi decide di lavorare in ritenuta d’acconto può essere esonerato dalla presentazione della dichiarazione dei redditi sempre ché abbia percepito soltanto dei compensi per prestazioni occasionali e che durante l’anno abbia guadagnato al massimo 4.800 euro. Questa è la soglia, infatti, sotto la quale c’è una precisa detrazione Irpef che abbatte l’imposta dovuta.

Tuttavia, non vuol dire che non presentare il 730 sia conveniente: se il contribuente che ha lavorato in ritenuta d’acconto ed ha avuto un reddito annuo inferiore alla soglia di 4.800 euro ha diritto a detrazioni o deduzioni fiscali, può recuperare queste somme come crediti d’imposta.

Lavorare in ritenuta d’acconto: mi pagano i contributi Inps?

Chi viene chiamato a lavorare in ritenuta d’acconto deve avere il versamento dei contributi previdenziali quando raggiunge la soglia di reddito di 5.000 euro lordi annui, contributi che finiscono nella gestione separata dell’Inps alla quale il collaboratore deve essere iscritto [1].

Il tetto dei 5.000 euro va calcolato su queste basi:

  • prestazioni solo occasionali;
  • somma dei redditi percepiti da tutti i committenti.

Viene escluso dal computo, quindi, qualsiasi altro tipo di reddito (lavoro subordinato, canone d’affitto, ecc.).

note

[1] Art. 44 Dl n. 269/2003 convertito in legge n. 326/2003 in vigore dal 1 gennaio 2004.


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