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Conto corrente cointestato: come funziona?

4 marzo 2018


Conto corrente cointestato: come funziona?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 marzo 2018



La cointestazione del conto corrente si presume una donazione; per cui, salvo prova contraria, non si può pretendere la restrizione del denaro prelevato entro la metà del deposito.

Capita spesso, in una famiglia o tra soci in affari, che i risparmi accumulati siano il frutto dell’attività lavorativa di più di una persona. In tali ipotesi, quando i soldi vengono depositati in banca, si provvede all’apertura di un conto corrente cointestato, ossia di titolarità di più di un soggetto. Il conto cointestato può poi essere «a firma congiunta» e «a firma disgiunta» a seconda che le operazioni possano essere fatte singolarmente in totale autonomia o sia sempre necessario il consenso di entrambi i cointestatari. Prima però di spiegare come funziona un conto corrente cointestato è necessaria qualche premessa.    

Un conto corrente cointestato presenta vantaggi e svantaggi: da un lato c’è la possibilità di semplificare e velocizzare operazioni come versamenti, prelievi e pagamenti, agendo in due sullo stesso rapporto, senza bisogno di reciproche autorizzazioni; dall’altro lato, però, se uno dei due cointestatari ha debiti, l’altro rischia di subire un pignoramento fino alla metà delle somme depositate, anche se queste sono il frutto dei propri guadagni. Del resto, proprio per tale ragione c’è chi decide di cointestare un conto corrente a un’altra persona, per limitare cioè i danni in caso di un’esecuzione forzata. Ma cosa succede quando si cointesta un conto corrente a qualcun altro, sia questi il coniuge, un familiare o un amico? Si può parlare di una donazione della metà dei soldi depositati o c’è modo di dimostrare che la cointestazione è solo una simulazione, volta a rendere più agevoli le attività allo sportello e al bancomat? Di tanto si è occupata una interessante sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona il conto corrente cointestato.

Come funziona un conto corrente cointestato a firma congiunta

Per operare su un conto corrente cointestato a firma congiunta è richiesta – come il nome stesso lascia intuire – la presenza o l’autorizzazione scritta di tutti i titolari. Si può anche stabilire tale vincolo solo superata una certa soglia di importo, sotto la quale invece il singolo cointestatario è libero di operare autonomamente, senza autorizzazioni.

Vi si ricorre quando c’è poca fiducia tra i cointestatari o quando si tratta di un rapporto inerente ad attività commerciali per le quali la carica di amministratore è assunta da più di una persona; in tal caso ciascun amministratore, grazie alla firma congiunta, può controllare ciò che fa l’altro amministratore.

Nel conto corrente cointestato a firma congiunta la banca è responsabile se consente a uno dei cointestatari di effettuare prelievi o pagamenti senza l’autorizzazione degli altri. Il funzionario dell’istituto di credito deve quindi controllare la presenza delle condizioni richieste per l’operazione allo sportello. Qualora uno dei cointestatari dovesse effettuare dei pagamenti o dei prelievi in autonomia, la banca sarà responsabile nei confronti degli altri titolari e dovrà risarcirli per le somme mancanti.

Come funziona un conto corrente cointestato a firma disgiunta

Opposto è il funzionamento del conto corrente a firma disgiunta ove ogni singolo titolare può operare singolarmente senza bisogno di autorizzazioni da parte degli altri cointestatari. Questa soluzione si adatta meglio alle famiglie o tra coppie di coniugi perché comporta meno limitazioni e più facilità di utilizzo del conto. Spesso ricorrono al conto corrente cointestato i genitori in età particolarmente avanzata, quando non sono in grado di effettuare operazioni allo sportello e perciò si valgono dell’assistenza dei familiari.

Per capire come funziona il conto corrente cointestato a firma disgiunta bisogna fare una distinzione molto importante:

  • i rapporti tra i cointestatari e la banca sono regolati secondo il principio della solidarietà: significa che, da un lato, la banca non può impedire al singolo titolare di prelevare somme oltre la propria quota (egli potrebbe finanche svuotare il conto). Ad esempio, se in un conto cointestato uno dei titolari svuota il deposito, prende per sé i soldi e scappa, gli altri cointestatari non possono agire contro la banca che glielo ha lasciato fare. Dall’altro lato, però, se il conto è in rosso, la banca può esigere il pagamento dell’intero debito da ciascun cointestatario, anche oltre la propria quota;
  • i rapporti tra i cointestatari sono regolati dal principio della comunione, in base al quale le quote – salvo prova contraria – si considerano uguali. Per esempio, in un conto cointestato a due coniugi, il marito è proprietario di una metà dei soldi e la moglie dell’altra metà, anche se il deposito è formato esclusivamente dai guadagni di uno dei due.

La cointestazione di un conto corrente è una donazione?

Se una persona cointesta il proprio conto correte a un’altra, il suo gesto si considera come donazione. Non è necessario che si vada dal notaio, che ci siano testimoni o che la donazione avvenga per iscritto. Ad esempio, se il padre cointesta il proprio conto al figlio si presume che gli abbia voluto regalare il 50% dei soldi depositati. Con la conseguenza che il figlio potrà spendere fino alla metà delle somme sul conto senza dover nulla restituire al genitore; se però oltrepassa tale soglia – fermo il fatto che la banca non può impedirglielo – è obbligato a restituire all’altro cointestatario l’eccedenza del 50% prelevata. Tali aspetti sono stati chiariti nella sentenza che abbiamo citato in apertura.

È sempre però possibile dimostrare che la cointestazione era una semplice simulazione, volta solo a consentire a uno dei titolari di valersi dell’assistenza dell’altro. Ad esempio, se un genitore, in fin di vita, cointesta il conto al figlio solo affinché questi prelevi i soldi per le spese mediche necessarie al primo, per la sua assistenza sanitaria ed, eventualmente, per la cerimonia funebre, tale atto non si può considerare una donazione; ma va comunque dimostrata l’assenza della volontà di donare, poiché diversamente questa si presume.

La cointestazione del conto si considera, quindi, di regola una donazione indiretta che non necessita di forme solenni (come l’atto notarile) anche se la somma in banca era prima appartenuta ad uno solo dei cointestatari. La Cassazione ha anche detto che tale donazione non deve necessariamente avvenire con atto scritto, poiché basta il semplice comportamento che dimostri l’intento di donare.

Che succede se uno dei cointestatari muore?

Se il conto cointestato è a firma congiunta, il cointestatario non può considerarsi unico titolare e, pertanto, il conto corrente viene bloccato dalla banca fino all’identificazione certa degli eredi legittimi che dovranno agire congiuntamente sul conto insieme all’intestatario rimasto in vita.

Se invece il conto è invece a firma disgiunta, il cointestatario rimasto in vita può liberamente operare sul conto corrente nei limiti della metà delle somme depositate. Tuttavia, nella prassi, ciò non avviene quasi mai e le banche provvedono comunque a bloccare il conto fino a quando non viene effettuata la denuncia di successione e definite le rispettive quote di eredità degli eredi del contitolare deceduto. Solo allora provvedono a liquidare, ai vari eredi, le rispettive quote, fermo restando il 50% riservato al cointestario ancora in vita.

Potrebbe però succedere che uno degli eredi, ritenendo la cointestazione del conto una semplice simulazione, potrebbe chiedere al contitolare di restituire agli altri eredi la sua metà affinché venga divisa tra loro in parti uguali. Si pensi a una persona con tre figli che cointesti il conto solo a uno di questi – quello con cui convive – affinché lo aiuti nelle operazioni allo sportello. Non essendovi quindi alcuna volontà di donare il denaro, al suo decesso gli altri figli potrebbero impugnare la cointestazione a favore del fratello in quanto meramente formale e ottenere la spartizione completa del conto e non solo del 50%. Chi però intende contestare la cointestazione del conto ha l’onere di fornire la prova dell’intento simulatorio, cosa non sempre facile.

Pignoramento del conto corrente

Nel caso di conto corrente cointestato, sia esso a firma congiunta o disgiunta, i creditori di uno dei due titolari potranno pignorare solo la metà della giacenza. Questo vale anche nel caso di pignoramento da parte dell’Agenzia delle Entrare Riscossione (cosiddetta «esecuzione esattoriale»).

note

[1] Cass. sent. n. 4682/18 del 28.02.2018

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 28 settembre 2017 – 28 febbraio 2018, n. 4682
Presidente Lombardo – Relatore Dongiacomo

Fatti di causa

C.M. ha convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Roma, M.G. deducendo che la somma di Euro 50.000,00, da lui prelevata dal conto corrente bancario cointestato con la convenuta presso Banca Intesa, era stata oggetto di donazione da parte della M. , la quale aveva cointestato il predetto conto corrente ad entrambe le parti versando sullo stesso la somma di Euro 100.000,00. In forza di tali fatti, l’attore ha chiesto che fosse accertata la contitolarità della somma complessiva di Euro 100.000 e la spettanza in suo favore di metà della somma, per donazione indiretta e per applicazione dell’art. 1298 c.c..
La convenuta, costituendosi in giudizio, ha chiesto il rigetto della domanda ed, in via riconvenzionale, la condanna dell’attore alla restituzione della somma di Euro 50.000,00, deducendo che: la contestazione del conto derivava, in realtà, dalla necessità che le operazioni di versamento e di pagamento fossero effettuate, per suo conto, dall’attore, con il quale aveva rapporti di amicizia da lungo tempo, in ragione dei periodi trascorsi dalla stessa in Francia e della sua età avanzata; non aveva mai manifestato l’animus donandi in relazione alla somma di Euro 50.000,00, prelevata dall’attore di sua iniziativa; la donazione mancava, in ogni caso, della forma prevista dall’art. 782 c.c.; nessun rilievo aveva il richiamo all’art. 1298 c.c..
Il tribunale di Roma, con sentenza del 18/9/2009, ha respinto la domanda dell’attore ed, in accoglimento della domanda riconvenzionale, ha condannato C.M. al pagamento della somma di Euro 50.000,00, oltre interessi e spese.
C.M. ha proposto appello, sostenendo, per un verso, la sussistenza dell’animus donandi e, per altro verso, che, trattandosi di donazione indiretta, non era necessaria la forma solenne di cui all’art. 782 c.c..
L’appellata ha chiesto il rigetto dell’appello.
La corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 21/4/2014, ha rigettato l’appello.
La corte, in particolare, dopo aver premesso, in generale, che, in caso di donazione indiretta, non è necessaria la forma solenne richiesta dall’art. 782 c.c., essendo sufficiente il rispetto delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità, dato che l’art. 809 c.c., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive per la donazione l’atto pubblico, ha ritenuto, in fatto, che “è pacifico, considerato che è lo stesso appellante che lo ha affermato nel giudizio di primo grado, che la somma impiegata per l’apertura del c/c cointestato apparteneva a M.G. che ha giustificato la cointestazione con la necessità di consentire al C. di svolgere una serie di operazioni per suo conto” e che “al di là di questo,… la mera cointestazione non costituisce prova della donazione di metà della somma, ma la mera presunzione di titolarità di entrambi, in ragione di metà ciascuno, del saldo attivo del conto (e non certo dell’importo esistente al momento dell’apertura del conto)”. “Né – ha aggiunto la corte – è possibile provare la… volontà della M. di volerlo beneficiare della somma di Euro 50.000,00, attraverso l’assunzione della prova testimoniale riproposta con l’atto di appello (ma non riproposta nelle conclusioni di primo grado)…”: posto che, per la donazione indiretta, non è necessaria la forma solenne dell’atto pubblico, essendo sufficiente, ma necessaria, la forma del negozio utilizzato, ha osservato la corte che, “nella specie, il negozio utilizzato è stato quello di apertura di conto corrente che, in ragione dell’art. 117 del d.lgs. 1.9.1993 n. 385 (T.U. Legge bancaria) deve essere redatto per iscritto”, sicché “anche la prova dell’animus donandi avrebbe dovuto essere data per iscritto”, ritenendo, dunque, inammissibile la prova testimoniale.
C.M. , con ricorso notificato il 30/5.3/6/2014 e depositato il 19/6/2014, ha chiesto, per un motivo, la cassazione della sentenza della corte d’appello.
Ha resistito M.G. , con controricorso notificato l’11/7/2014 e depositato in data 24/7/2014.
La controricorrente ha depositato memoria.

Ragioni della decisione

1.Con un unico articolato motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea o la falsa applicazione dell’art. 809 c.c., ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, dopo aver ammesso che, in caso di donazione indiretta, non è necessaria l’osservanza della forma dell’atto pubblico, ha ritenuto che, trattandosi dell’apertura di un c/c bancario, l’animus donandi doveva risultare per iscritto, laddove, però, così opinando, si realizzerebbe una donazione diretta, mentre invece, in caso di donazione indiretta, è necessario osservare solo la forma del negozio scelto per attuare la liberalità atipica, come è accaduto nel caso di specie, dove si è sottoscritto un contratto di c/c bancario con la cointestazione dello stesso alle parti e senza che la M. abbia stabilito vincoli in ordine all’utilizzo o al prelievo di somme: e l’apertura di un c/c cointestato con denaro proveniente da una sola delle parti contraenti, non può che realizzare, in mancanza di un diverso accordo tra le parti, una forma di donazione indiretta del 50% dell’importo depositato.
2. Il motivo è fondato. Occorre premettere che il regime formale della forma solenne (fuori dai casi di donazione di modico valore di cosa mobile, dove, ai sensi dell’art. 783 c.c., la forma è sostituita dalla traditio) è esclusivamente proprio della donazione tipica, e risponde a finalità preventive a tutela del donante, per evitargli scelte affrettate e poco ponderate, volendosi circondare di particolari cautele la determinazione con la quale un soggetto decide di spogliarsi, senza corrispettivo, dei suoi beni. Per la validità delle donazioni indirette, invece, non è richiesta la forma dell’atto pubblico, essendo sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità, dato che l’art. 809 c.c., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive l’atto pubblico per la donazione (Cass. n. 468 del 2010, in motiv.; Cass. n. 14197 del 2013; Cass. SU n. 18725 del 2017 in motiv.). Ora, la cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito, è qualificabile come donazione indiretta qualora detta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatari, rilevandosi che, in tal caso, con il mezzo del contratto di deposito bancario, si realizza l’arricchimento senza corrispettivo dell’altro cointestatario: a condizione, però, che sia verificata l’esistenza dell’”animus donandi”, consistente nell’accertamento che il proprietario del denaro non aveva, nel momento della cointestazione, altro scopo che quello della liberalità. Ed invero, in una fattispecie per molti aspetti analoga alla presente, questa Corte ha affermato che “l’atto di cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito qualora la predetta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei contestatari – può essere qualificato come donazione indiretta solo quando sia verificata l’esistenza dell’animus donandi, consistente nell’accertamento che il proprietario del denaro non aveva, nel momento della cointestazione, altro scopo che quello della liberalità” (Cass., n. 26983 del 2008; Cass. n. 468 del 2010) In altri termini, la possibilità che costituisca donazione indiretta la cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito, qualora la predetta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatari, è legata all’apprezzamento dell’esistenza dell’animus donandi, consistente nell’accertamento che, al momento della cointestazione, il proprietario del denaro non avesse altro scopo che quello di liberalità (Cass. n. 26991 del 2013, in motiv.; Cass. n. 6784 del 2012). Nel caso di specie, la corte d’appello ha escluso, in fatto, la sussistenza, in capo a M.G. , dell’animus donandi, sul rilievo, per un verso, che “… la mera cointestazione non costituisce prova della donazione di metà della somma…”e, per altro verso, che non è possibile provare “la volontà della M. di voler beneficiare il ricorrente della somma di Euro 50.000,00 attraverso l’assunzione della prova testimoniale” a tal fine invocata (sui capi riproposti nelle conclusioni rese: v. p. 2, 3 e 4 della sentenza impugnata) e non ammessa dal tribunale: posto che, per la donazione indiretta, non è necessaria la forma solenne dell’atto pubblico, essendo sufficiente, ma necessaria, la forma del negozio utilizzato, ha osservato la corte che, “nella specie, il negozio utilizzato è stato quello di apertura di conto corrente che, in ragione dell’art. 117 del d.lgs. 1.9.1993 n. 385 (T.U. Legge bancaria) deve essere redatto per iscritto”, sicché “anche la prova dell’animus donandi avrebbe dovuto essere data per iscritto”. Così opinando, però, la corte d’appello ha finito per ritenere che l’animus donandi, anche ai fini della prova della sussistenza della donazione indiretta, dev’essere oggetto di una emergenza diretta dal (diverso) atto scritto da cui tale liberalità risulta (art. 809 c.c.), laddove, al contrario, solo nella donazione diretta l’animus donandi deve emergere direttamente dall’atto (pubblico: art. 782 c.c.) che (con salvezza della donazione di bene mobile di modico valore), sotto pena di nullità, la contiene. Nella donazione indiretta, invece, la liberalità si realizza, anziché attraverso il negozio tipico di donazione, mediante il compimento di uno o più atti che, conservando la forma e la causa che è ad essi propria, realizzano, in via indiretta, l’effetto dell’arricchimento del destinatario, sicché l’intenzione di donare emerge non già, in via diretta, dall’atto o dagli atti utilizzati, ma solo, in via indiretta, dall’esame, necessariamente rigoroso, di tutte le circostanze di fatto del singolo caso, nei limiti in cui risultino tempestivamente e ritualmente dedotte e provate in giudizio da chi ne abbia interesse.
3. Il ricorso dev’essere, quindi, accolto e la sentenza impugnata, per l’effetto, cassata con rinvio, per un nuovo esame, ad altra sezione della corte d’appello di Roma, anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

la Corte così provvede: accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Roma, anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio.

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