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Incidente stradale: quali certificati medici?

6 Mar 2018


Incidente stradale: quali certificati medici?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Mar 2018



Come ottenere il risarcimento del danno senza bisogno di una radiografia: la visita medica e i certificati da produrre all’assicurazione.

Hai fatto un incidente stradale e la tua assicurazione ti ha detto che, per ottenere il risarcimento, è necessario portare tutti i documenti e i certificati medici che attestano i danni fisici subiti. In particolare ti è stato detto che senza una radiografia non potrai mai ottenere alcuna somma. Sei ben disposto a sottoporti a visita medica, anche perché hai già il certificato del pronto soccorso che parla chiaro e che ti dà una prognosi di qualche giorno. Tuttavia, ti sembra eccessivo esporti a dei raggi quando già il medico dell’ospedale, come quello di base, hanno attestato il tuo stato di salute. Così ti chiedi quale potrebbe essere l’orientamento di un giudice se, nel caso in cui ti fosse negato il risarcimento, dovessi essere costretto ad andare in causa contro la compagnia. Insomma, in caso di incidente stradale, quali certificati medici sono necessari? La questione è stata decisa quest’anno da una sentenza della Cassazione che ha il merito di spezzare una lancia a favore degli automobilisti. Vediamo, più nel dettaglio, cosa è stato detto dai giudici in questa occasione.

Incidente stradale: la prova dell’altrui responsabilità

La vittima di un incidente stradale che chiede il risarcimento del danno deve dimostrare di non avere alcuna responsabilità nello scontro. Il che significa:

  • provare che l’altro conducente ha violato il codice della strada;
  • provare non solo di aver rispettato le norme stradali, ma di aver fatto di tutto per evitare l’incidente. Ad esempio, in uno scontro a un incrocio può chiedere il risarcimento solo chi proveniva da destra, dimostra di aver rispettato i limiti di velocità e di aver tentato di frenare in anticipo per evitare l’impatto ma che ciò è stato impossibile. Insomma, non basta essere in regola con il codice della strada, ma bisogna tentare di prevedere e prevenire le altrui violazioni stradali.

Incidente stradale: la prova del danno fisico

Dimostrato il diritto al risarcimento, ora bisogna dimostrare l’entità del danno. Per l’automobile parlano chiaro le fatture e le perizie. Invece più complessa è la prova del danno fisico. Qui, infatti, una riforma del 2012 [2] ha voluto limitare le richieste di risarcimento per danni inesistenti, per fastidi lamentati dalle vittime di incidenti ma non riscontrabili clinicamente. L’esempio tipico è quello del colpo di frusta che spesso e volentieri era diagnosticato solo sulla base della sintomatologia lamentata dal paziente pur non essendo visibile all’occhio del medico; l’automobilista così si doleva di capogiri, sensi di nausea e vertigini: tutti sintomi che spesso non trovano un riscontro obiettivo all’occhio o alle strumentazioni. Così la legge che ha modificato il codice delle assicurazioni, per limitare le truffe assicurative e una richiesta di risarcimento anche per danni inesistenti ha stabilito quanto segue: «Le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente».

Cosa significa? che per tutte le lesioni fisiche di lieve entità – ossia quelle con danno biologico inferiore a 9 punti percentuali – la prova delle lesioni subite va per forza fornita con una indagine strumentale come la radiografia.

Invece per le lesioni superiori ai 9 punti percentuali la radiografia o comunque qualsiasi altra indagine strumentale non è più necessaria. Riguardo al termine «strumentale» si deve invece intendere l’utilizzo da parte del medico di quelle apparecchiature messe a disposizione dalla scienza e dalla tecnica per la diagnosi delle patologie nel paziente (come accade in ecografia, endoscopia, radiologia, ecc.).

Insomma, a leggere la norma sembrerebbe certo il binomio: nessun risarcimento per il colpo di frusta senza radiografia. Di tanto abbiamo già parlato in Colpo di frusta e incidente: la radiografia è necessaria? In sostanza, per contrastare l’annoso fenomeno delle tante richieste di risarcimento per problemi al collo anche dopo piccoli tamponamenti, si era scelto di obbligare il danneggiato a dimostrare il danno patito con una radiografia. Una soluzione che già all’epoca fece discutere, visto che dimostrare l’esistenza di una menomazione da colpo di frusta è scientificamente difficile.

Incidente: per il risarcimento la radiografia è necessaria?

La sentenza della Cassazione in commento ha però attenuato la rigorosità della norma, stabilendo che l’esame strumentale non è necessario laddove vi sia comunque un’attestazione del medico a confermare la lesione del paziente. Insomma, la radiografia può essere sostituita da un certificato che comprovi il colpo di frusta o qualsiasi altra conseguenza fisica, anche se di lieve entità, ossia sotto i 9 punti percentuali di danno biologico. Per ottenere il risarcimento dall’assicurazione basta che il danno alla persona sia riscontrato da una semplice visita medica. La Cassazione non sembra privilegiare il riscontro di uno specialista del settore, ma è sicuramente da preferire la struttura pubblica a quella privata.

L’accertamento clinico strumentale obiettivo potrà essere ritenuto necessario e indispensabile solo se si tratta di una «patologia difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale» e che per questo «sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale».

Secondo i giudici supremi, il danno di lieve entità (anche chiamato lesione micropermanente), come il colpo di frusta, va risarcito anche in assenza di una radiografia nonostante la riforma del 2012. Difatti il ruolo del medico è insostituibile, medico che peraltro è anche pubblico ufficiale e non può affermare il falso. Imporre una prova piuttosto che un’altra sarebbe del resto incostituzionale.

Certo, per il colpo di frusta l’accertamento clinico strumentale (appunto la radiografia) resta lo strumento decisivo che consente – al perito dell’assicurazione o al consulente d’ufficio nominato dal giudice – di offrire al tribunale una conclusione documentata sul piano scientifico. Ma anche in quel caso resta fermo il ruolo fondamentale della visita medica. Questo significa che anche in assenza di una indagine strumentale, se il medico del pronto soccorso ha visitato il paziente e, sulla base della propria «scienza e coscienza» ha ritenuto veritiera la sintomatologia affermata dal paziente stesso, anche senza una successiva conferma strumentale, il danno si può dire ugualmente provato e deve essere risarcito.

Incidenti: quali altri certificati medici?

Una volta dimostrato il danno e l’entità della lesione, il paziente dovrà provare la durata della malattia e le eventuali complicanze, le medicine prescrittegli e quelle acquistate, i corsi di riabilitazione e fisioterapia, i successivi interventi, ecc. Ogni visita al pronto soccorso, così come i certificati del medico di base, vanno quindi accuratamente conservati per essere prodotti all’assicurazione, ivi comprese le prescrizioni mediche con i farmaci e i relativi scontrini di acquisto.

Alla fine dei giorni di prognosi, il paziente che non si sente guarito dovrà tornare a visita presso il medico di una struttura pubblica e farsi rilasciare un certificato di prosecuzione della malattia, e così via fino a guarigione avvenuta. In quest’ultimo momento anche il medico di base potrà rilasciare l’attestazione di avvenuta guarigione e fine malattia, che andrà anch’essa presentata alla compagnia assicurativa. È solo con quest’ultimo documento che può partire la pratica di risarcimento del danno.

note

[1] Cass. sent. n. 1272/2018.

[2] Art. 139, co. 2, del Codice delle assicurazioni, per come modificato dalla conversione in legge del Dl 1/2012.

CASSAZIONE SENT. n. 1272/2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

Sezione Quarta

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 4 del 2014, proposto da:

Ni. De Ma., rappresentata e difesa dall’avvocato An. Sa., con domicilio eletto presso il suo studio in Napoli, via (…);

contro

Comune di Napoli, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’Avvocatura Municipale, domiciliata in Napoli, piazza (…).

per l’annullamento

– della disposizione dirigenziale n. 485/A del 23 settembre 2013 con cui è stata ordinata la demolizione delle opere realizzate in Napoli, via (omissis), consistenti nella realizzazione di due soppalchi, rispettivamente di 20 e 16 mq, impostati a 2,00 m dalla copertura e 2,00 dal calpestio;

– di ogni altro atto connesso.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Napoli;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2018 il dott. Michele Buonauro e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale; Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

La ricorrente Ni. De Ma., in qualità di proprietaria del terzo piano dell’immobile sito in Napoli, via (omissis), ha impugnato l’ordine ripristinatorio n. 485/A del 23 settembre 2013 emanato dal dirigente del Comune di Napoli, con il quale si ingiunge di eliminare le opere abusive ivi realizzate (realizzazione di due soppalchi, rispettivamente di 20 e 16 mq, impostati a 2,00 m dalla copertura e 2,00 dal calpestio), articolando censure di

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violazione del procedimento amministrativo e della normativa edilizia (in tema di irrogazione delle sanzioni alternative), nonché per eccesso di potere per travisamento dei fatti ed erroneità dei presupposti.

L’amministrazione comunale si è costituita in giudizio ed ha chiesto l’inammissibilità dell’impugnazione perché il provvedimento è collegato ad altro atto già impugnato in sede straordinaria e il rigetto del ricorso per infondatezza.

All’udienza pubblica del 21 febbraio 2018 il ricorso è trattenuto in decisione. DIRITTO

1. Il ricorso non merita accoglimento, onde può tralasciarsi l’eccezione di inammissibilità del ricorso per violazione della regola dell’alternatività fra ricorso straordinario e ricorso giurisdizionale.

1.1. Occorre premettere che a seguito di accertamenti da parte dei vigili urbani del 13 agosto 1996 si è constatato che la ricorrente, senza alcun titolo edilizio, nel corso di lavori di manutenzione del suo immobile, ha proceduto, fra l’altro, alla realizzazione due soppalchi, rispettivamente di 20 e 16 mq, impostato a 2,00 m dalla copertura e 2,00 dal calpestio.

1.2. Avverso l’ordine di sospensione dei lavori (ord. n. 1775 del 28.11.1996) ha proposto ricorso straordinario al Capo dello Stato, rigettato con parere del Consiglio di Stato n. 3095 del 2004 e con il d.P.R. del 4 ottobre 2012.

1.3. Il responsabile del Servizio Antiabusivismo, sul presupposto della esistenza di soppalchi di significative dimensioni (descritti in circa 36 mq di superficie complessiva), ne ha ordinato la demolizione, avendo valutato l’intervento quale realizzazione di una nuova superficie abitativa senza alcun titolo edilizio legittimante, ha doverosamente emesso l’ordine demolitorio.

2. Secondo la tesi della ricorrente, la misura demolitoria non terrebbe conto che il Tribunale del Riesame, X Sezione, con ordinanza n. 73448/96 R.G. e n. 1465/96 R.I. Trib. Ries., ha ritenuto l’opera non costituente reato, con il conseguente dissequestro dell’abuso in contestazione.

2.1. Premesso la valutazione dell’intervento edilizio effettuata in sede penale, a maggior ragione nel corso di una delibazione di una misura cautelare, non dispiega efficacia vincolante sul versante della valutazione dell’abuso edilizio in sede amministrativa, giova osservare, in linea generale, che la realizzazione di un soppalco non rientra nell’ambito degli interventi di restauro o risanamento conservativo, ma nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, qualora determini una modifica della superficie utile dell’appartamento, con conseguente aggravio del carico urbanistico (T.A.R. Sardegna Cagliari Sez. II, 23-09-2011, n. 952; T.A.R. Lombardia Milano Sez. II, 11-07-2011, n. 1863; T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 21-03-2011, n. 1586; T.A.R. Campania Napoli Sez. IV Sent., 29-07-2008, n. 9518).

2.2. Osserva il Collegio che la realizzazione di un soppalco può ritenersi rientrare nel concetto di restauro o risanamento conservativo quando per le sue limitate caratteristiche di estensione e per le modeste dimensioni sia tale da escludere la possibilità di creare un ambiente abitativo e, quindi, di incrementare le superfici o il carico urbanistico.

Al riguardo la giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ritiene ad esempio che la costruzione di un soppalco di modeste dimensioni ad uso deposito o ripostiglio, all’interno di un locale per ottenere la duplice utilizzazione di un vano, è, di regola, opera che, non comportando aumento di volume, né aumento della superficie utile, né modifica della destinazione d’uso dell’immobile, non è riconducibile alla categoria della ristrutturazione edilizia, ricorrendo in tale ipotesi una fattispecie di restauro e risanamento conservativo in quanto si rivela rispettoso delle caratteristiche tipologiche, formali e strutturali dell’edificio e non comporta una destinazione d’uso con esse incompatibile.

2.3. In particolare nel caso in esame la peculiare conformazione strutturale del soppalco e la realizzazione di una superficie comunque rilevante della sopraelevazione (circa 36 mq complessivi) costituiscono elementi che denotano l’astratta vocazione abitativa del soppalco, con la conseguenza che l’opera non può essere considerata una superficie di servizio.

Nel caso di specie si è in presenza di una chiara creazione di ulteriore superficie utile, con la conseguenza che, a differenza di quanto sostenuto dalla ricorrente, per l’esecuzione dei predetti interventi sarebbe stato sicuramente necessario il previo rilascio del permesso di costruire, trattandosi di opere idonee a incidere sulle superfici.

2.4. Deve, sul punto, essere evidenziato che gli interventi oggetto di causa sono stati realizzati prima della normativa che ha portato alla graduale liberalizzazione delle opere interne (cfr. art. 3 t.u. n. 380 del 2001 come modificato dall’art. 17, comma 1, lett. a), nn. 1) e 2), d.l. 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 novembre 2014, n. 164), nella specie comunque non applicabile in ragione del principio tempus regit actum. Solo a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 17 sono da considerarsi interventi di manutenzione straordinaria, ai sensi della novellata lett. b), dell’art. 3, comma 1, del d.p.r. 380/2001, anche quelli che, come nella specie, consistono “nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l’originaria destinazione di uso”.

2.5. Pertanto non sono ravvisabili elementi atti a configurare la denunziata erroneità dei presupposti, poiché l’ordine ripristinatorio contesta la assenza dei titolo edilizio, certamente necessario nel caso di specie.

Vale appena soggiungere che è onere del privato addurre elementi a giustificazione della legittimità del suo operato, mentre non è stata prodotta in giudizio neanche una denunzia di attività, occorrente anche a voler seguire per assurdo la tesi prospettata dallo stesso ricorrente e, d’altro canto, l’opera è stata realizzata ben prima della normativa che ha portato alla graduale liberalizzazione delle opere interne. In ogni caso la normativa sopravvenuta non potrebbe legittimare opere interne che, come nella specie, siano prive dei requisiti di idoneità degli ambienti abitativi per mancato rispetto delle altezze minime interne.

3. Anche le altre censure prospettate non meritano positivo apprezzamento. In particolare, quanto alla mancata indicazione delle norme urbanistiche violate, osserva il Collegio che la incontestata realizzazione di nuovi superfici, unitamente alla descrizione dell’abuso ed all’indicazione dell’assenza di idoneo titolo edilizio, rendono la motivazione del provvedimento impugnato perfettamente comprensibile dall’interessato.

4. Vanno poi disattese le residue censure che impingono in violazioni ordine procedimentale (violazione delle garanzie di partecipazione al procedimento, omessa comunicazione del nominativo del responsabile del procedimento, violazione dei termini del procedimento autorizzatorio) che dequotano a mera irregolarità non invalidanti secondo lo schema di cui all’articolo 21 octies della legge n. 241/1990.

5. Né coglie nel segno l’evocato difetto di istruttoria relativamente al raffronto tra l’entità dell’abuso realizzato e la normativa urbanistica vigente, poiché, all’epoca dell’emanazione dell’atto gravato, doveva ritenersi necessario il permesso di costruire quando il soppalco, come nella specie, fosse di dimensioni non modeste e comportasse una sostanziale ristrutturazione dell’immobile preesistente, ai sensi dell’art. 3 comma 1 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, mediante un incremento delle superfici dell’immobile e quindi anche un ulteriore possibile carico urbanistico (cfr. T.A.R. Campania, sez. IV, 10 dicembre 2007, n. 15871 e 27 giugno 2005, n. 8681);

6. Anche la denunziata sproporzione fra la sanzione demolitoria in luogo della sanzione pecuniaria, per la mancata valutazione della “possibilità” della demolizione senza pregiudizio per le parti legittime, non merita seguito.

Invero l’ordine demolitorio costituisce un doveroso passaggio del procedimento repressivo, mentre il giudizio circa la rilevanza dell’abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria – in applicazione dell’art. 33 comma 2, DPR n. 380/2001 – può essere effettuato solo in una seconda fase, allorquando il destinatario dell’ingiunzione a demolire non vi abbia spontaneamente adempiuto.

7. Infine non è superfluo rammentare che l’amministrazione ha contestato un’ulteriore, ed insuperabile, ragione di contrasto del soppalco con le norme edilizie, consistente nella violazione delle altezze minime stabilite come richieste dal d.m. 5 luglio 1975 (come modificato dal d.M. 9.6.1999) e dall’art. 43, comma 2, della legge n. 457 del 1978, e cioè metri 2,70 tra pavimento e soffitto, per gli ambienti abitativi, e metri 2,40 per i vani accessori.

Tale riferimento normativo è esattamente quello richiamato nel regolamento edilizio del Comune di Napoli, il quale ammette una deroga per i soppalchi destinati a deposito (art. 15 co. 4) in relazione all’altezza massima della parte soppalcata (metri 1,80) ma rimanendo invariata quella del locale sottostante al soppalco.

Ne discende che le opere in contestazione, non rispettando i rapporti di altezza dei locali sottostanti al soppalco (come emerge dai verbali di sopralluogo in atti) sono comunque non legittime e non regolarizzabili.

8. In forza delle considerazioni svolte, il ricorso deve essere respinto perché infondato; le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Quarta), definitivamente pronunciandosi sul ricorso, come in epigrafe proposto lo rigetta. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del Comune di Napoli, delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi euro 3.000,00 (tremila), oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2018 con l’intervento dei magistrati: Umberto Maiello – Presidente FF

Michele Buonauro – Consigliere, Estensore

Luca Cestaro – Consigliere


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