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Come usare una microspia senza commettere reato

7 marzo 2018


Come usare una microspia senza commettere reato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 marzo 2018



Quando è possibile usare registratori e microspie per filmare, riprendere e memorizzare su un file video o audio immagini e conversazioni private.

Se hai fatto un giro su Amazon o su qualsiasi altro sito di prodotti tecnologici avrai certamente notato che sono in vendita numerose apparecchiature in grado di funzionare come microspie, con sensori audio e video tali da registrare le conversazioni o riprendere i presenti nel corso di un incontro all’insaputa di tutti. I prezzi sono abbordabilissimi: si va dai 12 ai 90 euro a pezzo, a seconda della memoria e delle dimensioni. Ne esistono di svariati tipi: da quelli a forma di sveglia, di penna o di accendino a quelli talmente piccoli che li puoi conservare nel taschino della camicia. Anche una innocua pennetta usb può contenere un registratore vocale. Ci sono poi le telecamere spia nascoste nelle lampadine, quelle a forma di presa elettrica e, dulcis in fundo, il tanto amato smartphone che, pur apparentemente spento, potrebbe essere in modalità «Recording». Ma le microspie sono legali?, ti sarai di certo già chiesto. E chiaramente i rivenditori ti avranno detto di sì. Non è sempre così. In alcuni casi si cade nel penale, mentre in altri è l’utilizzo è lecito. Di tanto ci occuperemo in questo articolo dedicato appunto a come usare una microspia senza commettere reato. Il “la” ce lo ha dato una recente sentenza della Cassazione [1] che, nel reprimere il reato di interferenze illecite nella vita privata, ha anche chiarito la portata della norma contenuta nel codice penale [2].

Condizioni per usare una microspia

In sintesi il principio da cui partire – salvo tutte le eccezioni e gli approfondimenti che faremo a breve – è il seguente: si può usare una microspia senza commettere reato, anche se le altre persone presenti non ne sono al corrente (e quindi all’insaputa altrui) a patto che suscitano due condizioni:

  • chi registra deve essere fisicamente presente nel momento in cui l’apparecchio funziona
  • il luogo ove avviene la registrazione non deve essere la privata dimora del soggetto “registrato” che è all’oscuro di ciò;

Fuori da queste ipotesi si commette invece il reato di interferenze nella vita privata [3]. Vediamo concretamente che significa tutto ciò.

Vietato accendere una microspia e andare via

Non si può lasciare una microspia accesa in una stanza e poi andare altrove, generando così l’illusione in coloro che vi rimangono di non essere sottoposti a controllo. Intanto si può registrare una conversazione o riprendere un’altra persona, all’insaputa di quest’ultima, a condizione di essere fisicamente presenti in quel luogo e di partecipare (anche passivamente) alla discussione. In questo senso la Cassazione ha chiarito che chi parla accetta la possibilità di essere registrato, attività che pertanto è del tutto lecita sia che avvenga in modo palese (è il caso di chi avvisa i presenti che la conversazione sarà registrata), che nascosto (l’ipotesi è quella di chi usa la microspia a forma di sveglia, di penna, di lampadina, ecc.). Si può azionare quindi lo smartphone o una microspia sempre a patto di non allontanarsi. Commetterebbe reato di interferenze nella vita privata il marito che, prima di uscire di casa la mattina, lasci un registratore nascosto in modo da controllare ciò che fa la moglie.

Vietato accendere una microspia a casa degli altri

Il secondo divieto nell’uso della microspia riguarda il luogo in cui esso avviene. Anche se, infatti, il soggetto che registra o riprende è personalmente presente, questi non può avviare le “intercettazioni” nei luoghi di privata dimora altrui e nelle loro pertinenze. Diversamente commetterebbe reato (sempre che non vi sia l’esplicito consenso del soggetto registrato). Pertanto non si può portare una microspia nell’abitazione, nell’ufficio privato e nello studio di un’altra persona. Non è consentito neanche le garage considerato pertinenza.

Il negozio, se aperto al pubblico e alla clientela, non è considerato privata dimora e quindi è possibile usare la microspia liberamente per registrare quello che dice il venditore o un’altra persona; non è più luogo pubblico il retrobottega dove il commerciante ha la propria scrivania e dove non fa entrare nessuno senza autorizzazione.

Come vedremo nel prossimo punto, l’automobile non è considerata privata dimora e quindi è possibile registrare ciò che gli altri dicono.

Non è una privata dimora un ufficio pubblico (il Comune, l’Inps, ecc.), l’autobus, il treno, la metropolitana dove quindi è possibile registrare ciò che viene detto dagli altri. Ad esempio, chi registra una conversazione con l’addetto allo sportello delle Poste non commette reato; se però lo fa nell’ufficio del direttore, che non è aperto al pubblico, è responsabile penalmente.  Secondo la Cassazione, nel concetto di privata dimora rientrano solo i luoghi non aperti al pubblico, né accessibili a terzi senza il consenso del titolare e nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata [3]. Lo studio professionale è equiparabile ad una privata dimora, stante la mancata apertura indiscriminata al pubblico; per cui è vietato registrare di nascosto la conversazione con un medico, un avvocato o un commercialista (tanto per fare qualche esempio).

Si può registrare una conversazione avuta con un poliziotto o un carabiniere in mezzo alla strada, nel corso di un controllo.

Si può accendere una microspia in automobile?

La Cassazione ha ritenuto che l’automobile non può essere considerata una privata dimora [4]. Per cui, se ad esempio Mario accetta un passaggio nell’auto di Giovanni e non curante del fatto di essere “ospite”, registra ciò che il conducente dice non commette reato. La Cassazione ha infatti chiarito che non è sanzionata da nessuna norma penale l’installazione di microspie adatte all’intercettazione ambientale tra presenti in autovetture private.

Chiaramente, affinché non scatti il reato, è necessario che il soggetto che registra sia presente; se invece questi si limita a lasciare nascosta nell’auto la microspia in modo da sentire, in un successivo momento, ciò che è stato registrato, il reato sarebbe consumato lo stesso.

A riguardo la Suprema Corte ha detto: «Non è penalmente rilevante l’ascolto, per mezzo di apparati di intercettazione ambientale, delle conversazioni tra presenti che si svolgono all’interno di autovetture private, perché le disposizioni incriminatrici del codice tutelano, da un lato, la riservatezza nelle comunicazioni a distanza, dall’altro, la riservatezza nell’abitazione o nella dimora privata, nozioni queste a cui resta estranea l’autovettura che si trovi in una pubblica via».

Si può accendere una microspia nel bagno pubblico?

La Cassazione ha escluso l’uso di registratori video o microspie anche nei bagni di un ufficio o in quelli pubblici. A riguardo è stato detto che se anche il bagno non è un luogo di privata dimora, esso comunque è connotato  dalla sua personalità, è cioè in grado di restituire una effettiva e concreta testimonianza della vita privata del medesimo [5].

Come usare una microspia senza commettere reato

Sintetizzando, si può usare una microspia senza commettere reato solo se

si è presenti in quello stesso momento e non si è nella privata dimora o nelle pertinenze della persona registrata. Per cui via libera alla registrazione in auto, in luoghi pubblici (uffici, strada, ecc.), in luoghi aperti al pubblico (parcheggi, negozi, ecc.), all’interno della propria abitazione con gli invitati, in un mezzo pubblico (un tram, la metro, ecc.).

Non è consentita la microspia in mezzo alla strada per registrare il traffico dei pedoni all’oscuro di essere ripresi.

note

[1] Cass. sent. n. 9966/18 del 5.03.2018.

[2] Art. 615bis cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 51113/2017.

[4] Cass. sent. n. 12042/2008: «Non è sanzionata da nessuna norma penale l’installazione d’apparati idonei all’intercettazione ambientale tra presenti in autovetture private: in particolare, il fatto non rientra nell’area di tutela dell’art. 617-bis c.p., che − anche in combinato disposto con l’art. 623-bis c.p. − sanziona l’installazione d’apparecchi idonei alla captazione delle sole comunicazioni a distanza, e non tra presenti; e nemmeno rientra nell’area di tutela penale dell’art. 615-bis c.p., che, tramite il rinvio all’art. 614 c.p., sanziona la captazione di notizie sull’altrui vita privata che si svolge nell’abitazione e negli altri luoghi di privata dimora, o nelle loro pertinenze, alveo concettuale in cui l’autovettura non rientra».

[5] Cass. sent. n. 4669/2017.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 24 novembre 2017 – 5 marzo 2018, n. 9966
Presidente Bruno – Relatore Scordamaglia

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 28 novembre 2016, non convalidava l’arresto, operato dalla polizia giudiziaria, di S.S. per i delitti di violazione di domicilio aggravato, di interferenza illecita nella vita privata, di furto di energia elettrica e di atti persecutori, sul rilievo che l’arresto non fosse stato operato in presenza dello stato di flagranza di cui all’art. 382 cod. proc. pen., posto che, nel caso all’esame, non vi era stata da parte della polizia giudiziaria la percezione immediata ed autonoma delle tracce del reato, ma la restrizione precautelare della libertà personale era stata disposta sulla base delle sole informazioni fornite dalla persona offesa dal reato: tanto in violazione del principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte n. 39131 del 24/11/2015 – dep. 21/09/2016, P.M. in proc. Ventrice, Rv. 267591.
2. Contro l’ordinanza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli per violazione della legge processuale, deducendo che l’arresto era stato operato dalla polizia giudiziaria mentre vi era la flagranza del delitto di cui all’art. 615-bis cod. pen., atteso che erano in funzione numerose microtelecamere montate dal S. presso l’abitazione e il cortile della parte offesa C.R. , la quale veniva seguita dal medesimo mediante un’applicazione installata sul suo cellulare; del delitto di furto di energia elettrica, di cui agli artt. 624 e 625 cod. pen., poiché le suddette telecamere erano collegate alla rete elettrica della persona offesa ed erano in funzione; del delitto di atti vessatori, di cui all’art. 612-bis cod. pen., posto che le descritte condotte di interferenza illecita nella vita privata concorrevano a realizzarne il fatto tipico.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato.
1. Deve rilevarsi, infatti, che, per il delitto di interferenza illecita nella vita privata, di cui all’art. 615-bis cod. pen., il momento perfezionativo del reato non coincide con l’istallazione delle telecamere preso l’abitazione altrui, ma con il procurarsi indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata, svolgentesi nei luoghi indicati nell’art. 614 cod. pen.. Donde ricorre una fattispecie che, pur essendo a consumazione istantanea, può anche atteggiarsi a reato eventualmente permanente, quando il suo autore lo progetti e lo esegua con modalità continuative. Di talché, nel caso in esame, in cui l’indagato veniva fermato nel mentre aveva con sé il telefono cellulare sul quale era istallato il programma che gli consentiva di visionare a distanza quanto captato attraverso le microcamere collocate presso l’abitazione e il cortile della vittima, il suo arresto doveva considerarsi legittimamente eseguito, posto che, ai sensi dell’art. 382, comma 2, cod. proc. pen., nel reato permanente lo stato di flagranza dura fino a quando non è cessata la permanenza.
2. Parimenti, con riguardo, al furto di energia elettrica, il momento consumativo dello stesso deve essere identificato non con l’allaccio abusivo all’altrui rete elettrica, ma con l’impossessamento dell’energia stessa. Infatti, per affermata giurisprudenza di questa Corte, la fattispecie in parola rientra tra i delitti a consumazione prolungata (o a condotta frazionata), perché l’evento continua a prodursi nel tempo, sebbene con soluzione di continuità, sicché le plurime captazioni di energia che si susseguono nel tempo costituiscono singoli atti di un’unica azione furtiva e spostano in avanti la cessazione della consumazione fino all’ultimo prelievo (Sez. 5, n. 1324 del 27/10/2015 – dep. 14/01/2016, Di Caudo e altri, Rv. 265850; Sez. 4, n. 1537 del 02/10/2009 – dep. 14/01/2010, Durro, Rv. 246294).
3. È evidente, quindi, che al momento dell’arresto del S. esistevano tutte le condizioni che rendevano legittimo il provvedimento restrittivo adottato, perché operato dalla polizia giudiziaria nella flagranza dei delitti di cui agli artt. 615-bis e 624 e 625, comma 1, n. 2 cod. pen., essendo stato l’indagato colto nell’atto di commettere i detti reati.
4. Poiché, d’altro canto, l’indagato medesimo, mediante l’applicazione istallata sul telefono cellulare, che aveva con sé al momento del controllo da parte della polizia giudiziaria, realizzava, altresì, la condotta di abusiva intrusione nella sfera privata altrui, mediante forme di insistito controllo della vita personale della vittima, tali da sostanziare anche il delitto di atti persecutori di cui art. 612-bis cod. pen, deve ritenersi che l’arresto sia stato legittimamente eseguito pure in relazione a tale delitto, sussistendone la fragranza.
3. Alla luce di quanto esposto, l’arresto dell’indagato risulta essere stato legittimamente eseguito. Si impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza del Tribunale di Napoli.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata perché l’arresto è stato legittimamente eseguito.
Dispone, in caso di diffusione del presente provvedimento, l’oscuramento dei dati sensibili.


Cassazione penale, sez. V, 30/01/2008, (ud. 30/01/2008, dep.18/03/2008),  n. 12042 

Fatto

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

1 – Il GUP di Brescia ha dichiarato ai sensi dell’art. 129 c.p.p. n.d.p. perchè i fatti non sono previsti dalla legge come reato, contro B.E. ed altri 21 imputati, appartenenti a varie agenzie private di investigazione, per reati contestati in ciascun caso in concorso a due o più ai sensi dell’art. 623 bis c.p. e art. 617 bis c.p.p., commi 1 e 2 o 3 o art. 617 c.p., ed in taluna ipotesi anche con riferimento alla L. n. 675 del 1996, art. 35, per l’installazione di apparati di intercettazione ambientale di conversazioni tra presenti in autovetture private.

Il P.M. propone ricorso per violazione di legge, analizzando la lettera delle norme, ed il sistema in materia di intercettazioni.

2 – Il ricorso è infondato.

L’unico precedente, citato nella sentenza impugnata (Cass., Sez. 5, n. 4264/05 – rv. 235595), esclude che nel caso di specie si tratti di intercettazioni.

In effetti la questione va risolta con riferimento alla ratio di incriminazione dei fatti contro la libertà morale delle persone, individuabile in rapporto o all'”ambiente” o agli “strumenti di comunicazione”.

Agli “strumenti di comunicazione” si rapportano il titolo dell’art. 617 c.p. “Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche” e la frase recata dall’art. 617 bis c.p. “al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”.

La lettera del titolo e della frase non autorizza affatto a ritenere le due norme incriminatrici estensibili alla captazione di comunicazioni di conversazioni tra presenti.

L’art. 617 c.p. e segg., introdotti con L. n. 98 del 1974, tutelano solo e proprio la riservatezza delle comunicazioni o conversazioni tra persone effettuate con mezzi tecnici determinati, all’epoca il telegrafo o il telefono. L’art. 617 quater c.p., art. 617 quinquies c.p., art. 617 sexies c.p. aggiunti dalla L. n. 547 del 1993 riguardano invece le comunicazioni informatiche o telematiche, cioè strumenti nuovi. Infine l’art. 623 bis c.p., estende le disposizioni a “qualunque altra comunicazione a distanza di suoni immagini o altri dati”.

In sintesi, la riservatezza tutelata dalle norme degli artt. 617 e 623 c.p., è quella assicurata proprio e solo da uno strumento adottato per comunicare a distanza.

Invece la riservatezza di “notizie” ed “immagini” che si rapporta all'”ambiente” è tutelata nell’art. 615 bis c.p., introdotto dalla citata L. n. 98 del 1974, art. 1, con il titolo “interferenze illecite nella vita privata”.

La disposizione di questo articolo fa riferimento ai soli luoghi indicati nell’art. 614 c.p., e cioè l’abitazione o la privata dimora. E l’autovettura che si trovi in una pubblica via non è ritenuta, da sempre nel diritto vivente, luogo di privata dimora (cfr. Cass., n. 5934/81 – CED 149373 e, di seguito, la giurisprudenza relativa alle disposizioni del codice procedurale in materia d’intercettazioni tra presenti che, concernendo l’utilizzabilità delle prove, presume essa quella sostanziale, Cass. n. 1831/98, n. 4561/99 – 2143036, n. 4979/00 – 216749, n. 3363/01 – 218042, n. 1281/03 – 223682, n. 8009/03 – 223960, n. 5/03 – 224240, n. 2845/04 – 228420, n. 26010/04 – 229974, n. 43426/04 – 23096, n. 13/05 – 230533, n. 4125/07 – 235601).

Nè ha nulla a che fare con questa tematica la normativa (L. n. 675 del 1996 – D.Lgs. n. 196 del 2003) sostanziale sul trattamento illecito dei “dati personali”, che all’evidenza concerne fatti diversi ed ulteriori rispetto alla possibilità di acquisizione di qualsiasi dato riservato.

E’ quanto interessa. Nessuna norma incriminatrice dunque tutela la riservatezza delle persone che si trovino in autovettura privata sulla pubblica via.

La sentenza risulta dunque incensurabile.

PQM

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2008

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