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Coltivazione canapa: cosa dice la legge italiana?

10 Marzo 2018


Coltivazione canapa: cosa dice la legge italiana?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Marzo 2018



Come sono trattati a livello di legge i casi di coltivazione, vendita e possesso di canapa con tenore di THC inferiore a 0.6% ma non facenti parte della tabella EU delle sementi autorizzate, sia come persona fisica che persona giuridica? 

La legge menzionata nell’articolo di riferimento (l. n. 242/2016) introduce la possibilità di coltivare canapa,

purché essa:

  1. abbia un valore di Thc non superiore allo 0,6% (elevando, quindi, il precedente limite dello 0,2 %);
  2. rientri tra le qualità ammesse dalla normativa europea (art. 17 direttiva 2002/53/CE del 13 giugno 2002).

La nuova legge rappresenta un’eccezione alla normativa italiana di riferimento, il cosiddetto testo unico in materia di sostanze stupefacenti (D.p.r. n. 309/90). La stella legge n. 242/2016, infatti, dice che la sua applicazione riguarda le coltivazioni di canapa indicate dalla legislazione europea, «le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309».

In buona sostanza, quindi, la 242/2016 rappresenta una lex specialis, a fronte della lex generalis costituita dal d.p.r. 309/90. Poiché la prima si applica solamente alle sementi autorizzate dall’Unione Europea, vorrà dire che tutte le rimanenti saranno disciplinate, appunto, dal testo unico del 1990.

Il Testo unico sulle sostanze stupefacenti (il più volte citato d.p.r. 309/90) si occupa di disciplinare, tra le altre cose, anche le autorizzazioni necessarie per la coltivazione, la vendita e il possesso di sostanze psicotrope. Ai sensi dell’art. 17, d.p.r. 309/90, «chiunque intenda coltivare, produrre, fabbricare, impiegare, importare, esportare, ricevere per transito, commerciare a qualsiasi titolo o comunque detenere per il commercio sostanze stupefacenti o psicotrope, comprese nelle tabelle di cui all’articolo 14 deve munirsi dell’autorizzazione del Ministero della sanità.

Dall’obbligo dell’autorizzazione sono escluse le farmacie, per quanto riguarda l’acquisto di sostanze stupefacenti o psicotrope e per l’acquisto, la vendita o la cessione di dette sostanze in dose e forma di medicamenti.

L’importazione, il transito o l’esportazione di sostanze stupefacenti o psicotrope da parte di chi è munito dell’autorizzazione di cui al comma 1, sono subordinati alla concessione di un permesso rilasciato dal Ministro della sanità in conformità delle convenzioni internazionali e delle disposizioni di cui al titolo V del presente testo unico.[…]

Il Ministro della sanità, nel concedere l’autorizzazione, determina, caso per caso, le condizioni e le garanzie alle quali essa è subordinata, sentito il Comando generale della Guardia di finanza nonché, quando trattasi di coltivazione, il Ministero dell’agricoltura e delle foreste.

Il decreto di autorizzazione ha durata biennale ed è soggetto alla tassa di concessione governativa».

All’art. 27 viene poi specificato: «La richiesta di autorizzazione alla coltivazione […] deve contenere il nome del richiedente coltivatore responsabile, l’indicazione del luogo, delle particelle catastali e della superficie di terreno sulla quale sarà effettuata la coltivazione, nonché la specie di coltivazione e i prodotti che si intende ottenere. Il richiedente deve indicare l’esatta ubicazione dei locali destinati alla custodia dei prodotti ottenuti.

Sia la richiesta che l’eventuale decreto ministeriale di autorizzazione sono trasmessi alla competente unità sanitaria locale e agli organi di cui all’articolo 29 ai quali spetta l’esercizio della vigilanza e del controllo di tutte le fasi della coltivazione fino all’avvenuta cessione del prodotto.

L’autorizzazione è valida oltre che per la coltivazione, anche per la raccolta, la detenzione e la vendita dei prodotti ottenuti, da effettuarsi esclusivamente alle ditte titolari di autorizzazione per la fabbricazione e l’impiego di sostanze stupefacenti».

Si è ritenuto utile riportare gli articoli per far capire come, al di fuori delle eccezioni rappresentate dalla legge 242/2016, le attività che riguardano la canapa (e non solo) devono essere autorizzate dal Ministero della Sanità. Al d.p.r. 309/90 sono allegate delle tabelle (periodicamente aggiornate) che contengono le sostanze psicotrope.

Nello specifico, la tabella che interessa la canapa è quella indicata con il numero romano I, ove compare il maggiore principio attivo della cannabis, ovvero il tetraidrocannabinolo (thc). L’art. 14, nr. 6, dice: «la cannabis indica, i prodotti da essa ottenuti; i tetraidrocannabinoli, i loro analoghi naturali, le sostanze ottenute per sintesi o semisintesi che siano ad essi riconducibili per struttura chimica o per effetto farmacotossicologico».

Le tabelle ministeriali prevedono la q.d.m., cioè la quantità detenibile massima espressa in mg, al di sotto della quale si presume l’uso personale dello stupefacente. Per il thc è prevista una dose media singola (d.m.s.) espressa in mg di principio attivo pari a 25; un moltiplicatore pari a 20 e una quantità massima detenibile (q.m.d.) pari a 500. Cosa significa?

La quantità massima detenibile si ottiene moltiplicando dose media singola (cioè la quantità di principio attivo per singola assunzione idonea a produrre in un soggetto tollerante e dipendente un effetto stupefacente), individuata da una commissione di esperti e tossicologi, per un “moltiplicatore variabile” stabilito dalla legge (nel nostro caso, 20). Il fattore moltiplicativo tiene conto delle caratteristiche e degli effetti di ciascuna classe di sostanze e, in particolare, del grado di alterazione comportamentale, dello scadimento delle capacità psicomotorie nell’esecuzione di compiti complessi di interazione uomo-macchina (lavoro e guida) e dell’intensità del condizionamento psicofisico indotti dalle diverse sostanze stupefacenti. Il superamento del limite quantitativo in esame costituisce uno degli strumenti interpretativi previsti dalla legge per consentire al giudice di provare la destinazione ad uso non esclusivamente personale delle sostanze detenute e non una presunzione assoluta di colpevolezza.

Al di sopra di esso potrà, infatti, presumersi, fatta salva la possibilità per il consumatore di dimostrare la destinazione all’uso personale del maggior quantitativo detenuto, che lo stupefacente sia destinato all’attività di spaccio. Il detentore/spacciatore sarà punito con una sanzione penale (reclusione, multa), mentre al detentore/consumatore verranno, invece, comminate sanzioni di carattere amministrativo (es. fermo amministrativo del ciclomotore, sospensione della patente, del porto d’armi e del passaporto, applicazione, nei casi di recidiva, di misure che hanno l’obiettivo di limitare il più possibile la pericolosità sociale di chi ha tenuto condotte che destano allarme nella collettività) e l’invito ad intraprendere un percorso terapeutico di recupero per uscire dalla propria dipendenza.

Da tanto si evince che le soglie stabilite dal d.p.r. 309/90 fungono da spartiacque tra l’illecito penale e l’illecito amministrativo! Senza autorizzazione governativa, quindi, è assolutamente proibito coltivare sostanze psicotrope.

Ad ogni buon conto, un recentissimo arresto della Suprema Corte (Cassazione penale, sezione IV, sentenza 21 settembre 2017, n. 43465) ha tolto ogni dubbio: la condotta di coltivazione (al di fuori delle ipotesi autorizzate dal governo) costituisce di per sé reato, a prescindere dalla finalità cui è preordinata (vendita o uso personale).

Pertanto, in estrema sintesi:

  1. se la canapa rispetta le caratteristiche, sopra brevemente esposte, indicate dalla legge 242/2016, la coltivazione sarà possibile;
  2. al di fuori di questi limiti, occorrerà ottenere l’autorizzazione del ministero, secondo quanto stabilito dal d.p.r. 309/90.

Quindi, al quesito in esame si deve rispondere dicendo che, per coltivare, vendere e/o possedere canapa con livello di thc inferiore allo 0,6 % ma non rientrante nelle tabelle Ue, il lettore dovrà ottenere l’autorizzazione del ministero della sanità, pena la possibilità di incorrere nel grave reato di cui agli artt. 73 ss. d.p.r. 309/90. Ed infatti, anche se dalla singola piantina dovesse ricavarsi una dose che non superi i limiti della legge, un’intera coltivazione sicuramente farebbe superare la soglia della liceità penale.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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