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Contributi previdenziali: si possono prendere quelli dei familiari?

10 Marzo 2018
Contributi previdenziali: si possono prendere quelli dei familiari?

È morto i fratello di mio marito. I contributi versati a suo tempo da mio cognato possono essere “presi” da mio marito a cui mancano 6 anni per la pensione oppure sono ormai persi?

I contributi sono dei versamenti obbligatori, computati in base all’ammontare della retribuzione o sul reddito di lavoro, che devono essere effettuati dal lavoratore personalmente, in favore dell’Ente preposto al fine di beneficiare di prestazioni previdenziali o assistenziali.

I contributi previdenziali vengono versati all’INPS, o ad altre Casse di previdenza, per avere le prestazioni pensionistiche al termine della vita lavorativa.

I contributi assistenziali vengono versati invece, all’INPS o all’INAIL, al fine di avere una copertura in caso di malattia e infortuni sul lavoro.

Si tratta di oneri contributivi di carattere obbligatorio che pesano sia sul lavoratore che sul datore di lavoro. In altre parole, ciascun lavoratore, singolarmente, versa, autonomamente o attraverso trattenuta sulla busta paga mensile, i contributi previsti per legge accantonando una somma di denaro allo scopo di beneficiare dei trattamenti stabiliti. Non è possibile “prendere” i contributi altrui per colmare gli anni che mancano al raggiungimento della pensione perché ogni lavoratore gode di un proprio ed autonomo asse contributivo. La giurisprudenza conferma quanto detto: “L’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all’importo di quella che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale (cosiddetto minimale contributivo), secondo il riferimento ad essi fatto – con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale – dall’art. 1 del d.l. n. 338 del 1989, convertito dalla l. n. 389 del 1989, senza le limitazioni derivanti dall’applicazione dei criteri di cui all’art. 36 Cost. (cosiddetto minimo retributivo costituzionale), che sono rilevanti solo quando a detti contratti si ricorre – con conseguente influenza sul distinto rapporto di lavoro – ai fini della determinazione della giusta retribuzione; né è configurabile la violazione dell’art. 39 Cost., alla stregua dei principi espressi con la sentenza della Corte costituzionale n. 342 del 1992, per via dell’assunzione di efficacia “erga omnes” dei contratti collettivi nazionali, essendo l’estensione limitata – secondo la previsione della legge – alla parte economica dei contratti soltanto in funzione di parametro contributivo minimale comune, idoneo a realizzare le finalità del sistema previdenziale ed a garantire una sostanziale parità dei datori di lavoro nel finanziamento del sistema stesso. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 07/01/2016)” Cass. civ. Sez. VI – Lavoro Ordinanza, 02/08/2017, n. 19284 (rv. 645147-01).

Alla luce di quanto detto, a parere dello scrivente la soluzione prospettata dalla lettrice non è percorribile perchè i contributi versati da suo cognato, purtroppo prematuramente scomparso, non possono essere sommati a quelli necessari a suo marito per il raggiungimento della pensione: le posizioni previdenziali e assistenziali sono strettamente personali e non cedibili.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta



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1 Commento

  1. Chi ha 1 contratto di prestazione d’opera , nn continuativo ma versa normalmente i maledetti contributi x che lo stato li prende , è nn avrò 1 pensione , nn ho la disoccupazione, x più con 1 figlio disabile con 1 pensione di 270 all’ Mese nn percepisco nessun ammortizzatore sociale da parte dello stato , cosa posso fare ,amazare tutti i pezzi di merda .

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