HOME Articoli

Lo sai che? Lavoro famigliare: come fare con la compagna

Lo sai che? Pubblicato il 10 marzo 2018

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 10 marzo 2018

Convivo da dieci anni con la mia compagna che ha un negozio. Sono in pensione. A che titolo posso lavorare con lei visto che sono separato legalmente on la mia ex che non vuole concedermi il divorzio?

Le questioni che il lettore pone sono di duplice natura. Una di natura lavoristica e un’altra di natura famigliare.

Innazitutto, il divorzio non si concede, lo si consegue. È un diritto di ciascuna delle parti.

Se il lettore vuole il divorzio lo può ottenere sia che la moglie lo voglia o no.

Ovviamente, se le due parti non sono d’accordo, non si può presentare la domanda per il divorzio congiunto ed è

necessario munirsi di un legale proprio per presentare un ricorso giudiziale. Ma forse rivolgersi ad un professionista può valere la spesa, dato che la situazione di separato non gli è favorevole, come il lettore stesso afferma.

Tanto per completare il tema del divorzio, si sottolinea che il costo di un divorzio è strettamente collegato alla complicazione e/o facilità di risoluzione di tutte le questioni sottese al rapporto matrimoniale. Se vi sono dei figli

minori oppure se esistono delle proprietà immobiliari, la gestione del divorzio sarà automaticamente più delicata

e necessita di una attività preparatoria che è opportuno si svolga con l’aiuto di professionisti.

Contrariamente se non vi sono problemi particolari, anche un divorzio promosso come ricorso giudiziale, non

potrà che risolversi velocemente con un accordo, con conseguente notevole riduzione dei costi.

Circa il lavoro con la compagna del lettore.

Bisogna subito sfatare una credenza non corretta: il lavoro famigliare è detassato e decontribuito (in talune circostanze e non tutte) perchè si presume gratuito.

Le prestazioni lavorative rese tra familiari, intendendosi per tali quelle prestazioni svolte in favore del coniuge (o del convivente more uxorio) e dei parenti ed affini conviventi, aventi ad oggetto qualsiasi attività che faccia capo al coniuge o familiare in favore del quale la prestazione viene resa, si presumono gratuite e non ricollegabili ad alcun rapporto di lavoro, trovando esse causa nei vincoli di affetto e solidarietà che caratterizzano il contesto familiare.

Gratuito significa non retribuito, per essere chiari. Se il lettore aveva intenzione di lavorare “come famigliare” per la sua compagna (futura moglie) e prendere uno stipendio, ciò non è possibile.

Sul punto la Cassazione Civile precisando che ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro “può essere ricondotta ad un rapporto diverso istituito ‘affectionis vel benevolentiae causa’, caratterizzato dalla gratuità della prestazione, ove risulti dimostrata la sussistenza della finalità di solidarietà in luogo di quella lucrativa”.

Finalità di solidarietà in luogo di quella lucrativa, si sottolinea.

La presunzione di gratuità dell’attività lavorativa resa dal familiare opera in particolare:

– in caso di attività lavorativa prestata nell’ambito di un’impresa individuale, qualora questa sia gestita ed organizzata, strutturalmente ed economicamente, con criteri prevalentemente familiari;

– in caso di attività lavorativa prestata in favore del coniuge professionista;

– in caso di attività lavorativa prestata in favore di un socio di una società di persone che abbia il controllo della società (socio di maggioranza o amministratore unico).

La presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese in ambito familiare non è tuttavia così rigorosa da escludere in modo assoluto la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato.

La predetta presunzione resa dal familiare, in ogni caso, non opera nell’ipotesi in cui il familiare che beneficia della prestazione lavorativa sia socio di una società di capitali: ed infatti in tale ipotesi il rapporto di lavoro intercorre con la società, soggetto diverso dal coniuge o dal familiare convivente. Fa eccezione il caso della società di capitali a socio unico.

Peraltro, non è detto che la gratuità della prestazione esima dal rispetto di obblighi contributivi, quando ciò è espressamente previsto da norme di legge, ad esempio nei confronti di specifiche gestioni pensionistiche dei lavoratori autonomi.

Il Ministero del lavoro ha fornito al personale di vigilanza, con la nota n. 10478 del 21 aprile 2013, alcuni parametri per la valutazione dell’abitualità o dell’occasionalità della prestazione dei familiari a favore dell’imprenditore. Osserva preliminarmente il Ministero che nel valutare il carattere abituale e prevalente del lavoro del familiare dell’imprenditore, individuale o socio, ai fini della iscrizione presso le apposite Gestioni previdenziali INPS, “la circostanza che il lavoro sia reso da un familiare contribuisce a determinare in molti casi la natura occasionale della prestazione lavorativa, così da escludere l’obbligo di iscrizione in capo al familiare. In alcune specifiche circostanze, inoltre, l’occasionalità della prestazione può essere qualificata come regola generale e pertanto si ritiene che in sede di verifica ispettiva se ne debba tener conto”. Premesso che per attività occasionale si intende quella caratterizzata dalla non sistematicità e stabilità dei compiti espletati, non integrante comportamenti di tipo abituale e prevalente nell’ambito della gestione e del funzionamento dell’impresa, il Ministero ammette che vi sono casi in cui la collaborazione del familiare dell’imprenditore (o del socio) per motivi oggettivi o soggettivi, può essere considerata “presuntivamente” di natura occasionale. Opera la presunzione (relativa) di occasionalità della prestazione quando la stessa è resa da:

– pensionati, parenti o affini dell’imprenditore, considerate collaborazioni occasionali di tipo gratuito, tali dunque da non richiedere né l’iscrizione nella Gestione assicurativa di competenza, né da ricondurre alla fattispecie della subordinazione;

– familiare impiegato a tempo pieno presso altro datore di lavoro, in considerazione della residualità del tempo a disposizione per poter espletare altre attività o compiti – con carattere di prevalenza e continuità – presso l’azienda del familiare.

Al di là di queste tipologie, il Ministero del lavoro ha ritenuto opportuno indicare un parametro quantitativo convenzionale, volto a definire il limite temporale massimo di durata della prestazione perché questa possa essere definita “occasionale”, identificando, in linea di massima il limite quantitativo dei 90 giorni, intesi come frazionabili in ore, ossia 720 ore nel corso dell’anno solare. Afferma altresì, il Ministero, che qualora il personale ispettivo riscontri la presenza di precisi indici sintomatici di una “prestazione lavorativa” in senso stretto tale da poter escludere il presupposto dell’occasionalità, dovrà comunque dimostrarne la sussistenza mediante puntuale e idonea documentazione probatoria di carattere oggettivo e incontrovertibile.

Ma resta ancora la domanda iniziale e cioè come potrebbe il lettore lavorare per la sua attuale compagna senza essere

inquadrato come lavoratore dipendente?

Se questi fa un’attività che può essere ricondotta ad un lavoro di commesso al banco, non c’è un sistema legale o legalmente regolare, per non risultare come dipendente.

Dall’inizio del 2017 sono state abolite praticamente tutte le forme di lavoro parasubordinato (CoCoPro & affini)

che esistevano prima. Sono stati aboliti anche i voucher ed è stato ridotta la possibilità di avvalersi del c.d. lavoro occasionale.

In particolare, la possibilità di acquisire prestazioni occasionali è comunque fortemente limitata dai rigorosi limiti per i compensi. Dal singolo utilizzatore potranno essere acquisite, nel corso dell’anno civile (1° gennaio – 31 dicembre), prestazioni di lavoro occasionale, con riferimento alla totalità dei prestatori, per un importo complessivo non superiore a 5.000 euro. Anche il prestatore potrà percepire compensi per un importo complessivo non superiore a 5.000 euro, che sono esenti da imposizione fiscale e non incidono sull’eventuale stato di disoccupazione. Tuttavia le prestazioni occasionali complessivamente rese da ogni prestatore in favore del medesimo utilizzatore non possono superare l’importo di 2.500 euro.

In poche parole, se il lettore volesse utilizzare lo schema del lavoro occasionale potrebbe farsi pagare dalla sua compagna massimo €.2.500,00 all’anno.

L’unica possibilità che si intravede è quella di essere inquadrato il lettore come amministratore della società della sua compagna.

Se l’attività commerciale è stata configurata come ditta individuale, non si può fare, ma se è una SRL, anche

unipersonale o semplificata, allora si.

Nelle “SRL” la funzione di amministratore può essere svolta tanto da soci quanto da soggetti non soci. Per l’attività di amministratore, può essere previsto sia un compenso periodico sia un TFM (Trattamento di fine mandato), quest’ultimo nella alternativa opzione di fondo trattenuto presso l’azienda (simile al fondo TFR per i lavoratori dipendenti) o di prodotto finanziario (polizza).

Il compenso dell’amministratore si eroga mediante apposito cedolino periodico ed è soggetto sia a ritenuta fiscale alla fonte (come per i lavoratori dipendenti) sia a contribuzione Inps (Gestione Separata). La ritenuta previdenziale è operata alla fonte ed è per i 2/3 a carico della società e per 1/3 a carico dell’amministratore.

L’aliquota contributiva Gestione Separata per il 2016 applicabile ai compensi amministratori (circolare 13 del 2016) è del 31,72% (riducibile al 24% se l’amministratore è già iscritto ad altra forma previdenziale oppure è un pensionato); nel 2017 l’aliquota contributiva massima è del 32,72% e nel 2018 salirà al 33,72%, avvicinandosi così alle aliquote contributive medie dei lavoratori dipendenti.

Il compenso percepito dall’amministratore confluirà una CU annuale analoga a quella del lavoratore dipendente: sotto il profilo fiscale, il compenso si connota come reddito di natura assimilata a quella di lavoro dipendente.

Infine, l’attività di amministratore non è equiparabile a quella di lavoro dipendente, benché i meccanismi di retribuzione/contribuzione si esplichino con modalità similari a quelle previste per il lavoro subordinato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Ettore Pietro Silva


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI