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Auto slitta in una pozza d’acqua: chi citare?

10 marzo 2018


Auto slitta in una pozza d’acqua: chi citare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 marzo 2018



Stavo guidando e mentre percorrevo un tratto autostradale a pagamento, pioveva a dirotto ed ho perso in curva per delle pozze d’acqua il controllo dell’auto. Aquaplaning. Auto distrutta. Salvo per miracolo ma con gravi lesioni. Il rapporto della polizia autostradale riferisce che in quel punto dell’autostrada avevano già segnalato il problema per altri incidenti. Rilevano però guida senza cintura e velocità non commisurata. Impugnato avanti il prefetto la contravvenzione e prescritta. Il mio legale ha depositato denuncia querela nei confronti dei responsabili eventuali dell’autostrada ed ora vorrebbe procedere con azione civile. L’autostrada non ha mai risposto. Chi occorre citare in giudizio e che possibilità di riuscita ha il contenzioso?

La questione in esame trova ampi riferimenti in giurisprudenza.

Secondo Cassazione, sentenza n. 295 del 13 gennaio 2015, «i danni cagionati da cosa in custodia ha carattere oggettivo. Perché tale responsabilità possa configurarsi in concreto, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa stessa e il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto la nozione di custodia non presuppone, Né implica uno specifico obbligo di custodire, analogo a quello previsto per il depositario; funzione della norma è, in tal senso, quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa stessa. Si deve, pertanto, considerare custode chi di fatto controlla le modalità d’uso e di conservazione della cosa. Ne consegue che tale tipo di responsabilità è esclusa solamente dal caso fortuito, fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno. In sostanza, in tema di responsabilità da cosa in custodia, la presunzione stabilita dall’art. 2051 c.c., presuppone la dimostrazione, ad opera del danneggiato, dell’esistenza del nesso causale tra cosa in custodia e fatto dannoso. Il comportamento del custode è estraneo alla struttura della menzionata norma codicistica, laddove il fondamento della sua responsabilità va ricercato nel rischio che grava su di lui per i danni prodotti dalla cosa che non dipendano da fortuito ».

La sentenza riportata si pone nel solco di consolidata giurisprudenza: l’attore che agisce per il riconoscimento del danno ha l’onere di provare soltanto l’esistenza del nesso causale tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode convenuto deve provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (così, Cass. 07/08/2010 n. 8229; Cass. 19/05/2011 n. 1106; Cass. 18/02/2014 n. 3793; Cass. 25/08/2014 n. 18162; Cass. 23/10/2014 n. 22528).

In sintesi, i principi che regolano la materia della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. (cioè, quella riconducibile all’ente che gestisce il tratto autostradale) sono i seguenti:

1) La responsabilità per danni cagionati dalla cosa in custodia prescinde dall’accertamento di un comportamento colposo del custode ed ha carattere oggettivo necessitando, per la sua configurabilità, l’esistenza del nesso causale fra cosa ed evento.

2) Tale responsabilità prescinde dall’accertamento della pericolosità della cosa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa causati, sia per la sua intrinseca natura sia per la insorgenza di agenti dannosi, potendo essere esclusa solo dal caso fortuito.

3) Il caso fortuito c.d. esimente può essere rappresentato da fattori esterni alla cosa, idonei a generare un pericolo non connaturato alla stessa e come tali suscettibile di integrare detto elemento. Essi vanno intesi in senso ampio e possono essere determinati dal fatto dello stesso danneggiato o di un terzo.

Secondo Corte di Cassazione, III sezione civile, sentenza n. 10893/2016, l’ente gestore risponde dal danno cagionato dalla cosa in custodia, a meno che il sinistro non sia avvenuto prima che il personale potesse rimuovere l’ostacolo dalla strada: in questo caso si configura il caso fortuito che libera da responsabilità l’ente.

Alla luce di tutto ciò, si può dire che l’ente proprietario o concessionario di una strada aperta al pubblico transito riveste lo status di custode trovandosi in una situazione che lo pone in grado di sorvegliarla, controllarla, modificarne le condizioni di fruibilità, rispondendo, in caso contrario, del danno subito dall’utente come nella ipotesi in cui esso sia conseguente alla apertura di un cantiere stradale, non adeguatamente segnalato dal proprietario del tratto stradale di cui è custode (v. Cass. 28/07/2014 n. 17039), ovvero alla caduta di un pedone in ragione della presenza di un avvallamento sul marciapiede coperto da uno strato di ghiaia ma lasciato aperto al calpestio del pubblico senza alcuna segnalazione delle condizioni di pericolo (Cass. 23/10/2014 n. 22528).

In secondo luogo, l’ente proprietario o concessionario di una strada, una volta accertato il fatto dannoso a causa di una anomalia della stessa, è responsabile, salvo che non provi di non aver potuto far nulla per evitare il danno, a causa della improvvisa ed inevitabile insorgenza di un fattore estraneo al difetto di diligenza nella sorveglianza e manutenzione del bene, dipendente anche da un fatto di un terzo (come, ad esempio, la improvvisa perdita di olio da una autovettura che precede altra che sbanda sull’asfalto reso scivoloso, andando fuori strada), o dello stesso danneggiato (la caduta di un pedone su un tratto stradale interessato da lavori commissionati dal Comune, non eseguiti a regola d’arte ed in cui la conseguente irregolarità era ben visibile e non insidiosa; cfr. Tribunale di Cagliari 18/07/2014 n. 2205), come tali idonei ad interrompere il nesso causale esistente tra la causa del danno ed il danno stesso e, quindi, ed escludere la responsabilità del custode (cfr. anche Cass. 29/01/2013 n. 2094, Cass. 03/04/2009 n. 8157 e Cass. 11/11/2011 n. 23562).

Come si vede, i più recenti interventi della Corte di Cassazione fanno pensare al definitivo tramonto della tesi dell’applicabilità dell’art. 2043 c.c. Appare dunque superato quell’orientamento per cui il danneggiato deve dare necessariamente la prova, ai fini del risarcimento, dell’esistenza di un pericolo occulto non visibile o prevedibile, cioè della presenza di insidie o trabocchetti (ex multis, Cass. 1985/2319; Cass. 2004/1571; Cass. 2004/22592).

L’insidia ed il trabocchetto costituiscono figure giuridiche di elaborazione giurisprudenziale nate dall’esigenza di limitare le ipotesi di responsabilità della Pubblica Amministrazione, ponendo la relativa prova a carico del danneggiato, da cui essa può liberarsi dimostrando di aver adottato tutte le cautele del caso per evitare il danno e quindi l’insorgere della situazione di pericolo (insidia). Questo orientamento era la conseguenza dell’inquadramento della responsabilità del gestore delle strade all’interno dell’alveo dell’art. 2043 c.c., anziché del 2051 c.c.

A fronte di tale indiscutibile favore per la Pubblica Amministrazione, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale 10/05/1999 n. 156, v’è stato un mutamento di prospettiva che, come sopra accennato, ha comportato vantaggi per il danneggiato, soprattutto sul piano probatorio, in considerazione della configurabilità in capo al gestore di una presunzione di colpa da cui la stessa può liberarsi con la prova del fortuito, secondo i termini e modalità suddette.

In particolare, tale svolta è stata dettata dagli Ermellini con le due sentenze 20/02/2006 n. 3651 e 14/03/2006 n. 5445, attraverso cui si è arrivati a ritenere pienamente applicabile alla P.A. l’art. 2051 c.c., confermate successivamente da numerose altre, oltre quelle già citate, tra cui merita una particolare segnalazione sentenza 20/01/2014 n. 999 con cui la Cassazione, affrontando l’annosa problematica dei rapporti fra art. 2051 e 2043 c.c., confermando il proprio orientamento a favore della riconducibilità del c.d. danno da insidia stradale nelle ipotesi di cui all’art. 2051 c.c., insiste nell’affermare la diversità delle due tipologie di responsabilità (oggettiva e fondata sul principio del divieto del neminem laedere).

Sebbene quello esposto sia l’orientamento assolutamente maggioritario, esiste ancora qualche voce discordante. Si veda Cass., 16/01/2013 n. 907, in cui i giudici di legittimità fanno ancora riferimento all’art. 2043 c.c. per affermare la responsabilità dell’Anas , in un caso in cui la stessa era stata citata in giudizio da un automobilista il quale, nell’affrontare una rotatoria, si era scontrato contro un guardrail, in cattivo stato di manutenzione con pezzi di lamiera non più agganciati e collocati orizzontalmente tanto da conficcarsi nel vano motore dell’automobile ed amputando entrambe le gambe del guidatore.

Nel caso specifico, poiché risultava tutt’altro che imprevedibile l’aquaplaning, il gestore dell’autostrada avrà difficoltà a dimostrare l’assenza di responsabilità. Pare chiaro che in quel tratto vi fosse una difformità del manto stradale, difformità che, se risultava già nota (come testimoniata dalla polizia stradale), dovrebbe inchiodare l’ente.

Andrebbe citato l’ente gestore, normalmente l’Anas, in quanto responsabile della gestione delle autostrade italiane, oppure Autostrade per l’Italia S.p.a., se il tratto era stato dato in concessione a quest’ultima.

Dovrebbe comunque accertarsi in concreto chi aveva in gestione il tratto.

L’eccesso di velocità nonostante la pioggia e l’assenza di cinture di sicurezza sicuramente non giovano al lettore. È ben possibile che il giudice opti per un concorso di colpa. Tuttavia, ciò non significa che non potrà ottenere il risarcimento, ma solamente che esso dovrà essere rivisto in ragione delle colpe del conducente.

Le probabilità di vittoria sembrano a parere dello scrivente buone, anche se è probabile che tutto si giocherà sulla perizia che il giudice vorrà disporre, provando ad effettuare un giudizio prognostico sulla possibilità di verificazione del sinistro a velocità normale (cioè, entro i limiti di legge).

A proposito delle pozze d’acqua, la Cassazione (sentenza n. 3630/97) ha ritenuto insidia la presenza di una fascia d’acqua che attraversa tutta le sede stradale in prossimità di una curva, sia perché non segnalata e non visibile, sia perché non prevedibile. Più recentemente, sempre in riferimento al fenomeno dell’aquaplaning si è espresso Tribunale Reggio Emilia, sentenza 23/10/2012 n. 1774.

A riprova dell’orientamento secondo cui è l’ente gestore a dover rispondere del danno, si cita una recente sentenza della Cassazione (sentenza n. 11785 del 12 Maggio 2017) che, a proposito di un animale selvatico presente in autostrada, nonostante la presenza di barriere, ha stabilito: « la responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia, ex art. 2051 c.c., ha carattere oggettivo e trova fondamento nella particolare relazione intercorrente tra il custode e la cosa, la presunzione di responsabilità del quale può essere vinta solo dalla sussistenza di un fattore esterno, il caso fortuito, attinente alle modalità di causazione del danno, sicché al danneggiato è sufficiente provare il nesso causale tra cosa in custodia ed evento dannoso, mentre il custode, per liberarsi, dovrà offrire la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, idoneo ad interrompere quel nesso causale, in quanto avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità […]; allegata e dimostrata da parte dell’automobilista danneggiato l’inattesa e imprevista presenza sulla carreggiata di un’autostrada di un animale selvatico con cui non era stato possibile evitare la collisione, la società di gestione autostradale, titolare del potere di custodia della cosa, per vincere la presunzione di responsabilità ex art. 2051 c.c., deve dare la dimostrazione positiva che la presenza dell’animale fosse stata determinata da un fatto imprevedibile ed inevitabile, idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra l’evento dannoso e la cosa custodita, non potendosi tale nesso ritenere escluso dalla mera presenza di una rete di recinzione, ancorché integra, in corrispondenza del tratto autostradale interessato dall’incidente».

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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