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Email come prova in tribunale: che valore legale ha?

18 Luglio 2019
Email come prova in tribunale: che valore legale ha?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Luglio 2019



Si può dimostrare con certezza chi ha inviato un’email e se il destinatario l’ha effettivamente ricevuta? 

Che valore legale ha un’email? Di per sé nessuno, se non si tratta di posta elettronica certificata (Pec). Solo questa infatti garantisce la piena prova dell’identità del mittente, di quella del destinatario, della data di spedizione e della ricezione della stessa. L’email ordinaria ha lo stesso valore di una fotocopia: fa prova solo se, in una eventuale causa, non viene esplicitamente contestata da colui contro il quale viene esibita (la contestazione non può essere generica ma deve suggerire al giudice le ragioni per cui il documento non può considerarsi attendibile). Ciò nonostante si stanno affacciando diverse sentenze che attribuiscono all’email ordinaria valore di prova; questo capita tutte le volte in cui la sua ricezione o il contenuto vengono tacitamente confermati dal successivo comportamento del destinatario. Questi, ad esempio, potrebbe rispondere al messaggio e intrattenere una corrispondenza col mittente così confermando l’esistenza di un rapporto contrattuale e di accordi volti a consegnare una merce o a eseguire una prestazione; oppure potrebbe inoltrare l’email ad altre persone (in questo senso la Cassazione [1] ha confermato un licenziamento inviato per email al dipendente il quale, subito dopo aver letto il messaggio, lo ha girato ai suoi colleghi per far leggere loro le motivazioni del datore).

Dunque, volendo essere precisi, si può affermare che l’email come prova in tribunale sta diventando una realtà sempre più consolidata, atteso soprattutto che ormai gran parte dei rapporti commerciali vengono intrattenuti non più con fax o raccomandate, ma proprio con la posta elettronica ordinaria. Che valore legale ha l’email però quando il mittente nega di averla mai spedita dal proprio indirizzo di posta elettronica e non ci sono altri elementi che confermano tale circostanza? La questione è stata di recente decisa dalla Suprema Corte [2]. Chiariamo anche questo aspetto.

L’email ordinaria, per essere considerata prova scritta, deve essere confermata da altre circostanze o non deve essere contestata

Immaginiamo che un dipendente, dal proprio indirizzo di posta elettronica riservato, scriva un’email a un collega nel quale parli male del proprio datore. O immaginiamo ancora che un tale minacci un’altra persona inviandole un’email. Oltre all’email, non ci sono successivi messaggi o scambi di sms tra i due. Se l’email dovesse finire davanti al giudice per dimostrare il comportamento illecito del mittente che valore legale avrebbe? A riguardo la Suprema Corte ha ribadito che un’email ordinaria non può essere riferibile con certezza al suo autore apparente, non trattandosi di Pec (posta elettronica certificata) e non essendo neanche munita di firma digitale in grado di garantire l’identificabilità dell’autore e la sua integrità e immodificabilità. Questo significa che se non ci sono altri elementi – come potrebbero essere anche delle prove testimoniali o uno scambio di successivi messaggi di posta elettronica – a confermarne spedizione, mittente e contenuto possono essere facilmente contestabili. Risultato: la singola e isolata email non ha valore legale.

Nella pronuncia in commento, la Cassazione ha ricordato come «alle email tradizionali non possano essere riconosciuti la natura e il valore probatorio della scrittura privata». Infatti il Codice dell’amministrazione digitale [3] attribuisce l’efficacia  probatoria della scrittura privata solo ed esclusivamente al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale. Al contrario, l’attendibilità di ogni altro diverso documento informatico va valutata caso per caso dal giudice che potrà ritenere se attribuire allo stesso il valore di un documento scritto o meno. La valutazione, come detto, potrà tenere conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti o dell’esistenza di ulteriori indizi o prove come le dichiarazioni di testimoni.

Il punto, allora, non è tanto mettere in discussione il contenuto del messaggio che potrebbe anche essere corrispondente al vero; non è neanche il fatto che l’email sia partita da un determinato indirizzo di posta elettronica; il problema è che non è detto che a spedirla sia stato davvero il titolare dell’account e non un’altra persona che, magari, è riuscita a forzare l’accesso in un modo o nell’altro (potrebbe trattarsi di un hacker, ma anche di un collega di lavoro, di una persona dello stesso nucleo familiare, ecc.).

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La questione sul valore dell’email non certificata come prova è stata più volte affrontata dai giudici i quali hanno ritenuto che non si può attribuire ad essa il valore di prova essendo sufficiente e possibile «intervenire sul programma di posta elettronica perché chi riceve il messaggio lo veda come se fosse inviato da diverso indirizzo» [4].

Esiste, comunque, un orientamento (minoritario e poco seguito) secondo cui anche l’email ordinaria avrebbe valore di prova. Tale tesi fa leva sul fatto che il mittente, per poter creare ed inviare il messaggio, deve eseguire una operazione di validazione, inserendo il proprio username e la propria password: ne conseguirebbe che l’email potrebbe dunque essere impiegata in tutti i contratti cosiddetti “a forma libera” e in tutte le ipotesi in cui, parlando di forma scritta e prova scritta, non si intende la scrittura privata, necessaria per la validità e l’esistenza stessa dell’atto. Il valore probatorio del documento informatico con firma elettronica “debole” sarebbe liberamente valutabile dal giudice.

In questo secondo filone, si inserisce una recentissima sentenza della Cassazione [5] secondo cui le email hanno piena efficacia di prova nel giudizio civile. Per il disconoscimento colui contro il quale sono prodotte deve dimostrare, con elementi concreti e in maniera circostanziata ed esplicita, la non rispondenza con la realtà.

La Suprema Corte precisa che l’email contiene la rappresentazione di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti e di conseguenza forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotti non contesta la loro “fedeltà”. Tuttavia, l’eventuale disconoscimento non ha gli stessi effetti previsti per la scrittura privata che non può essere utilizzata. Nel caso degli sms e dell’email, il diretto interessato deve dimostrare la non rispondenza, ma il giudice può comunque accertarla, anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni.

note

[1] Cass. sent. n. 29753/17 del 12.12.2017.

[2] Cass. sent. n. 5523/2018 del 8.03.2018.

[3] Art. 21 del Dlgs 82/2005.

[4] Trib. Roma, ord. del 20.12.2013; trib. Brescia sent. n. 348/2008.

[5] Cass. sent. n. 19155/2019 del 17.7.2019. 

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 5 dicembre 2017 – 8 marzo 2018, n. 5523
Presidente Bronzini – Relatore Marchese

Fatti di causa

Il Tribunale di Roma, con sentenza nr. 721 del 2013, pronunciando sul ricorso proposto il 27.6.2011 da S.D. nei confronti di TELECOM ITALIA spa, annullava la sanzione disciplinare della sospensione per giorni tre del novembre 2008 e rigettava la domanda di impugnativa del licenziamento per giusta causa irrogato il 10.3.2009; in accoglimento della domanda riconvenzionale proposta da TELECOM ITALIA spa, condannava il lavoratore al pagamento di Euro 194.608,50.
Con sentenza del 15.6.2015-14.10.2015 (nr. 5143/2015), la Corte di Appello di Roma, in parziale accoglimento del gravame principale proposto dal lavoratore, rigettato quello in via incidentale interposto da TELECOM ITALIA spa ed in conseguente riforma della sentenza di primo grado, dichiarava l’illegittimità del licenziamento e condannava la società al pagamento di Euro 311.361,00 a titolo di indennità supplementare e di Euro 138.382,66 a titolo di indennità di preavviso; respingeva, per l’effetto, la domanda riconvenzionale proposta dalla società.
La vicenda – che solo rileva in questa sede – ha riguardato la contestazione al lavoratore – dirigente e responsabile, all’epoca dei fatti, dell’Area Territoriale Sales Consumer Nord Est – di una condotta irregolare in merito all’applicazione della procedura cd. “rivalutazioni di magazzino” che, secondo le indagini aziendali, aveva portato all’accredito di somme non dovute in favore di alcune società commerciali partner, in quanto relative a giacenze di prodotti di telefonia mobile, in realtà non esistenti.
La Corte di appello osservava che la prospettazione della parte datoriale era fondata su messaggi di posta elettronica di ” dubbia valenza probatoria” nonché su dichiarazioni provenienti da soggetti direttamente coinvolti nella vicenda e quindi inattendibili perché interessati ad un certo esito della lite.
La Corte distrettuale concludeva per l’accertamento di illegittimità del recesso, in quanto, in difetto di riscontri certi che dimostrassero il diretto coinvolgimento del lavoratore nella procedura irregolare di rivalutazione, la responsabilità che andava a configurarsi era di natura oggettiva, connessa cioè esclusivamente alla posizione dirigenziale ricoperta.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la società TELECOM ITALIA spa, affidato a sei motivi; ha resistito con controricorso S.D. .
Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..

Ragioni della decisione

Sintesi dei motivi.
1. Con il primo motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 e 4 violazione dell’art. 132 cod.proc.civ; motivazione inesistente – ai sensi dell’art. 360 nr. 5 -; violazione e falsa applicazione dell’art. 7 L. 300/70 ai sensi dell’art. 360 nr. 3 -.
Si contesta alla Corte di appello di Roma di aver accolto uno dei motivi dell’appello principale (illegittimità del licenziamento per violazione del diritto di difesa) senza nulla motivare al riguardo.
2. Con il secondo motivo, si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 e nr. 4 – la violazione dell’art.112 cod.proc.civ. e – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 2702 e 2712 cod.civ..
Osserva TELECOM che la sentenza impugnata fonda la illegittimità del licenziamento su due ordini di argomentazioni: la “dubbia valenza probatoria” delle e-mail aziendali e la inattendibilità dei testimoni che, in quanto coinvolti nella vicenda concreta, avrebbero avuto interesse ad attribuire ad altri le responsabilità dell’accaduto. Con particolare riferimento ai messaggi di posta elettronica, la corte territoriale esclude la valenza probatoria dei documenti sul presupposto di una possibilità astratta di alterazione, non trattandosi di corrispondenza elettronica certificata o sottoscritta con firma digitale che garantisce l’identificabilità dell’autore e la sua integrità ed immodificabilità.
La società critica, in parte qua, la statuizione del giudice di merito che, nella sostanza, ha messo in dubbio l’autenticità dei contenuti delle e-mail, laddove una tale deduzione non era stata introdotta dal lavoratore in primo grado; il D. si era, infatti, limitato ad affermare che i contenuti delle stesse non potevano “essere conoscibili” e, solo in replica alla riconvenzionale, aveva precisato di non aver ricevuto le e-mail in oggetto; infine, in sede di gravame – quindi tardivamente -, aveva dedotto la manomissione dei documenti.
3. Con il terzo motivo – ai sensi dell’art. 360 cod.proc.civ. – si deduce la violazione dell’art. 414 cod. proc. civ., per aver il giudice di merito dato rilevanza, sia pure in maniera indiretta, a circostanze non ritualmente allegate.
4. Con il quarto motivo si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod. proc. civ – violazione e falsa applicazione degli artt. 2730 e 2735 cod. civ e dell’art. 115 cod. proc. civ. nonché – ai sensi dell’art. 360 nr. 5 cod. proc. civ – l’omesso esame di un fatto decisivo.
Si assume che la Corte di appello ha errato nel ritenere che le dichiarazioni dei testi erano sorrette da un interesse personale; le deposizioni erano state rese al collega responsabile del procedimento di audit, mentre un eventuale interesse poteva sopraggiungere solo in seguito alla richiesta di corresponsabilità avanzata dalla difesa del lavoratore; le dichiarazioni assumevano, dunque, il valore di una confessione.
5. Con il quinto motivo si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod.proc.civ. – la violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 cod.civ. per non aver la Corte di merito esattamente individuato la responsabilità attribuita al lavoratore.
6. Con il sesto motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 nr. 4 cod.proc.civ. – la violazione dell’art. 246 cod.proc.civ.; si contesta che la sentenza non si è pronunciata sul motivo di gravame avente ad oggetto la statuizione di primo grado di ritenuta incapacità a testimoniare dei testi intimati da TELECOM.
Esame dei motivi.
Possono essere preliminarmente esaminati i motivi successivi al primo.
7. I motivi secondo e terzo vanno trattati congiuntamente, involgendo entrambi la valutazione di inefficacia probatoria delle e-mail aziendali.
La questione posta all’attenzione della corte non configura una violazione dell’art. 112 cod. proc. civ..
Il vizio di “ultra” o “extra” petizione, in relazione al quale viene in rilievo l’art. 112 cod. proc. civ., risulta configurabile se il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato; non in relazione al giudizio di valutazione del materiale probatorio – seppure erroneo espresso dal giudice di merito.
La critica, in relazione agli artt. 2702 e 2712 cod. civ., si arresta, invece, già sul piano dell’inammissibilità.
Come è noto, la parte che denunci, con il ricorso per cassazione, il pregresso e implicito riconoscimento o disconoscimento di documenti – e di detta circostanza lamenti la mancata od inadeguata valutazione ad opera del giudice di merito – ha l’onere di riprodurre nel ricorso stesso il tenore esatto dell’atto e di indicare da quali altri elementi sia possibile trarre la conclusione che tali documenti non siano stati disconosciuti (cfr. Cass. 17.05.2007 nr. 11460 e, in motivazione, Cass. 13.6.2017 nr 14654).
Ciò in quanto l’interesse ad impugnare, con ricorso per Cassazione, discende dalla possibilità di conseguire, attraverso l’annullamento della sentenza impugnata, un risultato pratico favorevole; a tal fine, è però necessario che sia indicata in maniera adeguata la situazione di fatto della quale si chiede una determinata valutazione giuridica, diversa da quella compiuta dal giudice del merito ed asseritamene sbagliata.
Nel caso concreto, parte ricorrente non riporta il contenuto delle e-mail e neppure trascrive compiutamente gli atti difensivi del lavoratore, limitandosi a riportare alcuni passaggi del ricorso introduttivo e di una memoria depositata in primo grado.
La censura è, in ogni caso, infondata.
Il messaggio di posta elettronica è riconducibile alla categoria dei documenti informatici, secondo la definizione che di questi ultimi reca l’art. 1, comma 1, lett. p), del D. Lgs. nr. 82 del 2005 (“documento informatico: il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”), riproducendo, nella sostanza, quella già contenuta nell’art. 1, comma 1, lett. b) del DPR nr. 445 del 2000.
Quanto all’efficacia probatoria dei documenti informatici, l’art. 21 del medesimo D.Lgs., nelle diverse formulazioni, ratione temporis vigenti, attribuisce l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del cod. civ. solo al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, mentre è liberamente valutabile dal giudice, ai sensi dell’art. 20 D.Lgs 82/2005, l’idoneità di ogni diverso documento informatico (come l’e-mail tradizionale) a soddisfare il requisito della forma scritta, in relazione alle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità.
La decisione impugnata non mette in discussione la sussistenza di una corrispondenza relativa all’indirizzo di posta elettronica del dipendente, sicché è da escludere una violazione dell’art. 2712 cod.civ..
La sentenza della corte territoriale esclude, piuttosto, che i messaggi siano riferibili al suo autore apparente; trattandosi di e-mail prive di firma elettronica, la statuizione non è censurabile in relazione all’art. 2702 cod.civ. per non avere i documenti natura di scrittura privata, ai sensi del citato art. 1 D.Lgs 82/2005.
Infine, non vi è alcuna specifica argomentazione in ordine alla asserita violazione dell’art. 414 cod.proc.civ., indicata nella rubrica ma non sviluppata nel motivo.
8. Il quarto motivo è infondato.
La violazione degli artt. 2730 e 2735 cod. civ. – norme che disciplinano la confessione – è inconferente rispetto al decisum.
La confessione è la dichiarazione che una parte fa della verità dei fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte.
Nel caso di specie, si discute di dichiarazioni provenienti da terze persone – testimoni nel processo – che la Corte di appello ha giudicato inattendibili, per un coinvolgimento nella vicenda concreta; la valutazione di attendibilità e credibilità dei testi involge apprezzamenti di fatto ed è censurabile come vizio di motivazione.
Neppure vengono in rilievo profili di violazione dell’art. 115 cod. proc. civ.; una questione di malgoverno dell’art. 115 cod.proc.civ. può porsi solo allorché il ricorrente alleghi che il giudice di merito: – abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; – abbia fatto ricorso alla propria scienza privata ovvero ritenuto necessitanti di prova fatti dati per pacifici.
Nessuna di tali situazioni è rappresentata nel motivo scrutinato.
Il vizio di motivazione – pure prospettato con il motivo in esame – non configura l’ipotesi introdotta dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, limitata alla devoluzione di un “fatto storico”, non esaminato, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo ((Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).
9. Inammissibile è il quinto motivo.
Parte ricorrente, pur formalmente denunciando la violazione dell’art. 2119 cod.civ., nella sostanza, deduce l’omesso esame di un fatto storico, consistente in uno dei due titoli di responsabilità attribuiti al dipendente e posto, in via alternativa, a fondamento del licenziamento.
È la stessa TELECOM che nell’illustrazione del motivo (pag. 16 del ricorso) afferma che a fondamento del recesso sono posti due fatti (storici): il recesso sarebbe stato giustificato sia in ragione di un diretto coinvolgimento del lavoratore nel procedimento di rivalutazione, in relazione al quale si riscontravano le irregolarità sia, comunque, a cagione del ruolo ricoperto nell’ambito dell’organizzazione della società e, dunque, per culpa in vigilando.
Tale secondo ” fatto” non sarebbe stato adeguatamente valutato dalla Corte di appello.
Il vizio andava, allora, veicolato attraverso il nr. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ.; tuttavia, la censura, a prescindere dalla esatta qualificazione, difetta di specificità ai sensi degli artt. 366, co. 2, nr. 6 e 369, co.2, nr. 4 cod.proc.civ.; parte ricorrente ha omesso di allegare e depositare la contestazione disciplinare.
10. Le censure di cui al sesto motivo – per come genericamente sviluppate (non è infatti dedotto di quali testi si tratta, se diversi ed ulteriori rispetto a coloro per i quali la corte di appello ha espresso il giudizio di inattendibilità) – restano assorbite dalle considerazioni espresse in relazione al quarto motivo.
11. Da quanto precede consegue l’inammissibilità del primo motivo, per difetto di interesse della parte ricorrente.
La sentenza impugnata ha accolto la domanda del lavoratore sulla base di due rationes decidenti:
– violazione del diritto di difesa;
– mancanza di giusta causa.
La statuizione divenuta definitiva è autonomamente idonea a sorreggere il decisum; dall’eventuale accoglimento delle ulteriori ragioni di ricorso non potrebbe dunque derivare la cassazione della sentenza con conseguente difetto di interesse alla società ricorrente al relativo esame.
Conclusivamente il ricorso va respinto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso articolo 13.


Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 13 giugno – 17 luglio 2019, n. 19155

Presidente Giancola – Relatore Iofrida

Fatti di causa

Il Tribunale di Mantova, con sentenza n. 273/2018, – in controversia concernente un’opposizione promossa da K.M.Y. nei confronti di G.E. , dinanzi al Giudice di Pace di Mantova, avverso decreto ingiuntivo emesso nel 2016 con il quale si era ingiunto, al primo, di pagare, alla seconda, la somma d Euro 2.684,43, oltre interessi legali, a titolo di rimborso delle spese straordinarie sostenute da quest’ultima nell’interesse del figlio minore S. , nato dalla relazione sentimentale dei due, quale contributo ulteriore (versando il padre già Euro 250,00 al mese) per le rette dell’asilo-nido, ha riformato la decisione di primo grado, che aveva, in accoglimento dell’opposizione, revocato il decreto ingiuntivo.

In particolare, i giudici d’appello, rigettando l’opposizione a decreto ingiuntivo, hanno sostenuto che, dagli “sms” prodotti dalla G. , inviati a quest’ultima dallo Y. , documenti questi non contestati, quanto a provenienza e contenuto, dall’opponente tempestivamente (se non, tardivamente, in comparsa conclusionale), emergeva l’adesione di quest’ultimo all’iscrizione del minore all’asilo nido ed all’accollo da parte del padre della metà della retta dovuta, accordo comunque rispondente all’interesse dl figlio.

Avverso la suddetta pronuncia, K.M.Y. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti di G.E. (che non svolge attività difensiva).

Ragioni della decisione

1. Il ricorrente lamenta:1) con il primo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2702 e 2712 c.c., per avere il Tribunale riconosciuto efficacia probatoria, quale scrittura privata, a tre messaggi telefonici riprodotti meccanicamente, attribuendoli erroneamente allo Y. , quale presunto autore, pur essendo privi di sottoscrizione e del numero di cellulare del soggetto che li aveva inviati e del soggetto che li aveva ricevuti; 2) con il secondo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 4, dell’art. 115 c.p.c., non avendo il Tribunale rilevato che lo Y. , all’udienza del 16/11/2016, davanti al Giudice di Pace di Mantova, di prima comparizione delle parti, aveva tempestivamente contestato “le produzioni” della G. e quindi l’unico documento prodotto dalla stessa con la costituzione in giudizio, contestazione questa sufficiente, trattandosi di documenti privi di sottoscrizione che non dovevano essere formalmente disconosciuti ai sensi degli artt. 214 e 215 c.p.c.; 3) con il terzo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 4, dell’art. 116 c.p.c., per avere il Tribunale attribuito efficacia probatoria piena alla riproduzione meccanica dei tre messaggi telefonici e non efficacia meramente indiziaria, in presenza di contestazione della parte contro cui era stata prodotta, con conseguente erronea valutazione del contenuto degli stessi messaggi.

2. La seconda censura, di rilievo pregiudiziale, è infondata.

Questa Corte ha di recente statuito (Cass. 5141/20119) che “lo “short message service” (“SMS”) contiene la rappresentazione di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti ed è riconducibile nell’ambito dell’art. 2712 c.c., con la conseguenza che forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate se colui contro il quale viene prodotto non ne contesti la conformità ai fatti o alle cose medesime. Tuttavia, l’eventuale disconoscimento di tale conformità non ha gli stessi effetti di quello della scrittura privata previsto dall’art. 215 c.p.c., comma 2, poiché, mentre, nel secondo caso, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo della stessa, la scrittura non può essere utilizzata, nel primo non può escludersi che il giudice possa accertare la rispondenza all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni” (nella specie, veniva in questione il disconoscimento della conformità ad alcuni “SMS” della trascrizione del loro contenuto). Sempre questa Corte (Cass.11606/2018), in tema di efficacia probatoria dei documenti informatici, ha precisato che “il messaggio di posta elettronica (cd. e-mail) costituisce un documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti che, seppure privo di firma, rientra tra le riproduzioni informatiche e le rappresentazioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c. e, pertanto, forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate se colui contro il quale viene prodotto non ne disconosca la conformità ai fatti o alle cose medesime”.

Ora, sempre in tema di efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche di cui all’art. 2712 c.c., il disconoscimento idoneo a fare perdere ad esse la qualità di prova, pur non soggetto ai limiti e alle modalità di cui all’art. 214 c.p.c., deve tuttavia essere chiaro, circostanziato ed esplicito, dovendosi concretizzare nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta, anche se non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’art. 215 c.p.c., comma 2, perché mentre questo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (cfr. Cass. 3122/2015, nella quale questa Corte ha confermato la sentenza impugnata, laddove aveva ritenuto utilizzabile un DVD contenente un filmato, considerato che la parte aveva contestato del tutto genericamente la conformità all’originale della riproduzione informatica prodotta e che il giudice di merito aveva ritenuto l’assenza di elementi che consentissero di ritenere il documento non rispondente al vero; conf. 17526/2016; in termini, Cass.1250/2018).

Il Tribunale di Mantova ha dato rilievo al contenuto di tre SMS (la cui trascrizione era stata prodotta dalla G. , in sede di costituzione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo), ritenuti di chiaro tenore (soprattutto il primo) in ordine all’impegno del padre di accollarsi la metà delle spese relative alla retta dell’asilo-nido, osservando che l’invio ed il contenuto di tali messaggi non erano stati contestati dall’opponente, comparso personalmente all’udienza di prima comparizione, senza rilevare alcunché, se non tardivamente ed inammissibilmente con la comparsa conclusionale. Il ricorrente assume nel motivo del presente ricorso di avere comunque “contestato” l’unica produzione avversaria. Ma non era sufficiente una generica contestazione del documento, atteso che il disconoscimento, da effettuare nel rispetto delle preclusioni processuali, anche di documenti informatici aventi efficacia probatoria ai sensi dell’art. 2712 c.c., deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito e concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra la realtà fattuale e quella riprodotta.

La sentenza impugnata risulta pertanto conforme ai principi di diritto sopra enunciati.

Peraltro, come osservato anche da questa Corte (Cass.3680/2019), “nel vigore del novellato art. 115 c.p.c., a mente del quale la mancata contestazione specifica di circostanze di fatto produce l’effetto della “relevatio ad onere probandi”, spetta al giudice del merito apprezzare, nell’ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l’esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte”.

3. Il primo motivo è di conseguenza assorbito.

4. Il terzo motivo è inammissibile.

Invero, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 14627/2006; Cass. 24434/2016;Cass. 23934/2017).

Sempre questa Corte, ha poi affermato che la deduzione della violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile,ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è consentita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con conseguente inammissibilità della doglianza che sia stata prospettata sotto il profilo della violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 (Cass. 13960/2014; cfr Cass. 11892/2016; Cass.27000/2016; Cass.23940/2017).

L’art. 116 c.p.c.. infatti prescrive che il giudice deve valutare le prove secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti. La sua violazione è concepibile solo se il giudice di merito valuta una determinata prova, ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria, ovvero se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando detta norma (cfr. Cass. 8082/2017; Cass. 13960 /2014; Cass., 20119/ 2009).

4. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimata svolto attività difensiva. Essendo il procedimento esente, non si applica il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.


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