Diritto e Fisco | Articoli

Email come prova in tribunale: che valore legale ha?

9 Marzo 2018


Email come prova in tribunale: che valore legale ha?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Marzo 2018



Si può dimostrare con certezza chi ha inviato un’email e se il destinatario l’ha effettivamente ricevuta? 

Che valore legale ha un’email? Di per sé nessuno, se non si tratta di posta elettronica certificata (Pec). Solo questa infatti garantisce la piena prova dell’identità del mittente, di quella del destinatario, della data di spedizione e della ricezione della stessa. Invece l’email ordinaria ha lo stesso valore di una fotocopia: fa prova solo se, in una eventuale causa, non viene esplicitamente contestata da colui contro il quale viene esibita (la contestazione non può essere generica ma deve suggerire al giudice le ragioni per cui il documento non può considerarsi attendibile). Ciò nonostante si stanno affacciando diverse sentenze che attribuiscono all’email ordinaria valore di prova; ciò capita tutte le volte in cui la sua ricezione o il contenuto vengono tacitamente confermati dal successivo comportamento del destinatario. Questi, ad esempio, potrebbe rispondere al messaggio e, così, intrattenere una corrispondenza col mittente così confermando l’esistenza di un rapporto contrattuale e di accordi volti a consegnare una merce o a eseguire una prestazione; oppure potrebbe inoltrare l’email ad altre persone (in questo senso la Cassazione [1] ha confermato un licenziamento inviato per email al dipendente il quale, subito dopo aver letto il messaggio, lo ha girato ai suoi colleghi per far leggere loro le motivazioni del datore).

Dunque, volendo essere precisi, si può affermare che l’email come prova in tribunale sta diventando una realtà sempre più consolidata, atteso soprattutto che ormai gran parte dei rapporti commerciali vengono intrattenuti non più con fax o raccomandate, ma proprio con la posta elettronica ordinaria. Che valore legale ha l’email però quando il mittente nega di averla mai spedita, dal proprio indirizzo di posta elettronica e non ci sono altri elementi che confermano tale circostanza? La questione è stata di recente decisa dalla Suprema Corte [2]. Chiariamo anche questo aspetto.

L’email ordinaria, per essere considerata prova scritta, deve essere confermata da altre circostanze o non deve essere contestata

Immaginiamo che un dipendente, dal proprio indirizzo di posta elettronica riservato, scriva un’email a un collega nel quale parli male del proprio datore. O immaginiamo ancora che un tale minacci un’altra persona inviandole un’email. Oltre all’email non ci sono successivi messaggi o scambi di sms tra i due. Se l’email dovesse finire davanti al giudice per dimostrare il comportamento illecito del mittente che valore legale avrebbe? A riguardo la Suprema Corte ha ribadito che un’email ordinaria non può essere riferibile con certezza al suo autore apparente, non trattandosi di Pec (posta elettronica certificata) e non essendo neanche munita di firma digitale in grado di garantire l’identificabilità dell’autore e la sua integrità e immodificabilità. Questo significa che se non ci sono altri elementi – come potrebbero essere anche delle prove testimoniali o uno scambio di successivi messaggi di posta elettronica – a confermarne spedizione, mittente e contenuto possono essere facilmente contestabili. Risultato: la singola e isolata email non ha valore legale.

Nella pronuncia in commento la Cassazione ha ricordato come «alle email tradizionali non possano essere riconosciuti la natura e il valore probatorio della scrittura privata». Infatti il Codice dell’amministrazione digitale [3] attribuisce l’efficacia  probatoria della scrittura privata solo ed esclusivamente al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale. Al contrario l’attendibilità di ogni altro diverso documento informatico va valutata caso per caso dal giudice che potrà ritenere se attribuire allo stesso il valore di un documento scritto o meno. La valutazione, come detto, potrà tenere conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti o dell’esistenza di ulteriori indizi o prove come le dichiarazioni di testimoni.

Il punto allora non è tanto mettere in discussione il contenuto del messaggio che potrebbe anche essere corrispondente al vero; non è neanche il fatto che l’email sia partita da uno determinato indirizzo di posta elettronica; il problema è che non è detto che a spedirla sia stato davvero il titolare dell’account e non un’altra persona che, magari, è riuscita a forzare l’accesso in un modo o nell’altro (potrebbe trattarsi di un hacker, ma anche di un collega di lavoro, di una persona dello stesso nucleo familiare, ecc.).

La questione sul valore dell’email non certificata come prova è stata più volte affrontata dai giudici i quali hanno ritenuto che non si può attribuire il valore di prova all’email non certificata essendo sufficiente e possibile «intervenire sul programma di posta elettronica perché chi riceve il messaggio lo veda come se fosse inviato da diverso indirizzo [4].

Esiste, comunque, un orientamento (minoritario e poco seguito) secondo cui anche l’email ordinaria avrebbe valore di prova. Tale tesi fa leva sul fatto che il mittente, per poter creare ed inviare il messaggio, deve eseguire una operazione di validazione, inserendo il proprio username e la propria password: ne conseguirebbe che la mail potrebbe dunque essere impiegata in tutti i contratti cosiddetti “a forma libera” e in tutte le ipotesi in cui, parlando di forma scritta e prova scritta, non si intende la scrittura privata, necessaria per la validità e la esistenza stessa dell’atto. Il valore probatorio del documento informatico con firma elettronica “debole” sarebbe liberamente valutabile dal giudice.

note

[1] Cass. sent. n. 29753/17 del 12.12.2017.

[2] Cass. sent. n. 5523/2018 del 8.03.2018.

[3] Art. 21 del Dlgs 82/2005.

[4] Trib. Roma, ord. del 20.12.2013; trib. Brescia sent. n. 348/2008.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 5 dicembre 2017 – 8 marzo 2018, n. 5523
Presidente Bronzini – Relatore Marchese

Fatti di causa

Il Tribunale di Roma, con sentenza nr. 721 del 2013, pronunciando sul ricorso proposto il 27.6.2011 da S.D. nei confronti di TELECOM ITALIA spa, annullava la sanzione disciplinare della sospensione per giorni tre del novembre 2008 e rigettava la domanda di impugnativa del licenziamento per giusta causa irrogato il 10.3.2009; in accoglimento della domanda riconvenzionale proposta da TELECOM ITALIA spa, condannava il lavoratore al pagamento di Euro 194.608,50.
Con sentenza del 15.6.2015-14.10.2015 (nr. 5143/2015), la Corte di Appello di Roma, in parziale accoglimento del gravame principale proposto dal lavoratore, rigettato quello in via incidentale interposto da TELECOM ITALIA spa ed in conseguente riforma della sentenza di primo grado, dichiarava l’illegittimità del licenziamento e condannava la società al pagamento di Euro 311.361,00 a titolo di indennità supplementare e di Euro 138.382,66 a titolo di indennità di preavviso; respingeva, per l’effetto, la domanda riconvenzionale proposta dalla società.
La vicenda – che solo rileva in questa sede – ha riguardato la contestazione al lavoratore – dirigente e responsabile, all’epoca dei fatti, dell’Area Territoriale Sales Consumer Nord Est – di una condotta irregolare in merito all’applicazione della procedura cd. “rivalutazioni di magazzino” che, secondo le indagini aziendali, aveva portato all’accredito di somme non dovute in favore di alcune società commerciali partner, in quanto relative a giacenze di prodotti di telefonia mobile, in realtà non esistenti.
La Corte di appello osservava che la prospettazione della parte datoriale era fondata su messaggi di posta elettronica di ” dubbia valenza probatoria” nonché su dichiarazioni provenienti da soggetti direttamente coinvolti nella vicenda e quindi inattendibili perché interessati ad un certo esito della lite.
La Corte distrettuale concludeva per l’accertamento di illegittimità del recesso, in quanto, in difetto di riscontri certi che dimostrassero il diretto coinvolgimento del lavoratore nella procedura irregolare di rivalutazione, la responsabilità che andava a configurarsi era di natura oggettiva, connessa cioè esclusivamente alla posizione dirigenziale ricoperta.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la società TELECOM ITALIA spa, affidato a sei motivi; ha resistito con controricorso S.D. .
Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..

Ragioni della decisione

Sintesi dei motivi.
1. Con il primo motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 e 4 violazione dell’art. 132 cod.proc.civ; motivazione inesistente – ai sensi dell’art. 360 nr. 5 -; violazione e falsa applicazione dell’art. 7 L. 300/70 ai sensi dell’art. 360 nr. 3 -.
Si contesta alla Corte di appello di Roma di aver accolto uno dei motivi dell’appello principale (illegittimità del licenziamento per violazione del diritto di difesa) senza nulla motivare al riguardo.
2. Con il secondo motivo, si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 e nr. 4 – la violazione dell’art.112 cod.proc.civ. e – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 2702 e 2712 cod.civ..
Osserva TELECOM che la sentenza impugnata fonda la illegittimità del licenziamento su due ordini di argomentazioni: la “dubbia valenza probatoria” delle e-mail aziendali e la inattendibilità dei testimoni che, in quanto coinvolti nella vicenda concreta, avrebbero avuto interesse ad attribuire ad altri le responsabilità dell’accaduto. Con particolare riferimento ai messaggi di posta elettronica, la corte territoriale esclude la valenza probatoria dei documenti sul presupposto di una possibilità astratta di alterazione, non trattandosi di corrispondenza elettronica certificata o sottoscritta con firma digitale che garantisce l’identificabilità dell’autore e la sua integrità ed immodificabilità.
La società critica, in parte qua, la statuizione del giudice di merito che, nella sostanza, ha messo in dubbio l’autenticità dei contenuti delle e-mail, laddove una tale deduzione non era stata introdotta dal lavoratore in primo grado; il D. si era, infatti, limitato ad affermare che i contenuti delle stesse non potevano “essere conoscibili” e, solo in replica alla riconvenzionale, aveva precisato di non aver ricevuto le e-mail in oggetto; infine, in sede di gravame – quindi tardivamente -, aveva dedotto la manomissione dei documenti.
3. Con il terzo motivo – ai sensi dell’art. 360 cod.proc.civ. – si deduce la violazione dell’art. 414 cod. proc. civ., per aver il giudice di merito dato rilevanza, sia pure in maniera indiretta, a circostanze non ritualmente allegate.
4. Con il quarto motivo si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod. proc. civ – violazione e falsa applicazione degli artt. 2730 e 2735 cod. civ e dell’art. 115 cod. proc. civ. nonché – ai sensi dell’art. 360 nr. 5 cod. proc. civ – l’omesso esame di un fatto decisivo.
Si assume che la Corte di appello ha errato nel ritenere che le dichiarazioni dei testi erano sorrette da un interesse personale; le deposizioni erano state rese al collega responsabile del procedimento di audit, mentre un eventuale interesse poteva sopraggiungere solo in seguito alla richiesta di corresponsabilità avanzata dalla difesa del lavoratore; le dichiarazioni assumevano, dunque, il valore di una confessione.
5. Con il quinto motivo si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod.proc.civ. – la violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 cod.civ. per non aver la Corte di merito esattamente individuato la responsabilità attribuita al lavoratore.
6. Con il sesto motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 nr. 4 cod.proc.civ. – la violazione dell’art. 246 cod.proc.civ.; si contesta che la sentenza non si è pronunciata sul motivo di gravame avente ad oggetto la statuizione di primo grado di ritenuta incapacità a testimoniare dei testi intimati da TELECOM.
Esame dei motivi.
Possono essere preliminarmente esaminati i motivi successivi al primo.
7. I motivi secondo e terzo vanno trattati congiuntamente, involgendo entrambi la valutazione di inefficacia probatoria delle e-mail aziendali.
La questione posta all’attenzione della corte non configura una violazione dell’art. 112 cod. proc. civ..
Il vizio di “ultra” o “extra” petizione, in relazione al quale viene in rilievo l’art. 112 cod. proc. civ., risulta configurabile se il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato; non in relazione al giudizio di valutazione del materiale probatorio – seppure erroneo espresso dal giudice di merito.
La critica, in relazione agli artt. 2702 e 2712 cod. civ., si arresta, invece, già sul piano dell’inammissibilità.
Come è noto, la parte che denunci, con il ricorso per cassazione, il pregresso e implicito riconoscimento o disconoscimento di documenti – e di detta circostanza lamenti la mancata od inadeguata valutazione ad opera del giudice di merito – ha l’onere di riprodurre nel ricorso stesso il tenore esatto dell’atto e di indicare da quali altri elementi sia possibile trarre la conclusione che tali documenti non siano stati disconosciuti (cfr. Cass. 17.05.2007 nr. 11460 e, in motivazione, Cass. 13.6.2017 nr 14654).
Ciò in quanto l’interesse ad impugnare, con ricorso per Cassazione, discende dalla possibilità di conseguire, attraverso l’annullamento della sentenza impugnata, un risultato pratico favorevole; a tal fine, è però necessario che sia indicata in maniera adeguata la situazione di fatto della quale si chiede una determinata valutazione giuridica, diversa da quella compiuta dal giudice del merito ed asseritamene sbagliata.
Nel caso concreto, parte ricorrente non riporta il contenuto delle e-mail e neppure trascrive compiutamente gli atti difensivi del lavoratore, limitandosi a riportare alcuni passaggi del ricorso introduttivo e di una memoria depositata in primo grado.
La censura è, in ogni caso, infondata.
Il messaggio di posta elettronica è riconducibile alla categoria dei documenti informatici, secondo la definizione che di questi ultimi reca l’art. 1, comma 1, lett. p), del D. Lgs. nr. 82 del 2005 (“documento informatico: il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”), riproducendo, nella sostanza, quella già contenuta nell’art. 1, comma 1, lett. b) del DPR nr. 445 del 2000.
Quanto all’efficacia probatoria dei documenti informatici, l’art. 21 del medesimo D.Lgs., nelle diverse formulazioni, ratione temporis vigenti, attribuisce l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del cod. civ. solo al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, mentre è liberamente valutabile dal giudice, ai sensi dell’art. 20 D.Lgs 82/2005, l’idoneità di ogni diverso documento informatico (come l’e-mail tradizionale) a soddisfare il requisito della forma scritta, in relazione alle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità.
La decisione impugnata non mette in discussione la sussistenza di una corrispondenza relativa all’indirizzo di posta elettronica del dipendente, sicché è da escludere una violazione dell’art. 2712 cod.civ..
La sentenza della corte territoriale esclude, piuttosto, che i messaggi siano riferibili al suo autore apparente; trattandosi di e-mail prive di firma elettronica, la statuizione non è censurabile in relazione all’art. 2702 cod.civ. per non avere i documenti natura di scrittura privata, ai sensi del citato art. 1 D.Lgs 82/2005.
Infine, non vi è alcuna specifica argomentazione in ordine alla asserita violazione dell’art. 414 cod.proc.civ., indicata nella rubrica ma non sviluppata nel motivo.
8. Il quarto motivo è infondato.
La violazione degli artt. 2730 e 2735 cod. civ. – norme che disciplinano la confessione – è inconferente rispetto al decisum.
La confessione è la dichiarazione che una parte fa della verità dei fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte.
Nel caso di specie, si discute di dichiarazioni provenienti da terze persone – testimoni nel processo – che la Corte di appello ha giudicato inattendibili, per un coinvolgimento nella vicenda concreta; la valutazione di attendibilità e credibilità dei testi involge apprezzamenti di fatto ed è censurabile come vizio di motivazione.
Neppure vengono in rilievo profili di violazione dell’art. 115 cod. proc. civ.; una questione di malgoverno dell’art. 115 cod.proc.civ. può porsi solo allorché il ricorrente alleghi che il giudice di merito: – abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; – abbia fatto ricorso alla propria scienza privata ovvero ritenuto necessitanti di prova fatti dati per pacifici.
Nessuna di tali situazioni è rappresentata nel motivo scrutinato.
Il vizio di motivazione – pure prospettato con il motivo in esame – non configura l’ipotesi introdotta dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, limitata alla devoluzione di un “fatto storico”, non esaminato, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo ((Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).
9. Inammissibile è il quinto motivo.
Parte ricorrente, pur formalmente denunciando la violazione dell’art. 2119 cod.civ., nella sostanza, deduce l’omesso esame di un fatto storico, consistente in uno dei due titoli di responsabilità attribuiti al dipendente e posto, in via alternativa, a fondamento del licenziamento.
È la stessa TELECOM che nell’illustrazione del motivo (pag. 16 del ricorso) afferma che a fondamento del recesso sono posti due fatti (storici): il recesso sarebbe stato giustificato sia in ragione di un diretto coinvolgimento del lavoratore nel procedimento di rivalutazione, in relazione al quale si riscontravano le irregolarità sia, comunque, a cagione del ruolo ricoperto nell’ambito dell’organizzazione della società e, dunque, per culpa in vigilando.
Tale secondo ” fatto” non sarebbe stato adeguatamente valutato dalla Corte di appello.
Il vizio andava, allora, veicolato attraverso il nr. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ.; tuttavia, la censura, a prescindere dalla esatta qualificazione, difetta di specificità ai sensi degli artt. 366, co. 2, nr. 6 e 369, co.2, nr. 4 cod.proc.civ.; parte ricorrente ha omesso di allegare e depositare la contestazione disciplinare.
10. Le censure di cui al sesto motivo – per come genericamente sviluppate (non è infatti dedotto di quali testi si tratta, se diversi ed ulteriori rispetto a coloro per i quali la corte di appello ha espresso il giudizio di inattendibilità) – restano assorbite dalle considerazioni espresse in relazione al quarto motivo.
11. Da quanto precede consegue l’inammissibilità del primo motivo, per difetto di interesse della parte ricorrente.
La sentenza impugnata ha accolto la domanda del lavoratore sulla base di due rationes decidenti:
– violazione del diritto di difesa;
– mancanza di giusta causa.
La statuizione divenuta definitiva è autonomamente idonea a sorreggere il decisum; dall’eventuale accoglimento delle ulteriori ragioni di ricorso non potrebbe dunque derivare la cassazione della sentenza con conseguente difetto di interesse alla società ricorrente al relativo esame.
Conclusivamente il ricorso va respinto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso articolo 13.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI