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Lo sai che? In un ambiente a rischio il lavoratore può rifiutare di lavorare

Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2012

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2012

Legittimo il rifiuto del dipendente di lavorare in un ambiente non adeguato alle norme di sicurezza. 

Il dipendente ha il diritto di rifiutare di lavorare se il datore di lavoro non ha predisposto condizioni idonee a preservare l’integrità psico-fisica dei dipendenti.

È questa la sintesi di una recente sentenza la Suprema Corte di Cassazione [1].

I giudici hanno chiarito che l’imprenditore è tenuto ad adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori.

La libertà del datore di organizzare la propria attività lavorativa, per come garantito dalla Costituzione [2], trova un limite nell’utilità sociale e nella scelta degli strumenti attraverso i quali si estrinseca. In particolare, l’iniziativa economica non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana [3], che costituiscono altrettanti diritti inviolabili dell’uomo [4] e che, in ambito lavorativo, devono trovare altrettanta tutela [5].

In tal modo, il datore di lavoro diventa “debitore di sicurezza” e il lavoratore “creditore di sicurezza”. È quella che potrebbe definirsi “la cultura della sicurezza” quale componente essenziale nel rapporto tra datore e lavoratore.

È legittimo, quindi, per il lavoratore pretendere un ambiente di lavoro che non metta a repentaglio la sua salute. In forza di ciò, i giudici della Corte hanno ritenuto corretto il rifiuto del dipendente a svolgere la prestazione lavorativa se il datore non ha adempiuto agli obblighi di sicurezza.

D’altronde, viceversa, la Corte di Cassazione ha da tempo sottolineato che il datore deve pretendere il rispetto, da parte dei dipendenti, delle norme antinfortunistiche: in caso contrario, egli può procedere all’adozione di sanzioni disciplinari, di misure coercitive e, nei casi più gravi, al licenziamento [6].

di ANDREA BORSANI

note

[1] Cass. Sez.Lav. n.18921 del 05.11.2012.

[2] Art. 41  comma 1 Cost.

[3] Art. 41 comma 2 Cost.

[4] Art. 2 Cost.

[5] Art. 35 comma 1 Cost.

[6] Cass. Pen. Sez.IV 12.04.1991.


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