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Invalido al 75%: spetta la pensione di reversibilità al figlio?

11 marzo 2018


Invalido al 75%: spetta la pensione di reversibilità al figlio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 marzo 2018



In quali casi l’invalidità e l’inabilità al lavoro del figlio garantisce il diritto a percepire dall’Inps la pensione di reversibilità per il genitore defunto.

Al decesso di uno dei genitori, ai figli spetta la pensione di reversibilità, ossia l’assegno erogato dall’Inps agli eredi più prossimi in caso di decesso del pensionato o del lavoratore. Nel primo caso parliamo di pensione di reversibilità diretta (in quanto il deceduto era già titolare di pensione); nel secondo caso si parla invece di pensione di reversibilità indiretta (poiché il lavoratore deceduto non era titolare ancora di pensione ma aveva già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia o di invalidità). Per avere la pensione di reversibilità, i figli devono possedere determinati requisiti tra cui essere inabili al lavoro. Di tale aspetto si è occupata di recente la Cassazione che, con una pronuncia di qualche mese fa [1], ha spiegato se al figlio invalido al 75% spetta la pensione di reversibilità. Vediamo cosa è stato chiarito in questa occasione.

Quando i figli hanno diritto alla pensione di reversibilità?

Se hai letto la nostra guida sulla pensione di reversibilità saprai già quali sono le condizioni affinché un figlio possa chiedere la pensione di reversibilità del genitore defunto. Li ripetiamo ancora una volta:

  • avere meno di 18 anni;
  • essere uno studente di scuola media superiore, con età tra i 18 e i 21 anni, che non svolge alcun lavoro e che sia a carico del genitore deceduto;
  • essere uno studente universitario: il diritto spetta solo per la durata del corso legale di laurea ma non oltre i 26 anni ed a condizione che lo studente fosse a carico del genitore deceduto e non svolga alcuna attività lavorativa.

Sono considerati «a carico» del genitore deceduto – e quindi hanno diritto alla pensione del padre o della madre – i figli:

  • maggiorenni studenti in possesso di un reddito annuo non superiore al trattamento minimo maggiorato del 30%;
  • maggiorenni inabili in possesso di un reddito annuo non superiore a quello previsto per la pensione agli invalidi civili totali;
  • maggiorenni inabili, titolari di assegno di accompagnamento, in possesso di un reddito annuo non superiore a quello previsto per la pensione agli invalidi civili totali maggiorato dell’importo dell’indennità.

In caso di morte del titolare di pensione di invalidità, la pensione di reversibilità spetta al coniuge e ai figli minorenni, mentre ai figli superstiti maggiorenni spetta soltanto se essi siano riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di quest’ultimo; l’inabilità al lavoro rappresenta, pertanto, un presupposto del diritto alla pensione di reversibilità del figlio maggiorenne e, quindi, un elemento costitutivo dell’azione diretta ad ottenerne il riconoscimento; con la conseguenza che la sussistenza di esso deve essere accertata anche d’ufficio dal giudice, tanto che a nulla rileva che l’istituto previdenziale non abbia tempestivamente eccepito la carenza del suddetto presupposto [2].

Quale percentuale di invalidità per la pensione?

Nella sentenza in commento la Cassazione ha respinto la richiesta di pensione di reversibilità avanzata da un uomo nei confronti dell’Inps con invalidità accertata al 75% da parte della commissione sanitaria. Per i Giudici non è decisiva la percentuale di invalidità se questi ha comunque a disposizione una residua capacità lavorativa. Per accampare il diritto all’assegno pensionistico il figlio deve trovarsi nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi lavoro. Quindi è irrilevante la sua accertata invalidità civile al 75 per cento, senza bisogno di corsi di avviamento al lavoro se, ciò nonostante, egli può eseguire qualche attività, seppur con una capacità ridotta rispetto alle altre persone.

In particolare, i Giudici ricordano che «per il riconoscimento della prestazione» la normativa «attribuisce rilevanza al criterio oggettivo della assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa», cioè «essa deve essere determinata esclusivamente dalla infermità ovvero dal difetto fisico o mentale».

Se manca la prova che, «nel periodo compreso tra il momento del decesso del padre e il compimento dei diciotto anni del figlio, quest’ultimo si fosse trovato nell’assoluta e permanente impossibilità di lavorare», poiché egli «non versava in una situazione di assoluta inabilità lavorativa» ma conservava, invece, «una residua capacità lavorativa idonea a consentirgli di procacciarsi mezzi per la sopravvivenza», allora non è dovuto l’assegno di reversibilità.

Quando deve sorgere l’invalidità?

Il requisito della inabilità, prescritto ai fini della sussistenza del diritto alla pensione di reversibilità o indiretta in favore del figlio ultradiciottenne vivente a carico del genitore, pensionato o assicurato, al momento del decesso di quest’ultimo, deve esistere con riferimento a tale momento perché possa ritenersi integrata la fattispecie costitutiva del diritto stesso; resta pertanto del tutto irrilevante lo stato di inabilità ove insorga successivamente al momento della morte del genitore [3].

note

[1] Cass. sent. n. 27448/17 del 20.11.2017.

[2] Cass. sent. n. 26181/2016.

[3] Cass. sent. n. 14346/2016.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 21 giugno – 20 novembre 2017, n. 27448
Presidente Mammone – Relatore Calafiore

Rilevato

Che la Corte d’appello di Milano con sentenza n. 865/2011 ha respinto l’appello proposto da Ro. Fe. avverso la sentenza del Tribunale di Varese che aveva rigettato la sua domanda tesa ad ottenere la pensione di reversibilità del padre, deceduto il giorno 1 febbraio 1956, in quanto figlio a carico ed inabile e non ancora maggiorenne al momento del decesso, posto che lo era diventato il 21 aprile 1967;
che la Corte di merito, considerato che tra la documentazione sanitaria prodotta non vi erano certificazioni relative al periodo compreso tra l’1.2.1956 ed il 21 aprile 1967, che vi era contraddizione tra il verbale del 18 ottobre 1967 del Comitato di assistenza e beneficenza pubblica che prendeva atto della dichiarazione della Commissione sanitaria provinciale del 15 settembre 1967, secondo cui era presente totale e permanente inabilità lavorativa non di natura psichica, ed altra – di poco successiva-che accertava una invalidità del 75% senza bisogno di corsi di avviamento al lavoro, riteneva che il ricorrente, all’epoca del decesso del proprio padre, non si trovasse nell’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa, irrilevante essendo la pure accertata invalidità civile e dovendosi escludere la concreta possibilità di svolgere una utile consulenza medica su situazioni risalenti ad oltre quaranta anni addietro;
che avverso tale sentenza della Corte territoriale, Ro. Fe. propone ricorso per cassazione fondato su tre motivi illustrati da memoria e da un quarto motivo di mero richiamo ai motivi d’appello;
che L’I.N.P.S. resiste con controricorso.
che il P.G. ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

Considerato

che con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 13 commi 1 ed 8 del r.d.l. n. 636/1939 conv. in L. 1272/1939 e succ. mod., 32 e 38 Cost., 1 comma e), dell’art. 19 e 26 comma 1 della Conv. ONU sui diritti delle persone con disabilità ratificata con legge n. 18/2009, degli artt. 1 e 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 18.12.2000, in relazione alla circostanza che, ad avviso della parte, la Corte d’appello non avrebbe applicato alla fattispecie l’art. 13 commi 1 ed 8 del r.d.l. n. 636/1939 conv. in L. 1272/1939 e modif. con l’art. 22 L. 903/1965, poiché dagli atti prodotti risultava lo stato di inabilità derivante dall’esistenza di una cerebropatia infantile con emiparesi spastica sinistra e grave deficit deambulatorio; che il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge, omessa pronuncia ed omessa motivazione circa il punto decisivo dell’accertamento del “proficuo lavoro” ex art. 39 D.P.R. n.818/1957 nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 27 e 28 comma 2 lett. e) e lett. e) della Conv. ONU sui diritti delle persone con disabilità ratificata con legge n. 18/2009, posto che la citata documentazione sanitaria era conforme agli arresti giurisprudenziali formatisi in applicazione della normativa richiamata secondo cui il requisito era integrato anche dal riconoscimento di una invalidità non totale purché inidonea ad un proficuo lavoro e tale non era il lavoro svolto dal Fe. presso l’Associazione AIAS di Varese;
che il terzo motivo denuncia la violazione dell’art. 445 cod.proc.civ. e dell’art. 149 disp. att. cod.proc.civ., posto che la Corte territoriale non aveva disposto c.t.u. medico legale seppure la stessa non fosse stata disposta neanche in primo grado e si trattasse di materia previdenziale ed assistenziale obbligatoria;
che i primi due, articolati, motivi sono connessi in quanto presuppongono in primo luogo la individuazione delle norme regolatrici della concreta fattispecie, anche ratione temporis rispetto al 4 maggio 2004, momento di presentazione della domanda, per cui vanno trattati congiuntamente, premettendo alla valutazione del motivo relativo al vizio di motivazione le che, in particolare, deve ricordarsi che questa Corte di legittimità ha avuto modo di affermare (vd. da ultimo Cass. 10953/2016) che la L. n. 222 del 1984, art. 8 (Definizione di inabilità ai fini delle prestazioni previdenziali) ha introdotto un’unica ed unitaria nozione di “inabilità” ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di inabilità (art. 2), alla pensione di riversibilità (L. 21 luglio 1965, n. 903, artt. 21 e 22) ed alle altre prestazioni previste dal medesimo art. 8, e cioè quelle di cui alla L. 9 agosto 1954, n. 657, che riguarda i provvedimenti relativi ai lavoratori tubercolotici e ai loro familiari, e quelle di cui alla L. 4 agosto 1955, n. 692, che riguarda l’estensione dell’assistenza di malattia ai pensionati di invalidità e vecchiaia ed ai loro familiari e che la stessa nozione vale anche ai fini del diritto agli assegni familiari, ai sensi del comma 2 dello stesso art. 8, che ha sostituito il T.U. 30 maggio 1955, n. 797, art. 4, u.c.;
che secondo l’art. 8 sopra menzionato, si considerano inabili le persone che, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovino nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa e tale requisito è più restrittivo di quello richiesto in precedenza dal D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818, art. 39 che considerava inabili le persone che per gravi infermità fisiche o mentali si trovassero nella assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad “un proficuo lavoro”;
che, in particolare non era richiesta la totale inabilità, ma la concreta impossibilità, tenuto conto delle condizioni del mercato del lavoro, delle condizioni soggettive della persona colpita dall’infermità o dal difetto fisico o mentale e dei fattori ambientali, di dedicarsi ad un’attività lavorativa utile a soddisfare in modo normale e non usurante le primarie esigenze di vita;
che la L. n. 222 del 1984, art. 8 viceversa attribuisce rilevanza, ai fini del riconoscimento della prestazione, al criterio oggettivo della “assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”, nel senso che questa deve essere determinata esclusivamente dalla infermità ovvero dal difetto fisico o mentale, senza che debba verificarsi, in caso di mancato raggiungimento di una totale inabilità, il possibile impiego delle eventuali energie lavorative residue in relazione al tipo di infermità alle generali attitudini del soggetto (in tal senso, pur dopo qualche oscillazione giurisprudenziale, è ormai attestata questa Corte: si vedano Cass. n. 9946 dell’8 maggio 2014; Cass. n. 9970 del 29 aprile 2009; Cass. n. 16955 del26 agosto 2004);
che, nella specie, la Corte territoriale ha affermato che non vi è alcuna evidenza che, nel periodo compreso tra il momento del decesso del padre ed il compimento dei diciotto anni, il ricorrente si fosse trovato nell’assoluta e permanente impossibilità di lavorare, secondo la formulazione della L. n. 222 del 1984, art. 8, non versando in una situazione di assoluta inabilità lavorativa e permanendo nello stesso una residua capacità lavorativa idonea a consentirgli di procacciarsi i mezzi per la sopravvivenza, per cui sotto tale profilo la decisione non è incorsa nella denunciata violazione di legge; che, sotto il profilo del vizio motivazionale, va osservato che i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte di appello, sicché non di omesso esame si tratta, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dalla parte odierna dal momento che la Corte territoriale ha esaminato e valutato tutta la documentazione prodotta consistente nel verbale del 18 ottobre 1967 del Comitato di assistenza e beneficenza pubblica nel quale si prendeva atto della dichiarazione della Commissione sanitaria provinciale del 15 settembre 1967, secondo cui era presente totale e permanente inabilità lavorativa non di natura psichica, e l’altra – di poco successiva- che accertava una invalidità del 75% senza bisogno di corsi di avviamento al lavoro;
che non appare incrinata da illogicità la scelta della Corte territoriale di sostanziale condivisione della valutazione fatta dal primo giudice in ordine al riconoscimento di maggiore attendibilità, per specificità e sufficiente vicinanza temporale all’epoca rilevante per il giudizio, della documentazione sanitaria di attribuzione dell’invalidità al 75%, anche per la oggettiva impossibilità – in mancanza di ulteriore documentazione medica- di tentare maggiori approfondimenti medico legali a distanza di circa quaranta anni dall’epoca di interesse per il processo;
che quanto al rilievo della violazione dell’art. 445 cod. proc. civ. e dell’art. 149 disp. att. cod. proc. civ. è, invero, decisiva la considerazione che per costante giurisprudenza di questa Corte di Cassazione (vd. Cass. 3130/2011; 9060/2003; 3191/2006) la consulenza tecnica d’ufficio non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che necessitino di specifiche conoscenze, ne consegue che il suddetto mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume, ed è quindi legittimamente negata qualora la parte tenda con essa a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerte di prova, ovvero di compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati. (Principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, primo comma, cod. proc. civ.);
che, conseguentemente, il ricorso va rigettato e le spese del giudizio vanno compensate in ragione delle peculiarità di apprezzamento della fattispecie concreta.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dichiara compensate le spese del presente giudizio di legittimità.

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