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Lo sai che? Spendi più di quanto dichiari? Come evitare problemi col fisco

Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2018

Si può giustificare la proporzione tra acquisti e disponibilità economiche con redditi ulteriori a patto di dimostrare la tracciabilità dei soldi impiegati.

A meno di avere qualcuno che faccia credito “a fondo perduto”, nessuno può spendere più di quanto guadagna. Anche il ladro. Un’equazione tanto banale quanto semplice che ha portato l’Agenzia delle Entrate a studiare il famoso redditometro, un algoritmo in grado di misurare gli acquisti di un contribuente e di confrontarli con i dati da lui stesso riportati nella dichiarazione dei redditi: se i primi superano del 20% i secondi è segno che c’è un’evasione fiscale. Salvo prova contraria. Prova che – neanche a dirlo – deve fornire il contribuente. A lui, ad esempio, spetterà dimostrare di aver ricevuto dei soldi in regalo o di averli vinti al gioco. Ma, secondo la Cassazione, non basta neanche questo. Con una recente sentenza [1], la Corte ha sposato un’interpretazione ancora più rigorosa, a tutto beneficio delle casse erariali. Di tanto vogliamo rendere cosciente chi spende più di quanto dichiara in modo da evitare problemi col fisco.

Se sei disoccupato o il tuo stipendio è basso, ma ciò nonostante hai un potere di spesa superiore alle tue possibilità, l’Agenzia delle Entrate potrà chiederti da dove hai preso questi soldi. Starà a te dire che si tratta di una donazione, di contributi periodici che ti versa un parente (uno zio, un nonno) o un altro benefattore, dei proventi derivanti dalla vendita di beni di seconda mano (ad esempio un’auto usata) o da un lascito testamentario; potresti anche sostenere di essere fortunato alle scommesse. Ricordati però che non basta dirlo, devi anche provarlo: devi cioè dimostrare la provenienza del denaro che ti ha concesso di spendere più di quanto guadagni. E l’unica prova ammessa nel processo tributario è quella scritta. Se tua madre dovesse venire davanti al giudice a giurare di averti dato una “paghetta mensile” di mille euro la dichiarazione non avrebbe alcun valore.

L’Agenzia delle Entrate può presumere. Il contribuente deve difendersi

Secondo la Cassazione, è in astratto possibile giustificare la proporzione tra acquisti e disponibilità economiche con «redditi ulteriori» rispetto a quelli regolarmente dichiarati, redditi che ovviamente non possono costruire proventi di evasione fiscale: sarebbe una zappata sui piedi dire che essi provengono da lavoretti saltuari, dalla vendita di prodotti fatti in casa, dai ricavi pubblicitari di un sito internet, dall’assistenza a un anziano o dall’attività di babysitteraggio. Tantomeno puoi dire che i soldi arrivano dall’affitto di un appartamento se non hai registrato il contratto o che ti sono stati regalati da un amico se non riesci a dimostrarlo con un bonifico bancario.

Non basta – dice la Cassazione – sostenere di essere “un po’ più ricchi” grazie ad esempio a lasciti ereditari, vincite di gioco, redditi derivanti da attività lecita prima della scadenza del termine di dichiarazione, smobilizzo di altri beni preposseduti (un’auto usata, titoli ed obbligazioni, quote societarie, ecc.). Bisogna invece dimostrare che «l’acquisto dei beni che hanno fatto scattare il redditometro è avvenuto con impiego di provviste lecite e tracciabili (per esempio: corrispettivi della vendita di beni regolarmente fatturati e iscritti nei registri contabili e successivo reimpiego nell’acquisto in contestazione)».

Chi spende deve dimostrare con documenti da dove prende i soldi

Poveri noi… chi ci capisce qualcosa! Forse un esempio ci aiuterà a comprendere cosa significa questa spiegazione. Il principio espresso dai giudici a ben vedere è anche logico, ma il problema è conservare le prove dopo tanti anni visto che gli accertamenti non arrivano nel corso di uno o due mesi. Immaginiamo di vendere una vecchia casa di campagna. Depositiamo la somma ricevuta dall’acquirente sul conto corrente e con i proventi ci diamo alla pazza gioia: compriamo un’auto nuova e facciamo un viaggio in una località esotica. Tutti questi dati però arrivano all’Agenzia delle Entrate la quale, pur essendo l’Agenzia delle Entrate, non è in grado di mettere in linea temporale la vendita dell’immobile con l’aumento di spesa. Così ci chiede da dove abbiamo preso questi soldi se il nostro reddito è quello di un impiegato part time. A questo punto, l’unica cosa da fare è far vedere il trasferimento del denaro dal conto dell’acquirente della casa di campagna a quello nostro e il successivo utilizzo di tale denaro per pagare la concessionaria dell’auto o l’agenzia viaggi. Insomma, solo la tracciabilità dei trasferimenti di denaro assicura un tutela certa per chi spende più di quanto guadagna.

note

[1] Cass. sent. n. 10765/2018, Cass. sent. n. 261046/2014.

Autore immagine: 123rf com


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