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Citare in causa senza prove: quali rischi?

13 Marzo 2018


Citare in causa senza prove: quali rischi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Marzo 2018



Contestazioni generiche, non documentate e senza prove: si ha condanna per lite temeraria per aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave.

Nulla è impossibile per il diritto: basta poterlo dimostrare. Se, per pura teoria, si riuscisse ad avere un atto di proprietà di estensione pari al suolo di un’intera nazione, se ne potrebbe diventare titolari. Ma questo principio vale anche al contrario: se non si hanno prove, è meglio non intentare una causa civile; diversamente si può essere condannati al risarcimento del danno. È quanto ricorda una recente ordinanza della Cassazione [1] che val la pena di ricordare perché, in essa, è spiegato quali conseguenze derivano a chi inizia un giudizio o decide di resistere a una pretesa avversaria pur con motivazioni generiche, pretestuose, infondate o non si cura di indicare al giudice su quali documenti o ragioni si basano le sue affermazioni. Ma procediamo con ordine e vediamo, dunque, quali sono i rischi del citare in causa senza prove.

Causa senza prove: differenze tra processo civile e penale

Prima però di iniziare la breve trattazione dobbiamo fare una distinzione. Il giudizio civile segue regole completamente diverse da quello penale ed è al primo che qui di seguito ci riferiamo. Ecco quali sono i punti di distinzione:

  • principio dispositivo: nel processo civile le prove devono essere fornite solo e unicamente dalle parti. Il giudice non può suggerire loro il comportamento da tenere, quali documenti depositare, quali testimoni sentire, ecc.; anche se fosse consapevole che il deposito di una “carta” potrebbe far vincere la causa all’uno o all’altro, il magistrato non può dire nulla e deve restare equidistante. Ciò implica che chi vuol far valere il proprio diritto ha anche l’onere della prova di ciò, deve cioè dimostrare i fatti che ne sono a fondamento;
  • le parti non sono testimoni: nel processo penale un’accusa si può reggere anche solo con le dichiarazioni della vittima, che pertanto è testimone di se stessa e di ciò che dice. Quindi, un processo penale senza altre prove se non le dichiarazioni della parte offesa, ben si può avviare e portare anche a una sentenza di condanna. Viceversa, nel processo civile, le parti non possono essere mai testimoni. Per cui, in assenza di altre prove, la domanda verrà rigettata.

Che succede se in una causa non si hanno le prove?

In un processo o si vince o si perde. Non esistono pareggi. C’è sempre una parte che “accusa” l’altra la quale, a sua volta, si difende o contrattacca con una autonoma “accusa”. In mancanza di prove, il giudice non può tracciare una X come sulla schedina del totocalcio ma dovrà dar ragione all’avversario. La conseguenza è che chi non riesce a dimostrare i propri diritti perde e paga le spese processuali all’avversario. La legge infatti stabilisce il cosiddetto principio della soccombenza in base al quale, quando il giudice rigetta la domanda di una delle parti in causa, condanna quest’ultima a pagare all’avversario tutti i costi che ha sopportato durante il giudizio: dalla parcella dell’avvocato alle spese per le notifiche, dalle tasse relative al contributo unificato al costo dei consulenti tecnici nominati dal giudice. La condanna al pagamento delle spese processuali viene emessa con la sentenza stessa e, in caso di mancato adempimento, il vincitore può avviare un procedimento di esecuzione forzata, con il pignoramento dei beni del soccombente.

Solo in casi eccezionali, e con apposita motivazione, il giudice può compensare le spese, ossia disporre che i costi sostenuti da ciascuna parte restino a carico delle stesse, senza rimborso. Ciò avviene in tre casi:

  • quando la questione giuridica trattata dal giudice è totalmente nuova;
  • quando, in corso di causa, c’è stato un cambiamento dell’interpretazione della giurisprudenza che ha spiazzato la difesa di chi, invece, si valeva proprio su tale indirizzo giurisprudenziale;
  • quando il giudice rigetta in parte le domande di tutte e due le parti.

Che rischio se inizio la causa senza prove

Una cosa è iniziare una causa in buona fede, presumendo di avere le prove che invece, nel corso del giudizio, si rivelano fallaci (si pensi al caso di chi cita una serie di testimoni informati sui fatti i quali, però, davanti al giudice, dichiarano di non ricordare più nulla; o all’ipotesi di chi presenta un contratto ma poi la controparte ne contesta la firma; o al caso di chi presenta un avviso di ricevimento di una raccomandata ma poi si scopre che a riceverla è stata un vicino di casa non legittimato); un’altra cosa è invece iniziare una causa nella consapevolezza di non avere prove e di contare su argomenti generici e privi di una reale consistenza giuridica. Chi inizia una causa in mala fede o con colpa grave, oltre alle spese processuali, viene condannato dal giudice a risarcire il danno all’avversario [2]. Il risarcimento si giustifica per via del fatto di aver dato vita a una «lite temeraria» ossia priva dei presupposti, danneggiando così la controparte e allungando i tempi di riconoscimento del suo diritto. È questo che stabilisce il codice di procedura civile e che ricorda la sentenza in commento. Si tratta di una tutela risarcitoria nei confronti del vincitore che ha subìto un danno a causa della condotta della controparte come, ad esempio, nel caso in cui abbia dovuto partecipare ad un giudizio palesemente ingiustificato. Si intende in questo modo porre un limite ai comportamenti dei soggetti che agiscono o resistono in giudizio per mero spirito di emulazione o con intenti dilatori o defatigatori, pur essendo ben consapevoli del loro torto.

La misura del risarcimento viene determinata in via equitativa dal giudice.

Per evitare di essere condannati a una lite temeraria è necessaria un’esposizione chiara ed esauriente della questione, da cui emergano le proprie pretese, i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni in relazione alla propria posizione, lo svolgersi della vicenda e le prove documentali o di diverso tipo su cui il giudice deve appoggiarsi per arrivare alla decisione.

Il giudice può condannare una parte per responsabilità aggravata solo in caso di sua totale soccombenza, non anche in caso di soccombenza reciproca [3].

Come ottenere il risarcimento del danno per lite temeraria?

Per ottenere il risarcimento del danno per lite temeraria, la parte vincitrice deve fare, prima della chiusura della causa, apposita richiesta al giudice. Può avanzarla anche nell’ultima udienza (quella di precisazione delle conclusioni). In tale istanza è necessario dar prova dei due requisiti che consentono la condanna per lite temeraria:

  • la mala fede o la colpa grave dell’avversario soccombente. Per malafede si intende la consapevolezza dell’infondatezza della domanda, dell’eccezione o della tesi; invece per colpa grave si intende la mancanza di avvedutezza nel riconoscere l’infondatezza. Ricorrono queste ipotesi, ad esempio in caso di palese insostenibilità delle tesi giuridiche prospettate in giudizio o nel caso in cui il creditore ottiene un decreto ingiuntivo contro il debitore che aveva già saldato il suo debito;
  • il danno e la sua entità in modo specifico e concreto (ad esempio le perdite subite o le mancate acquisizioni patrimoniali). Se è certa l’esistenza del danno ma non è dimostrabile l’entità economica, il giudice può liquidare il danno in via equitativa, quantificandolo secondo il suo prudente apprezzamento. Ciò accade, ad esempio, quando deve essere risarcito il pregiudizio esistenziale (danno non patrimoniale ).

note

[1] Cass. ord. n. 2758/18.

[2] Art. 96 cod. proc. civ. 

[3] Cass. sent. n. 21590/2009.

Autore immagine: 123rf com


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