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Stalking: necessaria la volontà di perseguitare

13 Marzo 2018


Stalking: necessaria la volontà di perseguitare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Marzo 2018



Escluso lo stalking senza dolo. Se ci sono ragioni differenti, come nel caso del padre che insiste per vedere la figlia, non si può parlare di atti persecutori.

Per quanto biasimevole sia opprimere una persona e insistere continuamente con le medesime richieste, se l’intenzione è rivolta ad esercitare un proprio diritto, come nel caso del padre che rincorre l’ex moglie per vedere il figlio, non si può parlare di stalking. Lo ha detto la Corte di Appello di Roma con una recente e interessante sentenza [1]. Questo perché lo stalking presuppone sempre il dolo di chi agisce, ossia la coscienza e volontà di intimorire la vittima o di procurarle uno stato d’ansia tale da farle cambiare le abitudini di vita. Secondo la sentenza in commento, dunque, per lo stalking è necessaria la volontà di perseguitare.

Il delitto di atti persecutori è a “forma libera”: significa che la legge non descrive il comportamento specifico che deve tenere il colpevole per poter essere condannato, ma si limita a indicare le conseguenze di tale atteggiamento. Perché si possa avere stalking è necessario:

  • provocare nella vittima il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto
  • procurare nella vittima uno stato d’ansia tale da costringerla a modificare le proprie abitudini di vita (si pensi al farsi accompagnare a casa da un collega di lavoro o a chiudere un profilo Facebook a seguito dei continui messaggi ricevuti). A riguardo la Cassazione ha anche detto che [2], in materia di atti persecutori, la prova del perdurante stato d’ansia deve essere comprovata da elementi sintomatici, ricavabili dalle dichiarazioni della vittima e dai suoi comportamenti in seguito all’evento. L’agitazione psicomotoria è uno status momentaneo, non equiparabile a uno stato d’ansia, né per durata né per intensità.

Senza timore o ansia non si può parlare di stalking.

Ma ciò non basta. È necessario che le condotte siano reiterate per un apprezzabile lasso di tempo. Una persona che pedina un’altra per un solo giorno non compie stalking. Ci deve quindi essere una volontà perdurante, finalizzata al medesimo scopo dell’oppressione, anche se può realizzarsi in modo graduale; potrebbe ben avvenire ad esempio che il colpevole non voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi in concreto verificatisi. In giurisprudenza è stato detto che, in tema di atti persecutori, anche solo due condotte di minaccia o molestia possono integrare il reato di stalking se sono in grado di alterare le abitudini di vita o di provocare un turbamento emotivo nella vittima per il timore dell’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona legata da una relazione affettiva. È configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice (nella specie, gli appostamenti, i pedinamenti e gli apprezzamenti nei confronti della vittima si erano svolti nell’arco di tre giorni) [3].

Secondo i giudici romani non si può condannare per stalking l’uomo che perseguita la ex compagna con l’obiettivo di poter tornare a vedere la figlia. Infatti, osserva la sentenza in commento, il dolo del delitto di atti persecutori è integrato dalla consapevolezza di chi agisce sulla idoneità delle proprie condotte alla produzione di uno degli eventi descritti dal codice penale (ossia lo stato di paura o di ansia).

Non si può quindi parlare di stalking quando la condotta del presunto colpevole, pur concretizzandosi in una serie di episodi collegati tra loro, nasce dalla sua volontà di esercitare, seppure con modalità assai discutibili, il diritto di visita del figlio e non intende realizzare un reale intento persecutorio a danno della madre.

Per escludere il reato è necessario dimostrare che la condotta dell’agente non sia volutamente diretta a creare attorno alla vittima un clima di paura per la propria incolumità personale o a costringerla a mutare le proprie abitudini di vita.

Episodi come la presenza costante nei pressi dell’abitazione della donna, i calci alla porta, ma non la rottura della stessa, le telefonate particolarmente frequenti non possono essere ritenuti, nel quadro complessivo dei rapporti fra i soggetti del reato, solo riconducibili ad un intento persecutorio, essendo alternativamente ipotizzabile che l’atteggiamento dell’uomo fosse diretto ad avere contatti visivi con la figlia allorché ciò non gli veniva consentito.

L’indirizzo sposato dalla Corte di appello romana ricalca quanto già affermato in passato dalla Cassazione [4] secondo cui si può parlare di stalking o di molestie solo quando vi sia un biasimevole motivo e il pressing esercitato sulla vittima sia volto a creare su di essa una situazione di disagio e di stress, tale da farle temere per la propria incolumità o quella dei propri cari. Invece, chi effettui ripetute telefonate, sms, messaggi ed email alla ex al solo fine di poter vedere il proprio figlio, che invece gli viene negato prima ancora che il tribunale regolamenti gli orari di visita del minore, non commette alcun tipo di reato (leggi sul punto No stalking o molestie se le telefonate sono per vedere il figlio). Se, dunque, la petulanza è stata dettata dalla necessità di esercitare un proprio diritto, garantito dalle leggi o dalla Costituzione, non può scattare alcun tipo di illecito penale, specie se – come nel caso in commento, i fatti contestati si verificano prima che il giudice intervenga a regolare il diritto di visita del padre al minore e la donna ha degli atteggiamenti ostruzionistici per rendere più difficili gli incontri fra l’uomo e il figlio.


note

[1] C. App. Roma, sent. n. 537/2018.

[2] Cass. sent. n. 53998/2017.

[3] Cass. sent. n. 104/2017.

[4] Cass. sent. n. 22152/15 del 27.05.15.


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