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Lo sai che? Ex moglie non cerca lavoro: che fare?

Lo sai che? Pubblicato il 13 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 marzo 2018

Perde l’assegno di mantenimento la moglie che rifiuta offerte di lavoro perché non prevedono vere e proprie assunzioni. 

Lavorare non è una scelta; è un dovere. Ognuno ha l’obbligo, non solo morale ma anche giuridico, di contribuire al progresso della società. A dirlo è nientemeno che la Costituzione, all’articolo 4 [1]. Si potrebbe allora obiettare: fare l’eremita o il frate francescano, chiudersi in un convento e pregare, è allora contro la legge? No, perché il concorso al progresso sociale – dice la Costituzione – può  avvenire secondo le proprie possibilità o scelta e non deve essere necessariamente materiale, ma anche spirituale. Pertanto chi decide di invocare il Signore lo fa per un fine, a suo modo, umanitario. Neanche il disoccupato ha colpe perché, se non lavora, non è certo per una sua colpa. E lo stesso dicasi per l’homeless che, magari, suona la chitarra per strada. Ma l’ex coniuge che, ricevendo l’assegno di mantenimento, preferisce oziare piuttosto che cercare un lavoro, poiché tanto vive sulle spalle dell’ex marito, questo invece non può essere perdonato. Ed anche se l’articolo 4 della Costituzione non prevede alcuna sanzione per chi non concorre al progresso della società, in questo caso la pena è la perdita del diritto all’assegno di mantenimento. Tutto questo discorso perché se sei separato o divorziato e ti stai chiedendo che fare se l’ex moglie non cerca lavoro la soluzione è facile e immediata: rivolgersi al giudice per toglierle ogni forma di mantenimento economico. A ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione [2].

Anche dopo aver ottenuto dal giudice l’assegno di mantenimento – all’esito della causa di separazione o divorzio – la moglie non può dormire su sette cuscini, ma è tenuta a cercare un’occupazione che la renda autonoma. Lo deve fare solo se ha le condizioni di salute adeguate (non deve essere totalmente inabile al lavoro) e l’età per essere ancora appetibile sul piano occupazionale (secondo le ultime sentenze della Cassazione, sotto i cinquant’anni si è ancora giovani per trovare un impiego). Il mantenimento infatti è solo una misura di sostegno in attesa di raggiungere l’autosufficienza economica. Per cui, la donna che è nelle condizioni di lavorare e, ciò nonostante, non si cura di trovare un posto o, magari, rifiuta le proposte avanzate dalle aziende o non si presentarsi ai colloqui, non va più mantenuta. L’ex marito, dunque, può presentare un ricorso in tribunale affinché il giudice riveda le condizioni di separazione o divorzio.

Secondo l’orientamento stabile della giurisprudenza [3], nel momento in cui marito e moglie si lasciano, il giudice deve valutare l’attitudine al lavoro degli stessi quale potenziale capacità di guadagno. Questo elemento può influire ai fini del riconoscimento dell’assegno di mantenimento o di quello divorzile. Tale attitudine del coniuge al lavoro assume rilievo se viene riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita. «Possibilità» quindi: se l’ex moglie, pur potendo lavorare, non dimostra di aver fatto di tutto per cercare un impiego non può ottenere il mantenimento.

Ma come si concilia tutto ciò con la perenne crisi del mercato occupazionale e col fatto che, se anche una persona è abile e giovane, non è detto che trovi un posto? La Corte parla di possibilità non “astratta” ma concreta. Non basta cioè dire che l’ex è giovane e sana per negarle il sussidio, ma bisogna anche valutare ogni fattore ambientale nel quale la stessa si inserisce e tenere conto del mercato occupazionale concreto. Quindi, nel caso di specie, la Cassazione ha escluso il diritto al mantenimento sulla base del fatto che l’ex moglie era stata ben in grado di procurarsi redditi adeguati, stante la pacifica esistenza di proposte di lavoro, proposte che tuttavia erano state rifiutate senza una plausibile ragione.

La questione della astratta capacità lavorativa dell’ex moglie è diventata ancor più attuale dopo la famosa sentenza Grilli del 10 maggio scorso, con cui la Cassazione ha detto addio alle vecchie regole sull’assegno divorzile, stabilendo che, laddove ci sia un’autosufficienza economica – anche potenziale, per via della giovane età, della salute, delle esperienze maturate, del possesso di immobili, ecc. – non è dovuto alcun assegno. Nella scelta di attribuire l’assegno di divorzio rileva l’accertamento della capacità lavorativa del coniuge richiedente. Se l’ex moglie è disoccupata  l’assegno può esserle negato se la sua inattività deriva da pigrizia o dal rifiuto accertato di effettive e concrete opportunità di lavoro [4].

Un’attività svolta saltuariamente dall’ex moglie non può essere certo considerata una stabile fonte di guadagno e, quindi, non consente di chiedere l’annullamento dell’assegno divorzile.

note

[1] Art. 4 Cost.:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

[2] Cass. sent. n. 5817/2018.

[3] Cass. sent. n. 18547/2006 e n. 3502/2013.

[4] Cass. sent. n. 13626/2010, n. 27775/2008.


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