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Esame di avvocato 2012: soluzione parere n. 1


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 dicembre 2012



TRACCIA N. 1

Caio, cliente da anni della banca X riferisce di aver versato alla stessa, dopo la chiusura di alcuni rapporti di conto corrente con essa intrattenuti fra il 1994 e il 2008, l’importo comprensivo di interessi computati ad un tasso extralegale, e capitalizzati trimestralmente per parte della durata dei suddetti rapporti e successivamente capitalizzati annualmente. Il candidato assunte le vesti del difensore di Caio, rediga motivato parere sugli istituti e su problematiche sottese alla fattispecie soffermandosi in particolare sulla eventuale prescrizione dell’indebito, sull’anatocismo e sulla pattuizione inerente tasso di interesse passivo.

La soluzione del parere proposto, deve necessariamente essere preceduta dall’analisi contestualizzata degli istituti del contratto di conto corrente bancario, con riferimento alle pattuizioni inerenti il tasso di interesse passivo, della pratica dell’anatocismo bancario e della ripetizione di indebito.

Il contratto di conto corrente bancario può essere definito come un contratto attraverso il quale la banca e il correntista decidono di utilizzare, in conto corrente, i crediti scaturenti da rapporti di deposito, apertura di credito o altre operazioni bancarie (così come richiamate dall’art. 1852 c.c.). Da questa definizione si può desumere che il contratto di conto corrente bancario rappresenta un negozio atipico, innominato misto, avente natura complessa in quanto, per la sua costituzione e conseguente disciplina, possono concorrere più schemi negoziali legati dall’unitarietà della causa contrattuale (per es. deposito e apertura di credito).

Nella disciplina del conto corrente bancario, oltre al ruolo predominante svolto dalle norme del T.U.B. (d.lgs 1993 n.385), è riscontrabile innanzitutto quello svolto dalle norme civilistiche. Il riferimento è alle regole codicistiche del mandato; dottrina e giurisprudenza hanno ormai pacificamente riconosciuto che il contratto di conto corrente bancario è riconducibile al rapporto di mandato, peraltro espressamente richiamato dall’art. 1856 c.c., il quale statuisce che la banca, nell’esecuzione degli incarichi ricevuti dal correntista, risponde secondo le regole del mandato, ex art. 1703 e ss. c.c.. Ne deriva che la banca, al momento della stipulazione del contratto di conto corrente e quindi di ricezione dell’incarico da parte del cliente correntista, assume l’obbligo di agire con la diligenza del buon padre di famiglia (art. 1710 c.c.), avendo cura di compiere fedele e regolare annotazione sul conto corrente di tutte le operazioni di cassa poste in essere.

Premesso ciò, è utile ricordare che ordinariamente la banca, a fronte della concessione di un credito su conto corrente, riceve a titolo remunerativo degli interessi che maturano nel rispetto delle disposizioni del codice civile (art. 1277 e ss.). Tuttavia spesso tale meccanismo viene meno a causa delle c.d. pratiche anatocistiche. L’anatocismo bancario, frequentemente definito come l’applicazione “degli interessi sugli interessi”, consiste appunto nella capitalizzazione degli interessi su un capitale affinché essi siano a loro volta produttivi di interessi. Nella prassi bancaria, tali interessi vengono definiti “composti”.

L’istituto dell’anatocismo è disciplinato dall’art. 1283 del codice civile in base al quale gli interessi scaduti, in assenza di usi contrari, possono produrre a loro volta interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi. In linea di principio, il codice civile vieta un regime di capitalizzazione composta degli interessi, ovvero il pagamento degli interessi su interessi di periodi precedenti.

Tuutavia, nonostante tale divieto, nella prassi bancaria italiana, sovente si riscontra l’applicazione, nei contratti di apertura di conto corrente, delle clausole di capitalizzazione trimestrale. Tale pratica ha trovato, per lungo tempo, il sostegno della giurisprudenza, tanto di legittimità quanto di merito, che ne ha affermato la validità, escludendo, quindi, l’esistenza di un contrasto con la previsione di cui all’art. 1283 c.c., sul presupposto di un uso idoneo a derogare al divieto di anatocismo stabilito da tale norma.

Solo a partire dal 1999, la Corte di Cassazione, invertendo il proprio orientamento giurisprudenziale, ha iniziato ad affermare la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale sulla base del contrasto con il divieto di cui l’art. 1283 c.c..

Una soluzione temporanea a tale questione di legittimità è stata fornita direttamente dal legislatore che, con il decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 342, ha modificato l’art. 120 del decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) introducendo il principio della eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi e stabilendo – con norma transitoria – una sanatoria  per il pregresso, facendo salve le clausole di capitalizzazione trimestrale contenute nei contratti conclusi prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina. La norma transitoria è stata però dichiarata costituzionalmente illegittima, per eccesso di delega e conseguente violazione dell’articolo 77 della Costituzione (sentenza n. 425/2000).

Venuta meno la norma transitoria, la Corte di Cassazione ha definitivamente confermato in una pronuncia delle SS.UU. del 4 novembre 2004 n.21095, il suo approccio più recente e categorico relativo all’illegittimità delle pratiche anatocistiche contrastanti con l’art. 1283 c.c., sia nei contratti di conto corrente che in quelli di mutuo bancario.

Detto ciò, il caso oggetto di analisi, in quanto relativo alla possibilità per il correntista che ritenga di avere pagato interessi capitalizzati illegittimi, di avanzare domanda giudiziale volta alla restituzione/ripetizione di ogni somma indebitamente versata, rende opportuna l’analisi dell’istituto della ripetizione di indebito.

La disciplina della ripetizione dell’indebito è contenuta nell’art. 2033 c.c., che stabilisce la ripetibilità di ciò che sia stato indebitamente pagato, oltre agli interessi ed ai frutti a decorrere dal pagamento, ove ricevuto in malafede, o a decorrere dalla richiesta di restituzione ove il pagamento sia stato ricevuto in buona fede. L’azione di ripetizione dell’indebito è un’azione personale, soggetta al termine di prescrizione decennale.

In tema di collegamento tra l’istituto della ripetizione d’indebito e quello della prescrizione, in relazione alla ingiusta pratica anatocistica, assume rilievo la sentenza della Corte di Cassazione SS.UU., n. 24418 del 2010  che con riguardo alla fattispecie al suo esame (contratto di apertura di credito bancario in conto corrente), ha enunciato il seguente principio di diritto: «Se, dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati».

Ritornando al caso di ‘Caio’, premesso che:

1) le clausole di determinazione convenzionale degli interessi mediante rinvio ad usi bancari, sono nulle per violazione dell’art. 1418, comma 2, Cod. Civ. (per indeterminatezza dell’oggetto del contratto) e per violazione dell’art. 1284, ultimo comma, Cod. Civ.;

2) posto che la pattuizione di interessi passivi ultralegali è nulla se non fatta per iscritto con criteri obiettivamente individuabili (sussistendo l’obbligo della forma scritta ad substantiam ex art. 1284 ultimo comma),

3) atteso, di conseguenza, che in caso di nullità il tasso di interesse ultralegale non è dovuto e va convertito in quello legale (c.d. nullità parziale ex art. 1419, comma 2, Cod. Civ.),

Il Cliente ha diritto ad ottenere la ripetizione degli interessi passivi in eccesso pagati, ricorrendo all’azione di ripetizione dell’indebito nei limiti della prescrizione decennale, il cui dies a quo coincide con la data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.

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