Diritto e Fisco | Editoriale

Prestazioni gratis: legittimi gli accertamenti del Fisco

15 marzo 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 marzo 2018



La Cassazione giustifica i controlli dell’Agenzia delle Entrate quando il lavoro è tanto ma le fatture sono poche e scatta la presunzione di evasione.

Già fai un favore a qualcuno. Poi ci si mette l’Agenzia delle Entrate a farti le pulci. Vi è mai capitato di fare una prestazione professionale gratis? Un amico, l’amico di un amico, un parente, un collega al quale non chiedete nulla perché il piacere può essere restituito. Bene, se siete dei «benefattori» nel vostro mestiere, meglio che non esageriate. Perché per le prestazioni gratis sono legittimi gli accertamenti del Fisco nel caso in cui queste siano troppe. Insomma, essere un po’ generosi va bene. Essere tanto generosi può comportare qualche grana.

Ci si può chiedere: ma che gliene importa al Fisco se uno lavora gratis o no? Gliene importa, gliene importa. Perché vuole verificare se, in realtà, l’assenza di fatture sia sinonimo di evasione fiscale. Così, la Cassazione ha stabilito con una recente ordinanza [1] che la rinuncia al compenso «sballa» la contabilità di un professionista e, pertanto, giustifica l’accertamento induttivo ai sensi di legge [2]. Non importa se il generoso professionista dichiara un reddito consono alla sua posizione: l’Agenzia delle Entrate vuole sapere perché da una parte risulta un certo numero di prestazioni e dall’altra un certo numero (inferiore) di fatture. In pratica: per le prestazioni gratis, sono legittimi gli accertamenti del Fisco.

Prestazioni gratis: la vicenda di un avvocato campano

La Cassazione si è pronunciata sul caso di un avvocato campano che aveva eseguito delle presunte prestazioni gratis e si era visto arrivare degli accertamenti del Fisco ai fini Irpef, Irap e Iva per il periodo dal 2007 al 2009. Per l’Agenzia delle Entrate, il professionista aveva dichiarato un reddito piuttosto basso rispetto alla quantità di prestazioni rese in quei periodi di imposta.

Impugnati i ricorsi, il giudice d’appello si era detto d’accordo con il Fisco. Nel senso che, a suo parere, la diffusa e sistematica rinuncia ai compensi da parte dell’avvocato per la sua attività durante una serie di cause civili e amministrative, anche di consistente valore, può giustificare i dubbi dell’Agenzia circa la contabilità del legale e consente di rideterminare in modo induttivo i maggiori redditi professionali. In altre parole, il Fisco rifà i conti in tasca al professionista che si è mostrato così generoso.

Arrivati in Cassazione, la Suprema Corte ha ritenuto che un numero così contenuto di fatture ed un importo fatturato talmente basso a fronte di una marea di lavoro consistente «confliggono con le più elementari regole di ragionevolezza» cioè, detto in «cristiano»: risulta difficile da credere.  Ma il meglio arriva dopo, quando la Cassazione afferma che non bastano le testimonianze dei clienti assistiti gratuitamente dall’avvocato a superare la presunzione di evasione fiscale avanzata dall’Agenzia delle Entrate, in quanto non sono «intrinsecamente credibili». In altre parole: i clienti possono dire quello che vogliono, ma il Fisco è legittimato a non credere né a loro né tantomeno al professionista.

Prestazioni gratis: come agisce l’Agenzia delle Entrate?

Facciamo una premessa per capire se le prestazioni gratis di un professionista devono presupporre sempre gli accertamenti del Fisco con il conseguente rischio di presunzione di evasione.

Il reddito da lavoro autonomo, così come determinato dal Tuir, cioè il Testo unico delle imposte sui redditi [3], viene determinato in base a due princìpi:

  • il principio di cassa, secondo cui i componenti del reddito assumono rilievo solo quando avvengono i pagamenti e gli incassi;
  • il principio di competenza, che contempla alcune eccezioni rispetto al primo: stabilisce che le transazioni devono essere registrate nel periodo di imposta a cui si riferiscono, indipendentemente dal momento in cui avviene il pagamento.

È il principio di cassa quello che viene maggiormente tenuto in considerazione. E, secondo questa logica, i componenti positivi o negativi del reddito sono rilevanti quando vengono incassati o pagati. Se il Fisco «annusa» una presunzione di evasione, cioè la possibilità che il professionista si faccia pagare dei proventi in nero argomentando di avere effettuato delle prestazioni gratis, non ci pensa due volte e parte con l’accertamento analitico-induttivo.

Detto questo, come nascono questi sospetti nell’Agenzia delle Entrate? I suoi funzionari, prima di tutto, si chiedono come possa un professionista lavorare così tanto senza nulla pretendere: ritengono antieconomico ed irragionevole un atteggiamento del genere. Cioè, un favore ogni tanto va bene, ma due o tre alla settimana appare alquanto sospettoso al Fisco.

A ciò si aggiungono altri elementi che si basano sulla raccolta di documenti o notizie, ed in particolare:

  • l’incompletezza dei dati forniti dal professionista;
  • la falsità o l’inesattezza di quanto espresso nella dichiarazione dei redditi.

Che cosa fa l’Agenzia a questo punto? Fa i suoi conti, cioè:

  • ricostruisce un maggior reddito professionale;
  • riprende la tassazione dei compensi che presume siano stati percepiti dal professionista per le prestazioni eseguiti durante il relativo periodo di imposta a titolo oneroso;
  • applica delle sanzioni per infedele dichiarazione e per omessa fatturazione.

Non occorre essere un avvocato, un commercialista o un ragioniere per rischiare gli accertamenti del Fisco in caso di troppe prestazioni gratis. Come detto poco fa, queste regole valgono per chiunque svolga un lavoro autonomo. Facciamo un esempio.

Immaginiamo una parrucchiera che ha un negozio con la sua clientela fissa in una cittadina di provincia ed un modesto fatturato. Può capitare che qualche volta al mese si rechi nel suo salone la mamma, la figlia, la sorella, quel paio di amiche del cuore, la vicina di casa anziana con la pensione minima. E che decida che per loro lavora gratis. Non in nero, ma gratis. L’Agenzia delle Entrate, in base alle spese di prodotti per capelli, creme, personale, ecc. dichiarate dalla titolare, stabilisce quante prestazioni devono essere eseguite in quel negozio e, quindi, quanti soldi deve dichiarare la parrucchiera al Fisco. Se quell’importo risulta inferiore, l’Ente della riscossione non solo fa delle verifiche (magari controllando quante persone entrano ed escono mediamente dal salone) ma avanza una presunzione di evasione e chiede alla parrucchiera di pagare la differenza tra la somma da lei dichiarata e quella stabilita dall’Agenzia. Con interessi e sanzioni.

Prestazioni gratis: si possono fare senza rischi?

Ci sono alcuni motivi per cui è legittimo pensare che fare delle prestazioni gratis non debba implicare degli accertamenti del Fisco.

Uno lo si trova sul Codice civile [4], che regola in una serie di articoli il compenso professionale ma che nulla dice sul fatto che eseguire delle prestazioni gratis sia illegittimo o che queste debbano per forza comportare una presunzione di evasione. Se è vero, infatti, che il contratto d’opera è compreso tra quelli a titolo oneroso, è altrettanto vero che non si esclude la possibilità di un accordo di prestazione gratuita.

Un altro motivo lo troviamo in una circolare (guarda un po’) dell’Agenzia delle Entrate [5] sulla quale si legge: «La gratuità delle prestazioni può essere considerata verosimile nei confronti di parenti o di colleghi-amici».

Persino la Corte di Cassazione si è espressa in passato su questa linea [6] affermando che è possibile lavorare gratis per parenti o amici di fronte a certe condizioni, in particolare se la prestazione è piuttosto semplice.

C’è, infine, una considerazione interessante della Fondazione nazionale dei commercialisti: come si possono pretendere degli obblighi per i compensi dal punto di vista dell’Iva, dell’Irap o delle imposte dirette quando il professionista che ha eseguito delle prestazioni gratis non può né detrarre né dedurre delle spese sostenute per il lavoro svolto a titolo gratuito?

note

[1] Cass. ord. n. 6215/2018.

[2] Art. 39 co. 2 Dpr n. 600/1973.

[3] Dpr n. 917/1986.

[4] Artt. 2229 e ss. cod. civ.

[5] Agenzia Entrate circ. del 28.09.2001.

[6] Cass. sent. 21972/2015.

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