Diritto e Fisco | Editoriale

Vividown in appello e responsabilità dell’intermediario: una questione di principio?

12 dicembre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 dicembre 2012



Evidentemente non era bastato il clamore suscitato dalla sentenza del giudice Oscar Magi (Tribunale penale di Torino) che, nel 2010, nel decidere riguardo a un video caricato su YouTube da alcuni ragazzi e che mostrava le vessazioni, da parte di questi ultimi ai danni di un minore disabile, anziché punire gli artefici della condotta [1], aveva preferito condannare i vertici di Google (proprietaria di YouTube) per violazione della privacy!

Secondo il giudice, infatti, il portale “video” non aveva messo una adeguata informativa sulla privacy in homepage, senza avvertire gli utenti di prestare massima attenzione prima di caricare un filmato che potesse ledere l’altrui riservatezza. Una sentenza che si commentava da sola e che ha fatto gridare allo scandalo non solo la stampa di massa, ma anche quella specialistica, della dottrina del diritto.

Dicevamo: non è bastato questo triste precedente nella giurisprudenza italiana. Perché ora, in appello, il sostituto PG di Milano, Laura Bertolé, perseverando nell’interpretazione già offerta in primo grado, ha insistito nella condanna dei tre dirigenti di BigG che, all’epoca dei fatti, erano in carica.

”Non solo è stata violata la privacy del minore, ma sono anche state date lezioni di crudeltà ai 5.500 visitatori che hanno visto il video” ha detto la Bertolé. Secondo il PG, i tre responsabili di Google imputati dovevano “’effettuare un controllo sui dati caricati in rete, un controllo preventivo che avevano la possibilità di fare e che non è stato fatto per ragioni di costo, un controllo che infatti avrebbe rallentato l’azione di Google sul mercato dei video che era in forte espansione”.

Una interpretazione formalistica e ipocrita. Perché, se davvero esistono persone capaci di malmenare un ragazzino down, riprendendo le scene con una telecamera, e poi di pubblicarle sul web, è difficile immaginare che queste stesse persone possano accorgersi di un box con una informativa sulla privacy; o che, anche accorgendosene, ne comprendano il significato morale e giuridico e poi vi ottemperino.

Peraltro, a sentire le parole della Bertolé sembra che sfugga qualcos’altro al ragionamento giuridico del tribunale di Torino. Il PG, infatti, prosegue affermando la responsabilità di Google: ”non per la mancata informazione, ma per una mancanza di controllo preventivo, che non è stato fatto a fini di lucro perché il video era una fonte di guadagno”.

Anche qui, si dimentica completamente il principio di neutralità degli intermediari su Internet, sancito a più riprese dalla Corte di Giustizia e affermato dalla direttiva Europea sul commercio elettronico.

È impossibile procedere a un controllo preventivo sui contenuti che cirolcano in rete: “impossibile” per lo stato attuale della tecnica, ma soprattutto “impossibile” perché altrimenti si paralizzerebbe il traffico sul web, rendendo peraltro antieconomico ogni tipo di attività.

La questione porrebbe inoltre i soliti problemi di una valutazione, sulle espressioni dei netizen, operata dagli operatori economici, che minerebbe la libertà di espressione e il principio secondo cui i diritti fondamentali dell’uomo possono essere limitati esclusivamente da un giudice terzo e imparziale: non quindi da Google o da un ISP.

Speravamo, in verità, di aver detto addio a queste fanta-interpretazioni già in primo grado. Evidentemente per qualche procura non è una questione di diritto, ma una questione di principio.

 

 

note

[1] In linea col principio della responsabilità personale nel diritto penale.

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