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Lo sai che? Quando il figlio perde il mantenimento?

Lo sai che? Pubblicato il 16 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 marzo 2018

L’obbligo di mantenimento dei genitori verso il figlio cessa quando questi raggiunge l’indipendenza economica o con la prova che per inerzia o pigrizia non ha accettato offerte lavorative.

Una cosa è certa: i genitori – siano essi sposati o semplici conviventi, uniti o separati, divorziati o adottivi – hanno l’obbligo di mantenere i propri figli fino a quando questi raggiungono l’indipendenza economica. Non quindi fino a diciotto anni, né fino a quando questi convivono con loro (l’obbligo di mantenimento permane se il figlio va a studiare all’università o decide di vivere da solo ma il suo reddito non gli consente di provvedere a tutte le spese). Neppure un eventuale matrimonio potrebbe liberare il genitore dall’obbligo di provvedere al proprio figlio o figlia se il coniuge di quest’ultimo è incapace di farlo. Insomma, sul genitore grava una garanzia che difficilmente viene meno se non con la prova della acquisita autonomia della prole. Autonomia che però non deve essere definitiva: se, ad esempio, il figlio dovesse accettare un lavoro e poco dopo perderlo (ad esempio a causa di un licenziamento disciplinare o per riduzione del personale), non potrebbe più chiedere il mantenimento al genitore. Questi concetti, che abbiamo appena citato in modo sintetico, sono il frutto di anni di sentenze della giurisprudenza. Sicché, andando a rileggerne il contenuto, possiamo farci un’idea più chiara di quando il figlio perde il mantenimento. Ecco allora questa pratica guida per chi voglia capirci di più e comprendere fino a quando i genitori sono tenuti a prendersi cura della prole.

Cosa significa mantenere i figli?

Mantenere non significa necessariamente dare la “paghetta” mensile; è sufficiente acquistare i beni necessari per la crescita, l’istruzione e l’equilibrio psicofisico. Il mantenimento non riguarda quindi solo il vitto e l’alloggio, ma anche le spese per l’istruzione, per le relazioni sociali (ad esempio le feste, le gite, un computer), per il trasporto, per l’abbigliamento. Quest’obbligo non è ovviamente uguale per tutte le famiglie ma varia a seconda delle possibilità dei genitori. In altri termini, nelle famiglie più agiate il figlio può rivendicare qualcosa in più rispetto a una famiglia con minori possibilità. Il figlio ha difatti diritto a godere dello stesso tenore di vita dei genitori anche dopo la loro separazione o divorzio.

Quale genitore deve mantenere i figli?

L’obbligo dei genitori di mantenere i figli è previsto dalla Costituzione [1] e sussiste per il solo fatto di averli generati [2]. Tutti i genitori, anche non coniugati, devono cioè mantenere i figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. Questo significa che se padre e madre lavorano, sono tutti e due obbligati a contribuire economicamente alla loro crescita; se invece uno dei due non lavora, questi parteciperà con le cure affettive e materiali (ad esempio accompagnare i figli a scuola, portarli al parco o dagli amici, in palestra, ecc.).

Se i genitori si separano, l’obbligo di mantenere i figli continua a gravare su entrambi, ma in modo differente:

  • il genitore che convive coi figli dovrà provvedere alle spese ordinarie, per le quali riceverà un contributo fisso dall’ex; dovrà poi provvedere alle spese straordinarie (come quelle mediche, di viaggio, ecc.) secondo una percentuale (di solito il 50%) fissata dal giudice o con l’accordo dell’ex coniuge;
  • il genitore che non convive coi figli dovrà provvedere alle spese ordinarie con l’assegno mensile fissato dal tribunale o con l’accordo dell’ex; dovrà poi provvedere alle spese straordinarie secondo la misura percentuale fissata dal giudice.

Fino a quando i genitori sono tenuti a mantenere i figli?

Il mantenimento dei figli non fa distinzione tra minorenni e maggiorenni. Come abbiamo detto ciò che rileva è la raggiunta indipendenza economica.

  • I genitori sono obbligati a mantenere i figli:
  • minorenni;
  • maggiorenni non economicamente autosufficienti, con i limiti di seguito esaminati;
  • maggiorenni affetti da handicap grave.

Non esiste un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli. Di regola i genitori:

  • sono tenuti a mantenere i figli fino a quando iniziano a svolgere un’attività lavorativa e il lavoro permette loro di raggiungere l’indipendenza economica;
  • possono liberarsi dall’obbligo di mantenere i figli se provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro.

L’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma dura, in linea di principio, finché essi non abbiano raggiunto una propria indipendenza economica [3].

Quando il figlio raggiunge l’indipendenza economica?

Il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente quando inizia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato. In alcuni casi l’inizio di un’attività lavorativa non libera i genitori dall’obbligo di versare il mantenimento. È il caso ad esempio in cui il figlio maggiorenne:

  • pur godendo di un reddito da lavoro, sta continuando a studiare per completare la propria formazione [4];
  • svolge un lavoro precario e limitato nel tempo: in tal caso non si può considerare raggiunta l’indipendenza economica proprio perché richiede una prospettiva concreta di continuità [5];
  • è titolare di una borsa di studio;
  • lavora come apprendista;
  • svolge un lavoro non qualificato rispetto al titolo di studio conseguito (come nel caso di ragazzo quasi trentenne con il titolo di geometra e ragioniere, impiegato come apprendista muratore).

La Cassazione ha più volte detto che l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso; tale accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione.

Che fare se il figlio raggiunge l’indipendenza economica?

Se il figlio raggiunge l’indipendenza economica il genitore può smettere di versargli il mantenimento già dal giorno dopo. Questa regola però non vale se c’è stata prima una sentenza del giudice che gli ha imposto un assegno di mantenimento (come nel caso della coppia separata o divorziata): in tal caso, nonostante il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica, il genitore non può stoppare automaticamente l’assegno ma deve prima farsi autorizzare dal tribunale che dovrà provvedere a revocare il precedente obbligo (diversamente si può commettere reato). A tal fine il genitore dovrà promuovere un ricorso per la modifica o la cessazione dell’obbligo di mantenimento. In tale giudizio il genitore è tenuto a dimostrare l’autosufficienza del figlio.

Che fare se il figlio non vuole lavorare?

Se il mancato raggiungimento dell’indipendenza economica dipende da comportamento inerte e pigro del figlio il genitore non è più tenuto a mantenerlo. Ma anche in questo caso, come in quello precedente, se egli è tenuto in forza di una precedente sentenza a versargli un assegno mensile, deve prima farsi autorizzare del giudice. Durante tale causa il genitore dovrà dar prova che il mancato svolgimento di un’attività produttiva di reddito dipenda da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato. Se il genitore prova la condotta colpevole del figlio si libera dall’obbligo di mantenimento: in particolare il genitore deve provare che il figlio è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta. Tale prova può essere data anche con “indizi” («presunzioni»), tenendo presente che l’avanzare dell’età del giovane è un elemento che può aiutare il genitore a dimostrare la sua scarsa voglia di lavorare. Di recente la Cassazione ha ritenuto che il figlio trentenne che non abbia ancora conseguito un reddito non abbia diritto al mantenimento. Infatti con il raggiungimento di un’età nella quale il percorso formativo e di studi, nella normalità dei casi, è ampiamente concluso e la persona è da tempo inserita nella società, la condizione di persistente mancanza di autosufficienza economico reddituale, in mancanza di ragioni individuali specifiche (di salute, o dovute ad altre peculiari contingenze personali, o oggettive quali le difficoltà di reperimento o di conservazione di un’occupazione) costituisce un indicatore forte d’inerzia colpevole.

La cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento fondato sull’età, sull’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, sull’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa ed, in particolare, su complessiva condotta personale tenuta al raggiungimento della maggiore età da parte dell’avente diritto.

Che succede se il figlio viene licenziato?

Abbiamo detto che quando il figlio maggiorenne inizia un’attività lavorativa stabile, conforme alla professionalità acquisita, perde il diritto al mantenimento. Tuttavia, se successivamente perde l’occupazione per qualsiasi ragione, anche incolpevole, non può più invocare la reviviscenza di tale diritto [7]. In altre parole, anche se l’indipendenza economica è durata pochi mesi, il figlio perde per sempre il mantenimento benché successivamente ne torni ad avere bisogno. In un solo caso gli  è dovuto il contributo: quando è in una condizione di disagio fisico sopravvenuto che non gli consente di lavorare (ad esempio un’inabilità per una grave malattia); ma in tal caso gli sono dovuti solo gli alimenti, che è un contributo strettamente necessario per vivere.

note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Cass. sent. n. 10102/2004.

[3] Cass. sent. n. 5088/2018; n. 7168/2016.

[4] Cass. sent. n. 8714/2008.

[5] Cass. sent. n. 8227/2009.

[6] Cass. sent. n. 7168/2016.

[7] Cass. sent. n. 6509/2017.


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