Diritto e Fisco | Articoli

L’assegnazione della casa coniugale è reddito

7 Novembre 2011
L’assegnazione della casa coniugale è reddito

 Nel quantificare l’assegno di mantenimento, il giudice tiene conto dell’utilità economica ricevuta dal coniuge a cui già è stata assegnata la casa coniugale.

La Corte di Cassazione [1] ha ribadito il principio secondo cui, nella determinazione del reddito dei coniugi, occorre tener conto della intera consistenza patrimoniale di ciascuno di essi. Nel concetto di reddito perciò è compreso non solo il denaro, ma tutte le altre utilità valutabili economicamente. L’uso di una abitazione, ad esempio, costituisce un utile pari al risparmio di spesa che occorrerebbe per godere dello stesso immobile a titolo di locazione.

Per molto tempo si è ritenuto che l’erogazione dell’assegno di mantenimento dovesse assicurare al coniuge beneficiario un tenore di vita pari, o almeno simile, a quello posseduto durante il matrimonio. Un’impostazione di tale tipo è stata aspramente criticata. È chiaro, infatti, che la convivenza ha riflessi positivi sul tenore di vita dei due sposi, tenore che dopo la separazione è difficile eguagliare. Infatti, con la convivenza i due stipendi si cumulano e le spese si ammortizzano.

Nel  caso di separazione, invece, vi è la necessità, per il coniuge che non benefici più della casa coniugale, di cercare una nuova sistemazione, con le conseguenti spese per l’affitto e la gestione dell’alloggio. È ovvio che ciò incide negativamente sul suo tenore di vita, essendo per di più tenuto a versare l’assegno di mantenimento. Per questi, dunque, diverrebbe penalizzante assicurare all’ex partner, beneficiario dell’immobile, il medesimo stile di vita che aveva durante il matrimonio.

In questa analisi, il giudice deve tenere conto di eventuali maggiorazioni o diminuzioni (come lo spoglio della casa coniugale) che il patrimonio del coniuge obbligato all’assegno di mantenimento abbia subito proprio per via della separazione [2].

di MARIA VALENTINA MITTIGA



note

[1] Sentenza n. 26197 del 28 dicembre 2010.

[2] Cass. Civ. 07.02.2006 n. 2626; Cass. Civ. 24.12.2002 n. 18327; Cass. Civ. 03.12.2002 n. 17103; Cass. Civ. 11.09.1998 n. 9028; Cass. Civ. 22.04.1998 n. 4094.


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