Diritto e Fisco | Editoriale

Avvocati: voglia di cambiamento

16 marzo 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 marzo 2018



Si avvicinano due date che ritengo fondamentali per rispondere all’esigenza di cambiamento che ascolto nelle occasioni che mi sono date di incontrare l’avvocatura in Italia.

Dal 24 al 28 settembre 2018 si terranno le elezioni per il rinnovo del Comitato dei Delegati di Cassa Forense e dal 4 al 6 ottobre in Catania si svolgeranno i lavori del XXXIV Congresso Nazionale Forense.
Sin qui l’avvocatura è stata “lenzuolata” nell’ottica della globalizzazione selvaggia perché era l’ultimo ostacolo sulla strada dei cd. poteri forti.
La voglia di cambiamento nell’avvocatura italiana è una delle costanti; ma spesso si ferma al mero proposito del “vorrei tanto … ma …”.

La paura è una delle nostre emozioni fondamentali. La paura, come emozione, come sensazione fisica è, appunto, il campanello d’allarme di un perfetto meccanismo di controllo che ci fa riconoscere un pericolo, prima che noi possiamo consapevolmente rendercene conto e ci fa reagire a esso.

L’avvocatura italiana ha paura del cambiamento. Lo capisco perché attuare un processo di cambiamento significa andare in direzione del nuovo, di qualcosa a noi sconosciuto.
Oggi l’avvocatura è divisa in tre gruppi: l’avvocatura in bonis, forte di circa 20mila unità, che dichiara redditi sopra il tetto pensionabile, presente in tutti i convegni e ben rappresentata a tutti i livelli; l’avvocatura di mezzo, forte di 120mila unità e l’avvocatura sofferente, forte di 100mila unità, senza voce, se non su social, del tutto priva di rappresentanza istituzionale.
Non si tratta di far intervenire Robin Hood per togliere un po’ di ricchezza allo Sceriffo di Nottingham ma di rendere il sistema più rappresentativo e più inclusivo perché ciascuno di questi 3 gruppi ha bisogno dell’altro.
Gli attuali management, sia dei COA, del CNF e di Cassa Forense rappresentano bene le istanze dei primi 2 gruppi ma ignora, o finge di ignorare, le sofferenze del terzo gruppo.
Nelle recenti elezioni politiche il Presidente di Cassa Forense si è schierato con Berlusconi ed è stato sconfitto; il Presidente del più grande Ordine d’Italia, quello di Roma, si è schierato con il Movimento 5 Stelle ed è pure stato sconfitto.
Per ritrovare unità e soprattutto autorevolezza l’avvocatura italiana deve ricompattarsi, fare uno sforzo di partecipazione alle elezioni elettorali in Cassa Forense, sostenendo le liste alternative a quelle della élite da depositarsi entro il 15 maggio p.v., e poi ai lavori del XXXIV Congresso Nazionale Forense per cambiare il management.
In previdenza forense occorre superare l’offerta di una taglia unica per approdare a una moderna Sartoria Drop 11, flessibile, inclusiva e in grado di rispondere alle esigenze di tutti gli iscritti.
Il XXXIV Congresso Nazionale Forense, che si svolgerà a Catania, deve superare la dicotomia lavoro autonomo – lavoro dipendente per dare rappresentanza e dignità a tutti gli avvocati, e sono tanti, che lavorano in regime di monocommittenza.
Gli strumenti giuridici ci sono, va trovata la volontà politica per attuarli. Già prima della 247/2012 giuristi illuminati (Emanuele Spata) proponevano:
In verità intervenire sull’attuale normativa non è affatto difficile. Subito dopo l’art. 3, comma 3, r.d.l. n. 1578/1933 esistono delle eccezioni alla incompatibilità all’esercizio della professione forense per chi svolga attività di lavoro subordinato per gli enti pubblici o quali professori universitari o degli istituti secondari dello stato. Diviene pertanto agevole inserire un quinto comma che così reciti:
«Sono eccettuati dalla disposizione del terzo comma, gli avvocati che svolgano attività di lavoro subordinato o parasubordinato alle dipendenze di o coordinati da un altro avvocato o associazione professionale, purché la natura dell’attività svolta dall’avvocato subordinato o parasubordinato riguardi esclusivamente quella riconducibile ad attività propria della professione forense».
Dopo la legge n. 247/2012 la Consulta delle professioni della CIGL ha proposto: l’intervento legislativo parte dalla modifica dell’articolo 19 della legge 247/2012 (“Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”), aggiungendo un apposito comma che recita così: «L’incompatibilità non si verifica per gli avvocati che svolgono attività di lavoro dipendente o parasubordinato in via esclusiva presso lo studio di un altro avvocato o associazione professionale o società tra avvocati o multidisciplinare, purché la natura dell’attività svolta dall’avvocato riguardi esclusivamente quella riconducibile ad attività propria della professione forense».
Va anche risolta la vicenda “Poseidone” che oppone l’INPS a molti professionisti rendendo possibile la ricongiunzione dei contributi anche da Gestione Speciale INPS alle Casse di Previdenza.

Su concessione dell’Autore – Fonte “Diritto e Giustizia”


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