Diritto e Fisco | Editoriale

Cause vinte contro avvocati

18 marzo 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 marzo 2018



Quando scatta la responsabilità dell’avvocato? Come chiedere il risarcimento danni al professionista inadempiente? Ecco i casi più importanti secondo la giurisprudenza.  

Fare causa a un avvocato sembra un paradosso: eppure, quando il cliente subisce un danno dalla condotta del suo difensore, chiedere il risarcimento è un vero e proprio diritto: anche l’avvocato sbaglia e, perciò, è tenuto a pagare come chiunque altro. Vediamo quando è possibile chiedere il risarcimento dei danni e quali sono le principali cause vinte contro avvocati.

Cause vinte contro avvocati: quando ci sono i presupposti?

Prima di affrontare il tema delle cause vinte contro avvocati va detto che una causa persa a seguito delle scelte sbagliate dell’avvocato non attribuisce automaticamente il diritto al risarcimento del danno.

Infatti, il cliente che ritiene di essere stato danneggiato dell’operato professionale del proprio difensore può chiedere il risarcimento solo per le conseguenze direttamente legate all’errore tecnico del professionista.

La responsabilità professionale dell’avvocato che sbaglia la causa, in altre parole, scatta solo se il cliente dimostra che, senza l’errore, avrebbe ragionevolmente vinto il procedimento.

Ipotesi tipica di responsabilità è quella dell’avvocato che fa scadere un termine e, magari, notifica un atto con ritardo; oppure quella in cui dimentica di depositare un documento fondamentale per le ragioni del proprio assistito oppure, ancora, quando lascia cadere in prescrizione un diritto.

In buona sostanza, la responsabilità dell’avvocato, con conseguente diritto al risarcimento dei danni da parte del cliente, è pacifica ogni volta in cui l’errore sia macroscopico oppure non sia rispettata una scadenza; tutte le volte, insomma, in cui dalla condotta del professionista deriva un pregiudizio immediato ed evidente al cliente.

In questo senso si muove anche la giurisprudenza. La Corte di Cassazione [1] ha detto che la responsabilità dell’avvocato non si può affermare solo per il suo non corretto adempimento dell’attività professionale. Occorre invece verificare il sussistere di tre requisiti:

  1. l’evento che ha causato il pregiudizio lamentato dal cliente è direttamente riconducibile all’avvocato;
  2. c’è stato effettivamente un danno concretamente quantificabile;
  3. valutare se, con un comportamento diverso dell’avvocato, il diritto del cliente sarebbe stato riconosciuto. Infatti, se anche tenendo la corretta condotta, le sorti per il diritto del cliente non sarebbero mutate, allora alcuna responsabilità può essere addebitata al legale.

Cause vinte contro avvocati: cosa provare?

Il cliente insoddisfatto, per vincere una causa contro avvocati, deve provare non solo di avere sofferto un pregiudizio, ma anche che questo è stato causato dalla insufficiente o inadeguata attività del professionista.

In pratica, non basta che l’avvocato commetta un errore violando l’obbligo di diligenza da lui esigibile in quanto professionista ed esperto del diritto. Occorre anche che dall’errore commesso sia derivato il danno collegato alla negligenza professionale.

Quella assunta dal difensore nei confronti del cliente è un’obbligazione di mezzi e non di risultato: vuol dire che l’avvocato non deve garantire l’esito favorevole del giudizio. Piuttosto, l’inadempimento consiste nella violazione dei doveri di diligenza professionale che deve essere valutata alla luce della natura dell’attività [2].

Il danno derivante dalle eventuali omissioni del professionista è ravvisabile se, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito. Detto in termini più semplici: si può chiedere il risarcimento danni all’avvocato solo qualora sia ragionevole immaginare che, in presenza di un comportamento diligente, il cliente avrebbe raggiunto lo scopo che si prefiggeva (la tutela del proprio diritto). Se, diversamente, la causa sarebbe stata persa ugualmente, allora nessun addebito può essere mosso al professionista.

In sintesi, per ottenere un risarcimento del danno conseguente al presunto errore del proprio legale, il cliente deve dimostrare:

  • l’azione o l’omissione negligente;
  • il danno. In verità, su questo punto, un ampio margine di manovra viene riservato al giudice il quale valuterà se le ragioni dell’assistito risultavano fondate o meno. Nel primo caso, il danno è dimostrato; nel secondo caso, invece, il cliente perde la causa contro il proprio avvocato;
  • che senza l’errore dell’avvocato, avrebbe con buona previsione ottenuto (in tutto o in parte) il risultato sperato.

Resta invece a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione.

Cause vinte contro avvocati: qual è la prescrizione?

Un altro aspetto di cui tenere conto è il termine di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni. Il termine è di dieci anni che iniziano a decorre dal momento in cui il danno è oggettivamente percepibile, il che significa, nella maggior parte dei casi, dalla sentenza finale che “smaschera” l’errore commesso dal professionista.

Cause vinte contro avvocati: decorso dei termini

Come anticipato, uno dei motivi più comuni di cause vinte contro avvocati è il decorso dei termini utili per compiere un atto: si pensi al professionista che ometta di compiere una notifica oppure di spedire una lettera di messa in mora interruttiva della prescrizione.

In queste circostanze la colpa professionale è ovvia perché è costituita dal fatto di aver lasciato decorrere inutilmente i termini; il cliente dovrà soltanto dimostrare la negligenza dell’avvocato per ottenere il risarcimento dei danni [3].

Nei casi aventi ad oggetto la prescrizione non rilevata dal professionista o non illustrata al cliente, la Corte di Cassazione ha ritenuto che «il professionista … deve porre in grado il cliente di decidere consapevolmente, sulla base di una adeguata valutazione di tutti gli elementi favorevoli ed anche di quelli eventualmente contrari ragionevolmente prevedibili, se affrontare o meno i rischi connessi all’attività richiesta al professionista medesimo» [4].

Cause vinte contro avvocati: lite temeraria

Sussiste la responsabilità dell’avvocato anche nel caso in cui faccia intraprendere al suo cliente una causa del tutto infondata. Ed infatti, qualora il difensore si accorga della infondatezza della pretesa o delle ragioni vantate dal cliente, deve dargliene comunicazione, pena la sua responsabilità professionale.

A questo punto, molti si chiederanno: “L’avvocato non è sempre di parte? Non deve sempre sostenere il suo assistito?”. Non è esattamente così.

Quando l’avvocato riceve nel suo studio il cliente, ha il dovere di analizzare la vicenda che gli viene sottoposta con serietà e obiettività, senza indurre l’assistito a intentare inutili cause solo per poter guadagnare. Quindi, se dal caso esposto il professionista non ravvisa la fondatezza delle ragioni del cliente, l’avvocato ha il dovere di comunicare la sua valutazione obiettiva.

Se non lo fa, rischia di incorrere in responsabilità e, quindi, di essere citato dal suo cliente per il risarcimento del danno [5]. A proposito di cause vinte contro avvocati, la Corte di Cassazione ha ribadito che in capo al difensore grava non soltanto l’obbligo di non consigliare azioni inutilmente gravose al cliente, ma altresì un preciso dovere di dissuasione dall’intentare cause completamente infondate [6].

Cause vinte contro avvocati: responsabilità stragiudiziale

Quanto appena detto è utile per richiamare il tema della responsabilità stragiudiziale dell’avvocato. Cosa significa? Vuol dire che l’avvocato non è responsabile soltanto quando una causa va male per colpa della sua condotta imperdonabile, ma anche quando offre una consulenza errata al cliente che si è recato presso il suo studio.

La giurisprudenza è oramai pacifica nel ritenere che l’obbligazione che grava in capo all’avvocato durante la fase di studio è di risultato, non di mezzi. In soldoni, significa che l’avvocato è tenuto ad offrire una prestazione certa, sicura, illustrando senza ombra di dubbio le possibilità giuridiche che si prospettano al cliente.

La Corte di Cassazione è quanto mai sicura sul punto: benché l’attività professionale dell’avvocato costituisca, generalmente, un’obbligazione di mezzi, nel caso in cui questi accetti di svolgere un’attività stragiudiziale consistente nella formulazione di un parere in ordine all’utile avvio di un’azione giudiziaria l’obbligazione non è di mezzi, in quanto egli si obbliga a fornire tutti gli elementi necessari ed i suggerimenti opportuni per permettere al cliente di adottare una consapevole decisione con apprezzamento dei rischi e dei vantaggi dell’azione.

La Suprema Corte, pertanto, afferma la responsabilità dell’avvocato che nell’adempiere questa obbligazione omette di prospettare al cliente tutte le questioni di fatto e di diritto atte ad impedire l’utile avvio dell’azione, ingiustificabile se frutto di ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali [7].

Cause vinte contro avvocati: strategia difensiva sbagliata

Secondo la giurisprudenza, l’avvocato è responsabile della propria strategia difensiva sbagliata anche quando quest’ultima è pienamente condivisa dal suo cliente. Il professionista, quindi, deve avere il coraggio di contraddire il suo assistito quando, grazie alle sue competenze tecniche, ritenga di dover seguire una strada diversa da quella prospettata dal cliente.

Pur riconoscendo che l’obbligo di informazione imposto al professionista è finalizzato al conseguimento di un consenso informato da parte del cliente, la Corte di Cassazione ha ritenuto quest’ultimo normalmente non in grado di valutare regole e tempi processuali; di conseguenza, la responsabilità dell’avvocato sussiste anche in caso di strategia condivisa con il proprio assistito o quando sia lo stesso cliente a sollecitare il ricorso a determinati mezzi difensivi, essendo compito esclusivo del legale la scelta della linea tecnica nella prestazione dell’attività professionale [8].

Cause vinte contro avvocati: obbligo di informazione

Tra gli obblighi che gravano in capo all’avvocato c’è quello di tenere informato il suo assistito circa lo stato della causa. L’obbligo informativo che l’avvocato ha verso il proprio cliente comprende anche quello di comunicare allo stesso il grado di complessità dello stesso e di fornirgli tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili da quel momento fino a quello dell’esaurimento della propria attività. L’obbligo informativo permane per tutto il corso del rapporto [9].

note

[1] Cass. sent. n. 2638 del 05.02.2013; Cass., sent. n. 297/2015.

[2] Art. 1176, comma 2, cod. civ.

[3] Cass., sent. n. 2701/1994; Cass., sent. n. 5322/1993.

[4] Cass., sent. n. 14597/2004 del 30.07.2004.

[5] Cass., sent. n. 9579/2000 del 21.07.2000.

[6] Cass., sent. n. 9695/2016.

[7] Cass., sent. n. 16023/2002.

[8] Cass., sent. n. 10289/2015.

[9] Trib. Verona, sent. del 26.01.2016.

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