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Marijuana: coltivare cannabis per uso personale è reato?

18 Marzo 2018


Marijuana: coltivare cannabis per uso personale è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Marzo 2018



Semi di canapa indiana e cannabis: anche se il numero di piantine è minimo e il principio attivo ritrovato dalla polizia è irrisorio non è legale coltivare droga leggera.

I kit per la coltivazione dei semi di cannabis sul balcone di casa sono ormai assai diffusi; in alcuni casi si vendono anche su internet. Il punto però è comprendere quali rischi, da un punto di vista legale, corre chi si dà al pollice verde con la droga. Se è vero che chi viene trovato con una piccola dose di marijuana, in quanto finalizzata all’uso individuale, non può essere perseguito penalmente, coltivare cannabis per uso personale è reato?

Sul punto, si sono succedute numerose sentenze e, in un primo tempo, la risposta è stata spesso contrastante. Non poche sono state le sentenze – anche a firma della Cassazione – secondo cui non è reato coltivare una piantina di marijuana sul balcone quando la concentrazione di principio attivo e il numero delle piantine (due o tre) è insufficiente a consentire la diffusione della droga leggera e, di conseguenza, a mettere in repentaglio la salute pubblica. Di recente, però, è intervenuta la Corte Costituzionale [1] che ha sposato una linea più rigorosa, sicché le iniziali incertezze sono state superate e la giurisprudenza ha assunto una posizione netta e stabile. A ricordare il nuovo indirizzo interpretativo è una sentenza della Cassazione pubblicata venerdì scorso. Ecco cosa è stato chiarito anche in questa occasione.

L’uso di droga per uso personale è reato?

Partiamo da un punto fermo: il possesso di droga leggera, come la marijuana, se di quantità ridotte da far presumere che sia destinata all’uso personale non costituisce reato ma un semplice illecito amministrativo. A dirlo è la legge [3] e, almeno su questo punto, non c’è possibilità di interpretazioni diverse. Lì dove i giudici potrebbero avere ancora un margine di discrezionalità è nella valutazione del quantitativo di droga in possesso del colpevole. È da questo infatti che si stabilisce se si verte nell’ambito del reato o meno. Anche una dose superiore all’uso personale potrebbe uscire fuori dall’ambito del reato se si dimostra che è destinata all’uso di gruppo (è il caso di chi acquista della marijuana per fumarla insieme con gli amici). Tuttavia il possesso di droga per uso di gruppo non è illecito penale, ma amministrativo solo a condizione che:

  • l’acquirente faccia parte del gruppo che poi farà uso della droga leggera;
  • l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti del gruppo (quindi ci deve essere stato già un accordo del gruppo di incaricare una persona affinché procuri la droga al gruppo stesso);
  • sia certa sin dall’inizio l’identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all’acquisto.

La coltivazione di droga per uso personale è reato?

Ci si è chiesto: se è vero che l’uso della droga per uso personale non è reato, perché mai lo deve essere invece la coltivazione se anche questa è destinata solo a beneficio del coltivatore? Anche qui il discorso si dovrebbe fermare alla legge [4]: il testo unico sulle sostanze stupefacenti è chiaro nello stabilire che è reato la coltivazione senza autorizzazione di piante di marijuana anche se la coltivazione avviene per uso personale. Eppure in passato i giudici hanno detto il contrario sostenendo che, quando il quantitativo di principio attivo ritrovato dalla polizia è minimo [5], non c’è pericolo di incrementare il mercato delle sostanze stupefacenti.

Abbiamo detto che, successiva, ente è intervenuta la Corte Costituzione la quale ha marcato bene il territorio stabilendo che la coltivazione di cannabis è sempre reato, a prescindere dal numero di piantine e dal principio attivo ritrovato dalle autorità: non rileva il fatto che, al momento del controllo, non vi è alcun pericolo per la salute pubblica e che il quantitativo di droga è inesistente. Basta la potenzialità che il seme possa un giorno diventare una pianta per far scattare il reato.

«la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti ben può valutarsi come “pericolosa”, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga; tanto più che – come già rilevato – l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili. Si tratta quindi di un tipico reato di pericolo (…)”.»

Coltivare cannabis per uso personale è reato anche se si tratta di poche piante?

Oggi la Cassazione, adattandosi a quanto chiarito dalla Consulta, sostiene che la coltivazione di marijuana, anche se per piccolissime dosi (una o due piantine) è sempre reato, a prescindere dallo stato in cui si trovi la pianta al omento dell’arrivo del controllo.

Può sembrare che la legge abbia posto una discriminazione tra chi viene trovato con un quantitativo di droga minimo, utilizzato per consumo personale – situazione che, come detto, non costituisce reato ma solo illecito amministrativo – e chi viene invece colto nel coltivare cannabis. In fin dei conti, nel primo caso l’esistenza della droga è certo, mentre nel secondo è solo potenziale. Eppure, secondo la Corte Costituzionale non c’è alcuna disparità di trattamento. La spiegazione della ragione per cui la coltivazione di semi di cannabis è reato è stata spiegata dalla stessa Consulta: nel caso di detenzione di droga per uso personale il quantitativo della sostanza stupefacente è determinato e quindi certo, per cui è possibile già effettuare una valutazione concreta di (non) pericolosità della condotta; invece, nel caso di coltivazione cannabis il quantitativo di droga è ancora incerto, non potendosi stabilire quanto il coltivatore ne estrarrà e se la stessa verrà destinata a uso proprio o meno. Dunque, in quest’ultimo caso, il reato sussiste sempre, almeno potenzialmente. È chiaro però che se l’interessato verrà trovato poi con la droga ormai realizzata e tra le mani, e si tratta di un quantitativo minimo, destinabile solo a uso personale, anche se è stato lui stesso a realizzarla nel proprio orticello, non sarà punito con il codice penale.

Nella pronuncia in commento la Cassazione ha condannato un uomo sorpreso a coltivare cannabis per un quantitativo irrisorio all’interno della propria abitazione. È stato irrilevante il richiamo difensivo dell’imputato all’uso personale della droga.  Ciò significa condanna definitiva a «due mesi e venti giorni di reclusione» e «600 euro di multa» per l’uomo che aveva deciso di «coltivare alcune piante di cannabis nella propria abitazione». A questo proposito, gli elementi a disposizione – «0,7 grammi di principio attivo di marijuana» da cui ricavare al massimo «ventinove dosi» – non sono sufficienti, secondo i giudici, per mettere in discussione «l’offensività della condotta» tenuta dall’uomo. Anche perché non si può dimenticare che «costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale», concludono i giudici.

note

[1] C. Cost., sent. n. 109/2016.

[2] Cass. sent. n. 122226/2018 del 16.03.2018.

[3] Art. 75 dPR n. 309/1990.

[4] Art. 73 dPR n. 309/1990.

[5] Cass. sent. n. 40030/2016, n. 2618/2016, n. 49476/2015 e n. 3037/2016.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 17 gennaio – 16 marzo 2018, n. 12226
Presidente Piccialli – Relatore Ranaldi

Fatto e diritto

1. Con sentenza del 23.1.2017 la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado che, in sede di giudizio abbreviato, ha dichiarato Ro. Gi. responsabile del reato di cui all’art. 73, comma 5, D.P.R. 309/90, in relazione alla illecita coltivazione di alcune piante di cannabis presso la propria abitazione, condannandolo alla pena di mesi 2 e giorni 20 di reclusione e Euro 600,00 di multa, con pena sospesa.
2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando l’erronea applicazione dell’art. 73, comma 1, D.P.R. 309/90.
Deduce che l’imputato avrebbe dovuto essere mandato assolto per la scriminante dell’uso personale, stante il modico quantitativo di principio attivo ricavabile dalle piante coltivate.
3. Il motivo dedotto in ricorso è infondato.
Nel caso la Corte territoriale ha, del tutto correttamente, richiamato il costante principio affermato dalla Suprema Corte, nel senso che costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale (Sez. 6, n. 49528 del 13/10/2009, P.M. in proc. Lanzo, Rv. 24564801; Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008 Di Salvia, Rv. 23992001).
In fatto risulta che il Gi. ha ammesso di aver coltivato per alcuni mesi, senza alcuna autorizzazione, le piante di cannabis in questione, da cui erano ricavabili 0,700 grammi circa di principio attivo di marijuana, dal quale avrebbero potuto trarsi n. 29 dosi di stupefacente, rimanendo in tal modo confermata in concreto l’offensività della condotta, intesa come prova della effettiva capacità delle piante sequestrate a produrre un effetto drogante.
Sotto questo profilo nessuna erronea applicazione della legge penale appare invocabile nei confronti della sentenza impugnata, che ha peraltro applicato al caso di specie l’ipotesi lieve di cui al quinto comma dell’art. 73 D.P.R. 309/90.
4. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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