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Rimborso spese trasferta dei dipendenti: come fare

19 marzo 2018


Rimborso spese trasferta dei dipendenti: come fare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 marzo 2018



Sono amministratore di una srl con diverse decine di dipendenti, contratto commercio, dei quali alcuni a contratto forfettario (responsabili, viaggiatore e commerciali) e altri, in genere tecnici, con contratti normali. In caso di trasferte ai forfettari rimborsiamo il pasto; ai normali diamo indennità forfettaria di euro 30.99 e niente pasto. Sono ammessi metodi di rimborso spese trasferta differenziati a seconda delle funzioni all’interno della stessa ditta?

Per rispondere al quesito si può prendere spunto dalla seguente massima della giurisprudenza di merito che, seppur datata, rappresenta l’affermazione di un principio generale tuttora valido nel nostro sistema di diritto del lavoro. Nel 1984 infatti l’allora Pretore di Firenze, in qualità di Giudice del Lavoro, stabiliva che “Non sussiste il diritto del dipendente al mantenimento di trattamenti retributivi eccedenti il minimo inderogabile, qualora ad essi sia stato consensualmente sostituito un altro congegno retributivo tale da assicurare un trattamento complessivo non deteriore” [1].

In forza di tale principio quindi si potrebbe affermare la legittimità di un diverso trattamento retributivo all’interno della medesima azienda laddove esso non pregiudichi i diritti rappresentati dai minimali riconosciuti dalla contrattazione collettiva.

Più nello specifico, l’art. 51 comma 5 del D.P.R. 917/86 (c.d. TUIR) ha stabilito che le somme erogate ai lavoratori a fronte di una trasferta fuori dal comune di lavoro sianoesenti fino alla soglia giornaliera di 46,48 euro in Italia e di 77,47 euro all’estero. Tali esenzioni sono ridotte di un terzo nel caso in cui al lavoratore venga riconosciuto un rimborso a piè di lista delle spese di vitto o di alloggio e di due terzi nel caso in cui l’azienda rimborsi a piè di lista sia le spese per il vitto che per l’alloggio. Le indennità per trasferte all’interno del comune di lavoro concorreranno, invece, alla formazione del reddito imponibile per il lavoratore.

Dunque la legge prevede due sistemi di rimborso delle spese di trasferta affrontate dal lavoratore: da un lato un criterio integralmente forfettario, eventualmente integrato dal riconoscimento a piè di lista di spese di vitto e alloggio, oppure un criterio di rimborso analitico secondo il quale vengono rimborsate al lavoratore tutte le spese sostenute presentando idonea documentazione.

Occorre tuttavia considerare che, onde evitare di incorrere in un generale divieto di discriminazione fra lavoratori che svolgono identiche mansioni, è necessario che il diverso trattamento retributivo della trasferta sia giustificato eventualmente dalle diverse mansioni svolte dai lavoratori. Il CCNL Commercio all’art. 198 infatti stabilisce che “Quando la prestazione lavorativa non coincida con la sede contrattuale di lavoro e la stessa avvenga per l’intero orario ordinario giornaliero, ad almeno 60 (sessanta) chilometri dalla sede abituale o, comunque, quando il luogo di lavoro sia raggiungibile dalla sede abituale (con i mezzi normali, ivi compresa l’autovettura del dipendente, se autorizzata) in un tempo normalmente superiore ad un’ora, si configura la Trasferta, con il diritto alla relativa Diaria giornaliera.”

Un ulteriore limite nell’utilizzo di un diverso metodo di retribuzione della trasferta è quello avente a oggetto il divieto di utilizzare l’indennità di trasferta (e quindi l’ammontare di essa ritenuto legislativamente esente da contributi e ritenute fiscali) per remunerare somme di altra natura, come ad esempio le ore di lavoro straordinario. Tale utilizzo improprio dell’indennità di trasferta infatti può comportare in capo all’imprenditore l’ipotesi di reato di cui all’art. 37 L. 689/81 come sancito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 7644 del 27 febbraio 2012.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv.Enrico Braiato

 

[1] Pret. Firenze, 06.11.1984

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